L'integrazione mite

Sikh in ItaliaLampedusa: circa un anno fa, a reti unificate, si annunciava l'inizio dell'invasione dei migranti provenienti dalla Tunisia (204 al primo sbarco). La primavera araba, le furbizie politiche, i ricatti dei dittatori nordafricani e la prospettiva di un futuro migliore erano il motore del fenomeno. La gestione italiana del flusso migratorio ha reso un rivolo d'acqua una fiumana. Si è voluto infondere timore per poi rassicurare. La realtà è un'altra. Gli immigrati che giungono sulle nostre coste via mare sono solo il 10%. Per il restante 90% il processo di integrazione è spesso diverso. Invisibile e lento, contribuisce al sistema e garantisce la sopravvivenza di tipicità italiane. La loro è un'integrazione mite.

In inverno gli sbarchi diminuiscono. Lampedusa, già invisibile su ogni mappa italiana ed euromediterranea, diventa ancora più piccola di quanto non sia. Il mare mosso, troppo, i venti forti, le correnti. Tutto rassicura chi abitualmente chiude la porta di casa con tutte le mandate possibili.
Ma, per omaggiare la cultura popolare, è il caso di dire che occhio non vede, cuore non duole. La percezione della realtà e la realtà stessa sono due amiche di vecchia data che in questo periodo si tengono a notevole distanza. L'una non ha bisogno dell'altra.
I migranti che arrivano in Italia ogni giorno usano i relitti del mare solo in bassissima percentuale. Aerei, treni, grandi navi portacontainer, furgoni e TIR che valicano le Alpi sono la via privilegiata per l'arrivo nello Stivale. La maggioranza degli stranieri presenti nelle piazze, nelle strade e negli uffici amministrativi italiani non è arrivata in barca, non è passata da Lampedusa, non è così visibile come quegli altri. Eppure per loro la via è un po' diversa. Ricoperti di questo sottile velo di invisibilità, cominciano un cammino lento, darwiniano, di integrazione. Sono humus. Sono il frutto, anch'essi, di un processo di decomposizione e rielaborazione della sostanza organica di un terreno, di una terra. E, per tenere la similitudine, sono forse la parte più utile al sistema.
Loro non vengono ammassati nei centri di accoglienza, o di commiato. Non vengono schedati, catalogati, separati e spediti, al mittente o in altri luoghi. Non partono per altri centri in cui, in base alle risorse economiche disponibili, sono stipati in mille con le forze dell'ordine a guardarli o seguiti in rapporto cinque a uno (cinque "assistenti" per un migrante) con tanto di tessera per il cinema e sacchetti per imparare da subito a differenziare i rifiuti, corsi per l'apprendimento dei congiuntivi e documenti per entrare a pieno regime nell'efficienza del sistema contributivo, without representation ovviamente.
L'immigrazione invisibile duole meno a chi pende dalle labbra catodiche delle tivù generaliste o da frustrazioni politiche. L'immigrazione invisibile attiva un processo naturale, quindi lento e quindi forse più duraturo di quelli indotti e intensivi, che si trasforma in multietnicità sociale. Si trasforma in integrazione.
Un recente rapporto del Ministero dell'Interno italiano stima intorno al 10% la quantità di migranti che illegalmente arrivano nel nostro paese via mare. Il 60% del totale lo fa in economy, sorvolando i nostri cieli e le nostre telecamere puntate. Sono gli overstayers appunto. Sono anch'essi migranti, anch'essi irregolari e anch'essi sottoposti alle leggi vigenti in Italia.
Come ci arrivano? Per molti paesi, soprattutto dell'est Europa, dell'Asia o delle Americhe Latine ottenere un visto turistico (a scadenza trimestrale) non è poi così difficile. La scadenza però non è rispettata. Quel visto è quasi sempre accompagnato da un volo di sola andata per Milano, Roma, Palermo, Bari.
Arrivati qui, grazie ad una fitta rete di amici e parenti, soprattutto i pionieri del sistema, riescono a trovare un lavoro, che noi italiani gli offriamo a nero, una casa, che noi italiani gli affittiamo a nero, e attendono il successivo decreto flussi per uscire dal sommerso. Dal terreno. Dal buio. Dal nero.
Stare nella cerchia di amici e parenti è necessariamente e comprensibilmente il primo passo. Ci si sente protetti, attaccabili ma non del tutto, ci si costruisce un habitat simile a quello di appartenenza ma in un altro posto. Al lavoro poi si conosce qualcuno che ricambia il saluto e che dopo un po' ti chiede da dove
vieni e se hai una famiglia. Poi per chiamare i tuoi parenti vai in uno di quei locali gestiti solitamente da pakistani e lì si conoscono altri come te. Accendi la tv, all'inizio, solo per metterci dentro i tuoi dvd, quelli musicali in cui c'è l'omone che canta e la schiera di ballerine che ballano ininterrottamente, o collegarti tramite satellite al telegiornale del tuo paese o alle novelas preferite.
Dal cremonese, tempo fa, è rimbalzata una notizia che racconta la nuova Italia. Il sindaco di Pessina Cremonese, Daligo Malaggi, apriva un'intervista con: "I Sikh hanno salvato l'economia di questa terra. Tutto stava andando a rotoli. Nessun giovane ha voglia di lavorare con le mucche qui, soprattutto con degli orari di lavoro che ti bruciano le serate e le domeniche".
I Sikh sono indiani del Punjab. E se si scorre un elenco telefonico della provincia di Cremona, oltre ai cognomi tipici locali come Ferrari e Galli, spunta anche Singh, un tipico cognome sikh. Insediatisi nella zona negli ultimi vent'anni - e c'è da scommettere che qualcuno ne abbia avuto uno accanto in una di quelle carrette del mare che arrancano nel Mediterraneo - ed esperti nell'allevamento delle mucche, hanno preso il posto degli allevatori cremonesi prossimi alla pensione, dando continuità a ciò che è alla base del processo produttivo di uno dei formaggi più diffusi in Italia: il grana padano.
Dopo vent'anni, questi lavoratori sono diventati mariti, non sempre di donne sikh, e padri dei vicini di banco dei figli dei cremonesi. È difficile non vedere in questo processo lento la migliore forma di integrazione possibile, umana.
Nell'ultimo film di Yasemin Samdereli, "Almanya - La mia famiglia va in Germania", si racconta la storia di migrazione e integrazione di una famiglia turca in Germania. In film si chiude con questa frase: "Volevamo lavoratori e sono arrivate persone".
La Germania di oggi ha diversi rappresentanti politici turchi, principalmente nei parlamenti regionali e soprattutto nelle aree dei Verdi. La storia dell'immigrazione turca è da considerarsi un successo. La vita a fianco tra "indigeni" e immigrati procede bene. In un certo senso i turchi hanno cambiato il volto della Germania.
L'Italia ha una storia diversa, più giovane dal punto di vista dell'immigrazione. È geograficamente un braccio steso nel Mediterraneo e inevitabilmente qualcuno a quel braccio ci si attacca.
La gestione del fenomeno? Frammentata, indecisa, di propaganda, populista. La gestione dell'immigrazione italiana è la rappresentazione dell'intero paese, in cui ognuno alla fine pensa al suo orto. Le aree più piccole del paese gestiscono i flussi in maniera superefficiente (secondo il modello europeo), seppure i migranti arrivino col contagocce. I porti più famosi, Lampedusa in testa, sono costretti a sopportare e supportare uno sforzo immane, che inevitabilmente porta all'intolleranza verso chiunque, soprattutto per i flussi migratori che arrivano a secchiate.
E nei momenti di crisi si chiede l'intervento dell'Europa, che ovviamente fa anche orecchie da mercante, perché in un paese con 60 milioni di abitanti 50 mila persone in più non dovrebbero nemmeno notarsi.
La crisi economica in corso ha poi reso più difficile ogni buon proposito di armonizzazione: e se in alcuni paesi europei si adotta una politica più aperta, temendo di essere obbligati a ricevere un numero ancora più elevato di domande di accoglienza, in altri, come la Grecia, ci si rifiuta semplicemente di accogliere nuove richieste d'asilo.
Un punto di partenza possibile? Sicuramente quella legge 91/'92 che sancisce lo ius sanguinis. Già vecchia ai tempi della sua approvazione, in quanto il flusso migratorio verso l'Italia era già presente e non irrilevante - ricordiamo l'attracco della Vlora nel porto di Bari l'8 gennaio del 1991 e gli oltre ventimila migranti giunti allora -, oggi può considerarsi una norma anacronistica. Una fetta della popolazione non è rappresentata e i minori soprattutto vivono in un limbo che li rende estranei sia al diritto di essere cittadino italiano, con ciò che ne deriva, che ai doveri di appartenenza. Se proprio si fa fatica a ripensare al concetto di cittadinanza per gli adulti, nati e cresciuti oltre quelle linee bianche di cui ci siamo dotati per confinarci in qualcosa che in realtà non ci appartiene, si può cominciare dai più piccoli. Da quelli che già oggi rappresentano la nuova Italia.

giovedì, 08 febbraio 2012 - Giuseppe Marino