La Comunità Autonoma del Trentino

Autonomia TrentinaOggi possiamo dire che un percorso, fra Bruno Kessler e Lorenzo Dellai, si è concluso ed è necessario passare a una fase successiva dell'Autonomia, che punti al consolidamento della specialità autonomista. L'idea è quella di definire in maniera diversa la nostra realtà istituzionale: non più solo una provincia, dunque una realtà amministrativa nell'insieme di un'organizzazione centralista dello stato, seppur dotata di particolari e ingenti connotati autonomistici, ma una "Comunità Autonoma", diversa nella definizione perché diverse sono le competenze, gli assetti organizzativi, i livelli istituzionali, il patrimonio legislativo e la stessa potestà legislativa e di governo. 

Non esiste più il pericolo denunciato da Bruno Kessler di un Trentino "piccolo e solo". Oggi, piuttosto, il rischio è maggiore: quello di un Trentino che perde la sua fisionomia, destinato all'omologazione, senza confini e tratti identitari. Non più "piccolo e solo", ma con il rischio tangibile di venire "spazzato via" dall'onda di un mondo diventato piccolo e sempre più avvolgente; dove l'essere cittadini di un qualcosa di grande, ben al di là della provincia o della nazione, spesso vuol dire anche essere cittadini del niente, ovvero perdere ogni connotato di cittadinanza, di diritti e di doveri.

Questa è la sfida alla politica che si sovrappone ad altre sfide, collegate tra loro: la crisi del sistema economico e della cultura del benessere (troppo spesso inteso come semplice "ben avere"), la crisi delle relazioni sociali, la crisi di una concezione autentica dell'Autonomia (e non di convenienza o di privilegio). "Autonomia" non è qualcosa che ci è stato dato, bensì riconosciuto da accordi internazionali; l'Autonomia non deriva dall'essere terra contigua al Südtirol e non è frutto di una storia pantirolese: viene da prima, quando i trentini la chiedevano e rivendicavano, già nei primi anni dell'Ottocento, sia ad Innsbruck che a Vienna.

L'Autonomia non è un tratto identitario né il recinto domestico del "come siamo bravi"; non è il megafono per esaltare il localismo del nostro cortile; men che meno è il Pozzo di San Patrizio dove attingere a secchiate miliardi di contributi. Se così fosse, la sua fine - e la fine del Trentino - sarebbe segnata.

L'Autonomia è un modo di intendere l'essenza stessa del vivere comunitario, dei suoi rapporti, della capacità di dare e di darsi delle regole (prima ancora che di spenderne i benefici), di costruire un modello democratico inclusivo, di "vera cittadinanza": fatta di diritti e, soprattutto, di doveri. Sapendo che beneficiari e protagonisti di questa eredità storica di attitudine all'autogoverno non sono solo coloro che qui sono nati, ma tutti quelli che qui vivono. Perché, come disse una profuga istriana allontanata dalla sua casa, "la Terra non è di chi la possiede, ma di chi la ama".

Questa è la nostra Autonomia. Quella che Alcide Degasperi, prima parlamentare austriaco e poi parlamentare italiano, delineò in un comizio a Trento il 17 luglio 1919, all'indomani dell'annessione del Trentino all'Italia: "Ci si rinfaccia di voler fare del Trentino una repubblichetta. No. La nostra tendenza va semplicemente al di là di quello che c'è ora della legislazione italiana: è un progresso verso quell'assetto ideale di amministrazione che godono certe contee inglesi. Certo, col tempo, noi vorremmo arrivare a sostituire addirittura la burocrazia nei gradi superiori con uomini eletti dal popolo. Sarebbe eresia il chiedere la stessa cosa anche per l'Italia? Allora accettiamo volentieri l'accusa di eretici, giacché sentiamo che questa guerra che ha tutto sconvolto sarebbe inutile senza il trionfo delle nuove idee".

La storia dell'autonomia trentina, a partire dall'accordo Degasperi-Gruber, è segnata da tre fasi. La prima è quella del "los von Trient" e della lunga e sofferta questione dell'autonomia  delle due Province nel quadro regionale, conclusasi con il "pacchetto". La seconda fase, seguente al varo del nuovo statuto, è segnata dalla rigenerazione di un'area transfrontaliera attorno al Brennero, come chiaramente indicata anche dall'accordo di Parigi. La terza fase, infine, è segnata da un intenso lavoro di attuazione dello Statuto, conclusa con l'Accordo di Milano che definisce anche sul piano finanziario il significato dell'autonomia. Oggi possiamo dunque dire che un percorso, fra Bruno Kessler e Lorenzo Dellai, si è concluso ed è necessario passare a una fase successiva che punti al consolidamento interno nella specialità autonomista e al suo accreditamento sull'esterno. A questo proposito si possono indicare alcune linee guida. Anzitutto, ciò che possiamo definire la "filosofia dell'autonomia". Dobbiamo ripartire da quei principi per i quali l'autonomia non può essere vista con occhi rivolti solo all'indietro, ma nemmeno con occhi rivolti solo in avanti: non esiste un futuro senza un passato, ma il futuro non può essere mai la ripetizione del passato. In secondo luogo: l'etica dei comportamenti. L'autonomia non è un valore intoccabile, e non è quindi esente da valutazioni esterne: l'etica dei comportamenti - sobrietà, rigore, valori - è la base per consentire una valutazione positiva dell'autonomia sia all'interno che all'esterno. Terzo aspetto è quello che riguarda il rapporto tra l'autonomia e i cittadini. L'autonomia non fa dei trentini persone migliori delle altre, ma si fa essa stessa migliore solo nella misura in cui i trentini ne siano consapevoli. La crisi, peraltro, chiede a tutti con forza un ritorno a quello che possiamo chiamare "senso civico tradizionale": il periodo delle risorse illimitate è finito. Siamo chiamati a fare meglio con meno.

L'autonomia, dunque, si difende solo - e nella misura in cui - i trentini si dimostreranno all'altezza di questa istituzione. E la maggiore responsabilità di tutto questo spetta alla politica. L'autonomia diventa attaccabile se vengono meno i principi etici che la sostengono. Diversamente, sarà sempre più difficile limitare le conseguenze di una critica montante non solo in Italia, ma anche in Austria. Dentro questo contesto si colloca l'idea di definire in maniera diversa la realtà istituzionale della nostra Autonomia: non più solo una provincia (dunque una realtà amministrativa nell'insieme di un'organizzazione centralista dello stato), seppur dotata di particolari e ingenti connotati autonomistici; ma una "Comunità Autonoma", diversa nella definizione perché diverse sono le competenze, gli assetti organizzativi, i livelli istituzionali, il patrimonio legislativo e la stessa potestà legislativa e di governo.

Non si tratta di trasformare la nostra Provincia Autonoma in Comunità Autonoma. Si tratta di riconoscere che siamo già Comunità Autonoma e che con questa dimensione dobbiamo fare i conti e ciò richiede, anzitutto, maggiore consapevolezza e disponibilità ad assumerci ulteriori dimensioni di responsabilità. Dobbiamo dare un nuovo senso a questa Autonomia, fare in modo che essa diventi il centro di un "patto per il futuro" con le nuove generazioni, dobbiamo essere davvero in prima linea perché l'Autonomia sia davvero antidoto alla solitudine e strumento per sconfiggere, insieme, le ansie e la paura del non farcela. La crisi ci impone di essere competitivi: tenendo ferma la barra del rigore finanziario; favorendo con interventi concreti la crescita e lo sviluppo; garantendo quella coesione sociale che è presupposto dell'essere comunità. Una comunità che vogliamo solidale, competitiva, e che deve diventare una vera e propria Comunità Autonoma. Per questo è necessario un nuovo patto con il Governo di Roma per definire - oltre il patto di Milano - un rapporto definitivo per quanto riguarda le relazioni finanziarie. L'idea è quella di partecipare, certo, alle politiche di risanamento, perché il nostro destino è comunque legato a quello del nostro paese. Ma al tempo stesso, ci piace l'idea di poter contribuire non con i tagli ma assumendo nuove competenze, con un patto che ci consentirebbe di arrivare a quella forma di "Autonomia integrale" che ci porterebbe ad essere vera Comunità autonoma.

Una Comunità autonoma dove - al di là delle divisioni politiche - ci sia comunque un profondo senso di corresponsabilità, di condivisione di un'identità e di una storia. Dove proprio la politica deve rafforzare i legami e il senso di appartenenza, il senso di responsabilità e la cultura del "governo del bene comune" che è il terreno su cui si costruisce la Nuova Autonomia che necessariamente parte dal basso per poi essere codificata a livello istituzionale.

La Comunità Autonoma, così come avviene in Baviera e in Catalogna, ha bisogno che culture politiche diverse sappiano mettersi insieme, sappiano fare una grande sintesi, sappiano supportare la dimensione dell'Autonomia, sappiano avere una grande forza unitaria nei rapporti con l'esterno. Il Trentino che vuole diventare Comunità Autonoma ha davanti a sé una grande sfida. E una grande sfida ha bisogno di un grande progetto politico, non di tanti piccoli soggetti politici.

giovedì, 11 aprile 2012 - Giorgio Lunelli