Innovazione araba

Mondo araboA un anno e mezzo dall’avvio delle sollevazioni arabe ci si interroga sui possibili sbocchi. Tra gli effetti visibili c'è il ripristino dello spazio pubblico come luogo di confronto e scambio di idee che per molti anni era rimasto monopolio di regimi dispotici. Si assiste poi allo sgretolarsi della cultura della paura con cui si è convissuto per decenni, più o meno consapevolmente, e quindi alla riscoperta dell’influenza dell’individuo su affari pubblici e potere politico. Inoltre, agli occhi dei cittadini, degli osservatori e probabilmente dei governanti stessi, si è rivelata in modo sorprendente una molteplicità di correnti di pensiero, opinioni e punti di vista.

In questo quadro si colloca oggi il contenzioso tra i diversi attori che concorrono per la gestione dei cambiamenti e di conseguenza del potere politico. Un particolare attore politico, sociale e culturale, che sta dimostrando di avere un seguito consistente, è sicuramente il filone che fa riferimento all’Islam politico nelle sue diverse anime, tra cui la confraternita dei fratelli musulmani, la realtà sfaccettata dei movimenti salafiti, fino ad arrivare all’Islam liberale.

Ciò non avviene soltanto nei paesi che sono tuttora sotto i riflettori dei media come la Tunisia, l’Egitto, la Libia e la Siria, bensì nella totalità del mondo arabo, compresi la Mauritania, il Sudan, i paesi del Golfo e lo stesso Iraq “liberato”, che sta vivendo un endemico conflitto tra le varie componenti presenti che hanno beneficiato dell’occupazione del paese.

In sostanza notiamo che a seguito delle sollevazioni partite dalla Tunisia con la tragica vicenda di Mohammed Bouazizi nel novembre del 2010, la vita pubblica dello scenario arabo si è vivacizzata, divenendo molto più complessa.

L’Islam politico e culturale, che a causa delle persecuzioni da parte dei regimi durante tutto l’arco del ‘900 è rimasto ai margini della vita pubblica (tranne che per qualche eccezione come in Arabia Saudita), ora torna ad essere un protagonista dei processi politici. Nel passato periodo di emarginazione, quando questi movimenti si sono trovati ad avere spazi molto limitati per potersi confrontare concretamente con altri attori al fine di dibattere apertamente le questioni legate alla gestione pubblica, la gente comune si è creata prevalentemente due immagini degli esponenti dei movimenti islamici: da un lato l’immagine dei devoti perseguitati per la loro dedizione alla religione, e dall’altro quello di una combriccola di cospiratori alla ricerca del potere per imporre la propria visione del mondo.

L’attuale acquisizione di legittimità, tuttavia, implica l’assunzione di una serie di responsabilità, nel momento in cui dalle urne viene loro affidata la gestione della cosa pubblica.

Una delle sfide più urgenti sarà quella di governare i temi dell’economia e del lavoro e quindi l’individuazione e la definizione di modelli di sviluppo, ma naturalmente anche la sovranità degli Stati e la loro collocazione nel panorama geopolitico attuale. Un ulteriore tema di rilevante importanza è il rapporto tra politica e religione, tarato sulla realtà dei paesi arabi, considerando l’attuale natura molto superficiale del dibattito in atto sia da parte dei cosiddetti laici che da parte dei religiosi. Un'altra questione impellente è quella che riguarda il ruolo delle donne all’interno della società e dei loro diritti.

Si avverte, in generale, una forse eccessiva preoccupazione da parte di alcuni commentatori e osservatori, in occidente come nel mondo arabo, rispetto all’affermazione dei movimenti politici di ispirazione religiosa, in alcuni casi dovuta a pregiudizi ideologici o semplicemente ignoranza riguardo alle realtà in questione, ma in altri altri casi di tipo strumentale. Ritengo tale preoccupazione eccessiva perchè questi movimenti, pur avendo una performance elettorale significativa, si confrontano con un corpo elettorale molto diversificato e scettico. L’esperienza dei movimenti religiosi che hanno avuto accesso al potere politico in alcuni Stati ha dato risultati molto deludenti, finanche drammatici, come in Iraq e in Sudan per citarne due. Nemmeno l’Arabia Saudita, stretto alleato degli USA, rappresenta un modello di riferimento per le popolazioni dei paesi arabi.

Quindi, visto che finalmente si è aperta una dinamica di confronto politico dialettico, appare legittimo permettere di governare a chi ha ottenuto il mandato dagli elettori, i quali giudicheranno l’operato dei loro rappresentanti.

Infine, credo sia fondamentale creare le premesse affinché s’inneschino autentici processi di confronto libero e democratico all’interno di queste società, per sviluppare una propria sovranità di pensiero riguardo ad un rinnovato concetto di democrazia e di sviluppo.

giovedì, 29 giugno 2012 - Adel Jabbar