Welfare-Lavori

OperaioLa necessità di un nuovo welfare deriva in buona misura dalle trasformazioni avvenute sul mercato e nei rapporti di lavoro. In questo campo, il Trentino può essere luogo di innovazione delle tutele, privilegiando non gli aspetti economici e risarcitori ma quelli attivi, comunitari e promozionali.

In questi anni di crisi il welfare è tornato di moda. Generalmente (e comprensibilmente) l'accento è spostato sugli aspetti più assistenziali e protettivi, legati all'aumento della disoccupazione.

È importante però non dimenticare la necessità di una lettura diversa, "in grado di abbandonare la concezione tradizionale e statica delle politiche sociali, volta a recuperare le situazioni più difficili o a rimpiazzare i redditi perduti, per prendere in considerazione una prospettiva dinamica, attenta alle traiettorie degli individui, ai rischi cui possono andare incontro nell'economia della conoscenza, all'emergere di nuove ineguaglianze tra i sessi, le generazioni e i gruppi sociali propri delle società postindustriali" (Bruno Palier).

Una recente pubblicazione Arel (agenzia di ricerche e legislazione fondata da Nino Andreatta) è dedicata alle "riforme che mancano" e contiene "34 proposte per il welfare del futuro". Io non so cosa accadrà a livello nazionale, ma mi preme ricordare che una larga parte di quelle riforme sono già in atto o saranno discusse nei prossimi mesi in Trentino.

Faccio qualche accenno ad alcune misure legate alla dimensione del lavoro, trascurando questioni altrettanto importanti (non autosufficienze, fondi sanitari integrativi, istruzione), nella convinzione però che la necessità di questo nuovo welfare deriva in buona misura dalle trasformazioni avvenute sul mercato e nei rapporti di lavoro. Per dirla con Accornero, dalla presenza della pluralità dei "lavori, dopo la classe".

Il reddito di garanzia, attivo da ottobre 2009, stabilisce una soglia minima di reddito, modulata sulla numerosità del nucleo familiare, al di sotto della quale scatta un intervento integrativo, finanziato attraverso la fiscalità generale.

L'area di bisogno è quella delle famiglie povere, dove troviamo disoccupati senza altre forme di sostegno al reddito, working poors e nuclei numerosi con un unico componente che lavora. Il progetto di "reddito di inserimento", previsto dalla legge nazionale 328/2000, è  progressivamente scomparso dall'agenda politica, anche a seguito di esperienze mal riuscite. Se il Trentino riuscisse a rendere strutturale il reddito di garanzia, evitando/limitando abusi e trappole della povertà, farebbe del gran bene anche al livello italiano.

Le azioni straordinarie per l'occupazione, predisposte per il 2009 e affinate nel 2010, hanno permesso finora di erogare a più di 1500 disoccupati un sussidio integrativo rispetto a quanto previsto dalla normativa nazionale o un sostegno istituito appositamente, per sopperire ai buchi del sistema italiano di protezione, molto penalizzante nei confronti dei più giovani e di chi lavora in maniera discontinua. La recente delega alla Provincia in materia di ammortizzatori sociali apre nuove possibilità: innanzitutto quella di provare a disegnare un modello con una certa coerenza, attraverso l'introduzione di forme di finanziamento almeno parzialmente assicurative, responsabilizzando le imprese che oggi non versano contributi, anche al fine di disincentivare l'utilizzo di rapporti di lavoro atipici.

Quali sono i rischi? A mio avviso i rischi che corriamo sono quelli contenuti nella citazione di Palier, di realizzare cioè i nuovi provvedimenti in maniera vecchia, privilegiando gli aspetti economici e risarcitori su quelli attivi, comunitari e promozionali.

La condizione di povertà, a cui segue l'erogazione del reddito di garanzia, dipende in moltissimi casi dalla non occupazione di uno dei genitori del nucleo familiare. La normativa, giustamente, prevede che i percettori del RdG non possono rifiutare offerte di lavoro.

Ma attualmente il nostro sistema dei servizi per l'impiego è organizzato per essere in grado di farle? C'è da dubitarne.

Altra questione. Si spera che i nuovi ammortizzatori saranno costruiti secondo principi di "condizionalità" e dunque strettamente legati alla sottoscrizione, da parte del lavoratore, di "patti di servizio e di collaborazione" con percorsi obbligatori personalizzati di orientamento e formazione. Ma saremo capaci, come sistema trentino, di mobilitare risorse intellettuali adeguate per rafforzare e qualificare la rete dei soggetti che operano nel campo della formazione continua e dell'apprendimento permanente? O finiremo per produrre formazione di basso livello e inadeguata rispetto ai bisogni differenziati dei cittadini e dell'universo dei lavori?

I confronti in atto tra politica, parti sociali e amministrazione possono certamente migliorare la coesione sociale, ma rischiano pure di riprodurre liturgie e istanze corporative.

E alla fine la nostra valutazione sull'efficacia nell'attuazione della delega dovrà fare riferimento non tanto alla quantità dei sostegni economici che verranno erogati, ma alla qualità di tutto quel che ruoterà attorno, in termini di servizi, politiche attive, rapporti con le agenzie formative e responsabilità dei soggetti chiamati a guidare questo processo.

giovedì, 11 aprile 2010 - Franco Ianeselli