TAG Cittadinanza

Ma è la guerra la soluzione?

  • lunedì, 12 gennaio 2015

Ugo Morelli

Di fronte ai terribili eventi francesi e alla distruttività del terrorismo, che ci riguardano direttamente, le reazioni, nella maggior parte dei casi, sono improntate alla esibizione di superiorità della nostra cultura che chiamiamo civiltà in modo unilaterale, e alla guerra come risposta. A parte la considerazione sull’inefficacia di ogni guerra organizzata per combattere il terrorismo, viene da chiedersi se non sia il caso di mettersi almeno in una certa misura in discussione e di assumere una posizione che non neghi il conflitto ma provi ad elaborarlo. Distinguere tra conflitto e guerra è quanto mai necessario proprio di fronte a situazioni come quella che stiamo considerando. Il conflitto è la ricerca della convivenza delle differenze, di tutte le differenze. La guerra è antagonismo; è “mors tua vita mea”. 

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Uscire dalla logica dello scontro di civiltà

  • lunedì, 12 gennaio 2015

"I fatti orrendi di Parigi dovrebbero imporre a tutti noi di ragionare alla grande, ma in questo clima sono in pochi a ragionare, soprattutto in Italia. Il livello del dibattito è deprimente". Lo dice il filosofo Massimo Cacciari.

E quale sarebbe, professore, la prima riflessione da fare?
"Negli ultimi venti-trent'anni abbiamo vissuto tutti nell'illusione che la storia potesse in qualche modo cancellare la propria dimensione tragica. Che la nostra Penisola potesse restare fuori dalle trasformazioni epocali che hanno rivoluzionato la geopolitica e prodotto una serie di conflitti (Afghanistan, Iraq, la questione irrisolta dei rapporti tra Israele e palestinesi) che anche per colpa dell'Occidente restano pesantemente irrisolti".

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Più soli e pessimisti

  • lunedì, 29 dicembre 2014

Ilvo Diamanti

Un paese spaesato. Senza riferimenti. Frustrato dai problemi economici, dall’inefficienza e dalla corruzione politica. Affaticato. E senza troppe illusioni nel futuro. È l’Italia disegnata dalla XVII indagine su “Gli Italiani e lo Stato”, condotta da Demos (per Repubblica). Pare una replica del Rapporto 2013. Se possibile: peggiorata. Tuttavia, c’è una novità: il senso di solitudine. Perché oggi, molto più che nel passato, anche recente, i cittadini si sentono “soli”. Di fronte allo Stato, alle istituzioni, alla politica. Ma anche nel lavoro. E nella stessa comunità.

1. Soli di fronte allo Stato. Valutato con fiducia dal 15% dei cittadini. Metà, rispetto al 2010, 4 punti meno di un anno fa. Un livello basso, ma non molto diverso, ormai, rispetto agli altri governi territoriali. Perché meno del 20% dei cittadini si fida delle Regioni e meno del 30% dei Comuni. Insomma siamo un Paese senza Stato, secondo le tradizioni. Ma abbiamo perduto anche il territorio. Mentre l’Europa appare sempre più lontana, visto che poco più di un italiano su quattro crede nella UE.

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Tornare indietro sulle Comunità un grave errore

L'esito dei referendum per l'accorpamento dei Comuni ci dice molte cose. Chi ha pensato all'accorpamento come l'alternativa alle Comunità di Valle (il Patt, un pezzo rilevante del PD, il centrodestra e la Lega storicamente avversi alle Comunità, ma anche chi li ha sostenuti su questa strada) si è sbagliato di grosso. L'aver in buona sostanza recentemente sterilizzato la legge di riforma dell'assetto istituzionale trentino (la LP 3/2006), tornando indietro rispetto ad una delle scelte più importanti delle ultime legislature per ridisegnare il rapporto fra la PAT e il territorio, è stato un grave errore. La nascita delle Comunità di Valle prevedeva un passaggio di competenze importanti sul piano della programmazione territoriale tanto dalla PAT alle Comunità, quanto dai Comuni alle Comunità.

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180 secondi. Le tue idee per il Trentino.

180 secondi
Riconoscere il carattere di straordinarietà dell’Autonomia trentina e saperlo alimentare attraverso un esercizio non ordinario della politica (senza buona politica, l'Autonomia diventa un giogo) e della cittadinanza, oltre i rischi contrapposti del localismo e della verticalizzazione.
Assumere questa prospettiva per andare oltre le difficoltà di un presente che sembra incapace di generare futuro. Dare senso alle sfide della grande metamorfosi provocata dalla crisi, che ci costringe a riscrivere i tradizionali codici economici, sociali e culturali.

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Oltre i 180 secondi

*Corriere del Trentino, 5 dicembre 2014

180 secondi sono un tempo brevissimo, eppure sufficiente per dire alcune cose. Dell'iniziativa proposta da Lorenzo Dellai (il prossimo 6 dicembre, a Trento) è facile elencare i possibili limiti. Questo esercizio lo praticheranno in molti, secondo un copione collaudato. Calata dall'alto, fuori tempo massimo, politicista. Con queste premesse sembrerebbe plausibile aspettarsi gli stessi risultati - non tutti esaltanti - degli ultimi esperimenti che hanno visto protagonista l'ex Presidente della Provincia di Trento. Ma è davvero questo il livello del dibattito al quale vogliamo partecipare e che siamo interessati a sostenere?

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L’Europa svilita da populismi e nazionalismi

  • venerdì, 9 maggio 2014

Nadia Urbinati

Nell'editoriale di domenica, Eugenio Scalfari commentava la riflessione di Michael Walzer sulla preoccupante discordia tra i diritti dell’uomo e i diritti del cittadino. L’Europa geo-politica riflette questa discordia, spaccata a metà anch’essa: ad est, città e nazioni che ridiventano teatro di battaglie etniche, fulminee annessioni imperiali di stati sovrani, e pratica ordinaria della forza e della minaccia della guerra; ad ovest, un’unione di stati democratici che appare sempre meno convinta di sé, divisa tra la difesa di una politica della cooperazione e dei diritti e la proclamazione della centralità degli interessi nazionali. La crisi economica rallenta lo spirito unitario e gonfia i protagonismi nazionalistici, armando movimenti neo-fascisti e propaganda populista. La regressione nazionalista che l’argomento della crisi sembra giustificare (purtroppo non solo a destra) è un segno esplicito di questa discordia tra diritti umani universali e diritti politici di cittadinanza.

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L'Europa al bivio

  • venerdì, 9 maggio 2014

Andrea Manzella

Le istituzioni non sono "cose che si mangiano", certo. Ma solo con istituzioni efficaci si possono impostare politiche che facciano "mangiare". Negli ultimi cinque tempestosi anni le istituzioni dell'Unione europea sono materialmente cambiate nelle loro funzioni. La forma è rimasta quella raccontata nei Trattati: le loro azioni e interazioni non sono più quelle di prima. Questi diversi strumenti di governo possono dar vita a politiche economiche e sociali al di là della scelta unica della austerità fiscale? Questa è la scommessa di chi vede ancora nell'Unione multistatale il solo ordinamento giuridico strutturato al mondo che possa porsi come scudo e filtro agli effetti perversi della globalizzazione. Il solo ordinamento, insomma, che possa accampare una vera "sovranità" di fronte a quella rivoluzione caotica, povera di regole e di diritti e senza storia. Una sovranità sovranazionale per riportare la politica al centro delle decisioni sul modo di vivere e d'essere delle persone nel territorio.

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Eurovisioni

  • mercoledì, 30 aprile 2014

Ugo Morelli

Caro Paul,
ti ricordi? Era l’inizio degli anni sessanta del ventesimo secolo. Ti scrissi allora per invitarti a un dialogo tra ragazzini che, seppur nati in nazioni diverse e con lingue diverse, si ritrovavano a iniziare una nuova vita in una casa comune, la nascente Comunità Economica Europea. Quel compito in classe alle medie inferiori invitava a parlare dell’Europa. Avevamo una carta geografica e i sei colori dei primi sei paesi erano in evidenza. Erano colori diversi e non capivamo bene cosa stesse accadendo. Ci sembrava comunque una bella cosa quella parola, comunità, che inventava una nuova prospettiva e ci invitava ad incontrarci. Avevamo chiesto al nostro professore di storia di prima media inferiore perché ci fosse quell’aggettivo: economica. A qualcuno di noi, e a me fra questi, sembrava una limitazione dopo un’apertura.

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Spring School 2014 / Territoriali ed europei

Scuola di formazione politica “Territoriali ed europei”

Eurovisioni. L'indignazione, il rebetiko e una nuova idea di contratto sociale
L'Europa non è il problema, bensì la chiave per affrontare un nuovo contesto.


Trento - 30 aprile, 1, 2, 3 maggio 2014

Il disegno di un'Europa politica  sta vivendo un forte appannamento. Le sue istituzioni sono viste da molti come un apparato burocratico ed un insieme di regole dettate dai poteri finanziari. Il suo allargamento è stato spesso vissuto dai cittadini dei paesi più forti come un'insidia al proprio status piuttosto che la costruzione di una casa comune. Gli stati nazionali cavalcano l'onda della paura per evitare di cedere verso l'Europa (e verso i territori) quote crescenti di sovranità. La politica si attarda a cercare soluzioni a carattere nazionale, quando invece la cifra dei problemi appare sempre più di natura sovranazionale e territoriale.

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I palazzi della politica si riprendano il potere

  • domenica, 30 marzo 2014

Zygmunt Bauman

Noi europei del Ventesimo secolo ci troviamo sospesi tra un passato pieno di orrori e un futuro distante pieno di rischi. Non possiamo sapere cosa ci aspetterà in futuro. A oggi ogni soluzione che concordiamo di fronte al succedersi di sfide e dissensi emana un’aria di temporaneità. Sembra essere, e il più delle volte dimostra infatti di essere, valida «sino a nuova comunicazione», con una clausola ad hoc che ne rende possibile la revoca, così come ad hoc sono le nostre divisioni e coalizioni, fragili e incerte. Su Le Monde del due febbraio scorso Nicolas Truong, riferendosi ai concetti espressi ripetutamente da Daniel Cohn-Bendit e Alain Finkielkraut, ha delineato due opposti scenari per il futuro della nostra convivenza, di noi europei.

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Che cos'è un popolo?

  • martedì, 25 marzo 2014

Roberto Esposito

Alla base delle difficoltà a definire il popolo, c’è un’antinomia che lo caratterizza da sempre. Esso contiene al proprio interno due poli non sovrapponibili, e anzi per certi versi contrastanti - da un lato la totalità degli individui di un organismo politico e dall’altro la sua parte esclusa. Questo secondo elemento - espresso soprattutto nell’aggettivo “popolare” - non soltanto non coincide col primo, col popolo titolare della sovranità, ma ne costituisce una potenziale minaccia interna. Come è stato ricordato anche da Agamben (Che cos’è un popolo, in Mezzi senza fine, Bollati), tale dialettica non riguarda solo le nostre democrazie, ma coinvolge fin dall’origine le istituzioni occidentali.
Se in Grecia il demos indica al medesimo tempo l’insieme dei cittadini dotati di diritti politici e i ceti più bassi della scala sociale, a Roma la stessa dialettica è riconoscibile nel rapporto tra populus e plebs - dove questa è contemporaneamente parte e resto escluso del primo. Machiavelli spesso non distingue tra popolo e moltitudine, mentre Hobbes li contrappone: a differenza della moltitudine, un popolo è tale solo quando è unificato da un sovrano.

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L'Europa al tempo dell'impopolarità

  • venerdì, 14 marzo 2014

Ilvo Diamanti

Beppe Grillo ha incitato a recuperare «l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle Due Sicilie». Perché l’Italia sarebbe solo un’arlecchinata di popoli, lingue e tradizioni. In altri termini: non esiste. Solo la Lega, fino ad oggi, si era spinta a tanto. E non a caso Matteo Salvini ha sottoscritto entusiasticamente queste affermazioni. Ma a Grillo la Lega non interessa.
E, IN fondo, non gli interessano neppure i suoi voti, visto che, in larga misura, li ha già intercettati alle elezioni dell’anno scorso. A Grillo e al suo ideologo, Gianroberto Casaleggio, interessa, piuttosto, avviare la campagna anti-europea in vista delle prossime elezioni di fine maggio. D’altronde, il legame fra il progetto anti-europeo e quello macro-federalista, spinto all’estremo, nella percezione sociale, è molto stretto.
La componente di chi ritiene che «Nord e Sud sono troppo diversi e dovrebbero andare da soli», infatti, cresce in base alla fiducia nella Ue. Nel passaggio fra il livello minore e maggiore di fiducia, raddoppia: dall’8% al 16% (sondaggio Demos, ottobre 2013).

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Del salire in politica

  • martedì, 11 marzo 2014

Natalino Irti

Non riusciamo a vivere senza l'ausilio di abilità tecniche. Gli oggetti, che ci circondano e che usiamo nella semplice quotidianità, esigono saperi specialistici. Anche il nostro corpo, la nostra struttura fisio-psichica, non può farne a meno. Questi saperi e abilità si raccolgono nel concetto di competenza: che non è un conoscere statico e contemplativo, ma un possesso dinamico di nozioni e capacità pratiche. Si è competenti a far qualcosa, a produrre un bene utile all'uomo. La competenza è sempre funzionale, cioè si esercita e dispiega in vista di uno scopo. O -che è il medesimo - la competenza è fonte di prestazioni, vendute o vendibili, idonee a soddisfare bisogni. Mentre la «formazione» dell'uomo evoca l'idea di interezza, di armonica e compiuta totalità, la competenza è sempre frazionaria e particolare. Caduta o perduta la fede in un sapere totale, restano i saperi parziali, le competenze tecniche capaci di produrre una od altra prestazione. La «specializzazione» è questo frazionarsi e moltiplicarsi dei saperi, che non si raccolgono nel vincolo di un sapere totale.

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La cura condivisa dei beni comuni

  • martedì, 4 marzo 2014

Gregorio Arena

Ci sono voluti diciassette anni, ma alla fine ci siamo riusciti!
Nel 1997, in un saggio intitolato “Introduzione all’amministrazione condivisa”, avevamo infatti ipotizzato che la nostra amministrazione pubblica stesse evolvendo verso un nuovo modello organizzativo fondato sulla collaborazione, anziché sul conflitto fra cittadini e amministrazioni.
Ebbene, pochi giorni fa la Giunta del Comune di Bologna ha approvato un regolamento intitolato proprio così: “Regolamento sulla collaborazione fra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Quella che nel 1997 era solo un’ipotesi, sia pure suffragata da qualche esempio concreto, oggi è norma.*
Per la verità c’era già stato un passaggio precedente, cruciale, senza il quale questo regolamento non avrebbe visto la luce. Quando nel 2001 fu introdotto in Costituzione all’art. 118 il principio di sussidiarietà orizzontale per noi fu evidente che quelle poche righe potevano rappresentare, forse anche al di là della consapevole volontà del legislatore, il fondamento costituzionale per il nuovo modello dell’amministrazione condivisa.

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