Autonomismo alpino

runner in montagnaQual è l’impatto di questa crisi strutturale sui territori alpini e quali saranno le conseguenze? Come spesso accade in tempi di crisi, anche la forbice delle differenze tra territori si allarga. Quel che segue è un’analisi fondata su tre punti di vista: i tagli alla spesa pubblica, la situazione economica e occupazionale e l’accentramento amministrativo. Le differenze fra i territori si faranno sentire anche in relazione alla crisi e politiche uguali per tutti sono destinate ad accentuare le disparità.

Partiamo dai tagli alla spesa pubblica, con due premesse. Anzitutto, la montagna parte già svantaggiata in termini di carenza di servizi e di dotazione infrastrutturale. In secondo luogo, i costi dei servizi procapite e quelli della realizzazione e manutenzione delle infrastrutture nonché di difesa e manutenzione del territorio nei territori montani sono molto più alti. A causa della dispersione abitativa, dell’utenza limitata e della struttura demografica della popolazione (l’indice di vecchiaia nei paesi di montagna si aggira sul 200% rispetto al 130/140 dell’intero territorio delle regioni italiane dell’arco alpino nonché della morfologia del territorio). Dico cose che a molti sembreranno scontate e per chi vive in montagna in effetti lo sono, ma basta uscire dai confini per rendersi conto di quanta sia la difficoltà a far comprendere queste elementari verità ai “cittadini”.

I tagli lineari alla spesa pubblica stanno mettendo in ginocchio i nostri enti locali e provocheranno una pesantissima contrazione dei servizi in realtà dove questi sono già carenti. Faccio un esempio: dall’inizio degli anni 2000 le Province sono titolari di entrate proprie derivanti dall’iscrizione al pubblico registro automobilistico, dalla percentuale sulla r.c auto e dalla sovrattassa sui consumi elettrici. Con l’entrata in vigore di questo primo atto di federalismo fiscale, le Province maggiormente popolate hanno visto incrementare le proprie entrate rispetto a prima, mentre quelle a bassa densità abitativa hanno continuato a vivere grazie a consistenti trasferimenti. Nel momento in cui lo stato ha operato il primo taglio lineare pari al 23,9% la ricaduta è stata per le prime del tutto assente o ininfluente, per le seconde drammatica. Su un taglio totale di 300.000 milioni la Provincia di Belluno che rappresenta in termini di popolazione circa lo 0,3% si è vista decurtare una cifra di 10.000.000 pari al 3,3% del totale. Dieci volte in più. Il 20% delle sue entrate correnti. Treviso ha avuto una taglio pari a circa l’uno per cento delle sue entrate. È facile capire con quali ripercussioni si compia questa ingiustizia nei confronti della montagna. Ma questa situazione riguarda in generale tutti i comuni e tutti i servizi erogati direttamente dallo Stato (istruzione), da società nazionali pseudo private (poste, ferrovie) e dalle regioni (sanità e sociale). Se anche il pubblico opera dentro la logica di mercato e del rapporto costi-benefici, per la montagna saranno dolori. In tanti paesi ormai non c’è più un numero di consumatori sufficiente a coprire i costi del servizio. Ne di quelli privati, come i negozi di generi alimentari, ne quelli pubblici. O si esce da questa logica mercantile o la montagna ha una sola possibilità: scendere a valle.

Veniamo alla situazione economica ed occupazionale. È vero che dai dati sull’incremento della disoccupazione nell’ultimo decennio non si nota una significativa differenza tra le province alpine e le aree metropolitane, ma si tratta, a mio avviso, di una lettura parziale e insufficiente perché non tiene conto del fatto che nelle zone montane il numero di giovani che entrano nel mercato del lavoro si assottiglia sempre di più a causa dello spopolamento e del marcato indice di invecchiamento della popolazione. Se ci si limita a leggere l’andamento dell’economia dai dati sulla disoccupazione o da quelli sul PIL, comunque drammatici, si rischia si non cogliere ciò che sta realmente avvenendo nei territori montani.

Dopo la fase degli anni 70/80 della “risalita a salmone” delle valli alpine da parte delle imprese come descritto con grande efficacia da Aldo Bonomi, ora assistiamo alla ridiscesa verso valle e alla delocalizzazione di un numero crescente di aziende. Il dato più grave è che quando muore un’impresa non ce ne sono altre che aprono. O comunque non in numero tale da compensare le dismissioni. A fronte di questa situazione si sente sempre più affermare che il futuro della montagna sta nel turismo. Affermazione banale, semplicistica e illusoria. Fare turismo è sempre più difficile, la concorrenza sempre più forte e globale, non tutte le zone montane hanno le caratteristiche per un’attività turistica consistente. Certo, si deve puntare molto sul turismo, ma questo non sarà, da solo, la panacea dei mali occupazionali e la soluzione per l’avvenire dei territori alpini.

Infine, eccoci all’accentramento amministrativo e alla riduzione degli spazi di democrazia indotti dallo stato di “guerra” in atto. I ripetuti attacchi alle autonomie, l’eliminazione di fatto di molte province, la riduzione dei margini di manovra dei comuni fanno parte di una visione di stampo centralista realizzata in nome di un crescente pseudo efficientismo di tipo aziendalistico. Questi aspetti sembrano ora i meno legati alla vita dei cittadini, ma credo che alla lunga saranno quelli decisivi. Se si dovesse procedere lungo la strada percorsa in questi anni nel nome dell’omologazione ai modelli urbani, del primato del mercato, della crescita illimitata e dell’assalto alle risorse naturali la montagna, ma in realtà il mondo, non ha via d’uscita. La risposta sta nel cambiamento dei paradigmi di riferimento, in una nuova idea di sviluppo. Per le Alpi questo significa capacità di fare sistema e non richiudersi più in sterili contrapposizioni vallive, sfruttando invece le potenzialità di una ri-collocazione delle Alpi nel contesto europeo. Un nuovo paradigma in cui lo sviluppo sia sempre più il risultato di scelte che abbiamo come protagonista il territorio nel suo insieme, a partire dalle sue conoscenze, i suoi servizi, il sistema dell’istruzione e della formazione, la qualità degli insediamenti, le reti telematiche, il sistema del credito, la cooperazione, le infrastrutture.

Fare tutto ciò richiede a mio avviso tre condizioni fondamentali: la presenza di comunità forti e coese, la realizzazione di un progetto unitario per l’intero arco alpino che rinsaldi le relazioni orizzontali tra i territori di montagna ed infine un ritorno in campo di una Politica capace di realizzare un forte e duraturo sistema di governo. Abbiamo bisogno per questo di un radicale cambio di prospettiva a livello nazionale, abbandonando l’idea – peraltro palesemente fallace – che più si accentra più si risparmia. Abbiamo bisogno di un grande progetto autonomista per e dei territori alpini. Le Alpi laboratorio economico, sociale e politico possono essere una risorsa per l’intero Paese.

Spetta alle comunità alpine e alle loro rappresentanze lanciare questa sfida per l’uscita dalla crisi. Compete alla politica nazionale saperla cogliere positivamente riconoscendo a tutti i territori alpini autonomia politica, amministrativa e finanziaria riconoscendone appieno la specificità e investendoli della responsabilità del buon uso delle risorse e delle scelte per il loro avvenire.



 

giovedì, 25 settembre 2012 - Sergio Reolon