La memoria fragile

Arbeit Macht Frei Giovedì 26 gennaio: partenza con centinaia di giovani trentini e sudtirolesi per raggiungere Cracovia. Il Treno della Memoria ci condurrà sui luoghi simbolo dell'Olocausto. Prima di partire, metto nero su bianco alcune riflessioni che porto avanti da tempo su un tema, quello della memoria, che ho sempre considerato urgente. Il cuore di questo contributo è il valore del ricordare non come ossequio alla storia, ma come necessità imposta dall'agire politico nel presente. Lo sguardo storico non si accontenta di una rapida rotazione del capo: presuppone profondità e pazienza. La complessità del presente ci pone di fronte la sfida della comprensione del passato. Questo articolo si pone come spunto per le riflessioni che nasceranno nel corso di questa esperienza collettiva, e che condividerò nello spazio dei commenti.

Il 27 gennaio 1945 l'esercito sovietico arrivava nella discreta cittadina polacca di O?wi?cim, svelando al mondo quello che sarebbe diventato il simbolo della più brutale pagina della storia dell'umanità. Per ricordare cosa Auschwitz significò, per preservare la memoria di milioni donne e uomini uccisi dall'odio che si era fatto sistema, la società internazionale ha deciso di fissare una data, un appuntamento che dovrebbe ripetersi all'infinito nel tempo per tenere forte il ricordo di ciò che era stato: soprattutto, per fare in modo che ciò non possa accadere più.
La storia della barbarie non si è fermata ovviamente quel 27 gennaio: quanto debole fosse la memoria delle atrocità commesse dall'uomo in quel recente passato, è testimoniato da un lungo e ininterrotto filo di violenza che, passando dalle macerie di Hiroshima e Nagasaki, attraversa snodandosi tra luoghi, realtà e dimensioni diverse, gli anni che ci separano dall'Olocausto. L'umanità, che pur decise di ricordare, ha finito irrimediabilmente per rivivere le tragedie che si è imposta di non dimenticare.
Mi ostino a pensare che alla base del "ricordare" non ci possa che essere il "capire". Capire quali dinamiche portarono l'Europa, centro dello sviluppo e del progresso e cuore della cultura occidentale moderna, a diventare lo scenario della più sistematica operazione di eliminazione fisica di intere componenti della società; capire come poterono certe idee, etichettate già allora come "aberranti", non solo diventare maggioritarie nella Germania nazionalsocialista, ma determinare il senso comune in fasce ampissime della società europea; capire insomma dove si annidano le cause di una degenerazione, non isolata, della cultura occidentale, degenerazione di cui l'ideologia ripugnante del Mein Kampf non rappresenta una causa, ma un effetto, per quanto osceno.
Forse rassicurati da una distanza temporale che ci fa guardare alle immagini di allora come a bianco e neri sbiaditi, da conservare con cura ma per nulla utili nel dipanarsi delle nostre attività quotidiane, viviamo la storia riducendola alla sua funzione consolatoria: una storia che rimane memoria, abbandonando ogni capacità di diventare coscienza critica. Ricordare quindi come forma di auto-assoluzione: ricordiamo determinate vicende certi di non poterne essere noi gli attori protagonisti, esorcizzando la paura che ciò che vediamo nel passato parli di noi.
Qui credo si possa intravedere il rischio più grande di una memoria scritta solo sulla carta patinata delle celebrazioni: l'incapacità di scorgere non solo nella storia, ma nel presente in cui viviamo, i segnali di una crisi che non è certo assimilabile a contesti storici originali e irripetibili, ma che cova in grembo virus di odio e intolleranza che si preservano in forma endemica nel tessuto della nostra società. E' stato e continua ad essere superficialmente semplicistico racchiudere l'esperienza del nazionalsocialismo negli schemi dell'irrazionalità, o descrivere il suo svilupparsi come la concretizzazione della volontà di una personalità eccezionale come quella del Führer, coadiuvato dal suo gruppo di sodali. Una spiegazione utile solo, a guerra finita, a dare una risposta facilmente digeribile ad una società che desiderava con forza non tanto comprendere, ma superare un evento dai contorni indefiniti, in cui responsabilità, colpe e cause profonde si confondevano e si attorcigliavano in modo contorto ad ogni livello della vita istituzionale, politica, sociale, fin nella sfera dell'agire individuale.
George Mosse ci ha ricordato come razzismo e intolleranza non furono patrimonio esclusivo dei fanatici nazionalsocialisti, né tanto meno invenzione di questi: fu piuttosto una sorta di pulviscolo che copriva in modo indifferenziato la società, anche chi si diceva estraneo, lontano e antitetico rispetto alle teorie xenofobe e antisemite di una destra estrema che stava pian piano conquistandosi uno spazio maggioritario nella politica e nella comunità. Una delle principali vittorie dei nazisti prima della loro ascesa al potere- è sempre Mosse ad intuirlo con grande precisione- fu l'imporre e il "dirigere il dibattito sul futuro nazionale: la sinistra e il centro dovevano discutere sul terreno occupato dalla destra razzista".
Senza cadere in discutibili anacronismi, penso che una lezione di questa portata ci interroghi in modo diretto sul presente e sul futuro della società in cui viviamo: perché se è vero che i simboli con cui l'iconografia della memoria rappresenta la barbarie nazifascista sono oggi fenomeni di squallido folklore, e chi li sventola una minoranza- pur pericolosa e capace ancora di portare morte e violenza- è altrettanto vero che il livello su cui il discorso pubblico colloca la maggior parte delle questioni che la storia ci mette di fronte è un livello che non si discosta molto da quello in cui germogliarono i semi della violenza in un passato tutt'altro che remoto: il livello che privilegia l'univocità, la conservazione di un sé individuale e collettivo non meglio definito, la chiusura e la difesa dei propri confini culturali, e che genera- spesso in forme grottesche- i dibattiti politici sulla sicurezza, sul controllo del territorio, sulle problematiche dell'inclusione.
È l'accettazione ormai incondizionata di questo livello di discussione la cifra dell'incapacità della nostra società di affrontare i grandi temi usando la memoria come componente attiva della riflessione pubblica, non come orpello da utilizzare in forma neutra in occasione delle celebrazioni, ormai sempre più passaggi obbligati per la liturgia del passato e sempre meno spunto di dibattito sulle nuove forme di un cancro, quello dell'intolleranza e del razzismo, la cui diagnosi va effettuata costantemente "nelle nostre nazioni e persino in noi stessi".

giovedì, 24 gennaio 2012 - Tommaso Iori