Indignados

Acampada BC 2011Il movimento degli Indignados è stato per lo più descritto attraverso cronache giornalistiche che si limitano spesso a esaltare l'immagine della piazza e il clamore della partecipazione di massa.
Vogliamo qui analizzarne quattro aspetti molto importanti, ovvero l'organizzazione, l'ideologia, il linguaggio e la passione. La considerazione di queste dimensioni, accompagnate da alcune domande di fondo, permettono forse di svelare la complessità del fenomeno Indignados e più in generale i cambiamenti in atto nei sistemi politici di riferimento.

Dalla metà di maggio di quest'anno su giornali, telegiornali e pagine web di mezzo mondo si è diffuso rapidamente il termine indignados. Con questo termine facciamo riferimento a un variegato movimento di protesta sorto nella società civile spagnola nella primavera del 2011 e caratterizzatosi principalmente per l'interclassismo, l'a-partitismo, l'a-ideologismo e la critica della situazione politica ed economica spagnola ed europea. Il nome lo si deve a un libro del nonagenario francese Stéphane Hessel (Indignez-vous!), uscito in febbraio. In italiano potremmo tradurre questo termine con indignati, sdegnati, esacerbati, arrabbiati. Indignados, dunque. Ma per cosa? Per la corruzione in politica, per i costi della politica, per un sistema considerato l'antitesi della democrazia reale, per la gestione della crisi economica, per i drastici tagli al Welfare State, per l'assenza di prospettive per le nuove generazioni.(nota 1)
Questo è quello che è successo in Spagna, ma pare che il paese governato dall'ultima forma di socialdemocrazia che aveva saputo destare qualche speranza all'inizio del XXI secolo non sia un'eccezione. Con le ovvie differenze, l'indignazione - o meglio sarebbe chiamarla: la mobilizzazione della società civile, un termine che possiede ben altro che una semplice connotazione etica e morale - è un fenomeno globale in questo 2011. Basta dare un'occhiata a quella che sta passando alla storia come la primavera araba con le "rivoluzioni" (mi si permetta l'uso delle virgolette) di Tunisia, Egitto e Libia e con i movimenti d'opposizione ai poteri costituiti in Marocco, Algeria e Siria. O basta guardare a quello che sta succedendo in Israele, un paese non avvezzo alle manifestazioni di piazza, o alle proteste e alle mobilizzazioni in Grecia o al singolare caso dell'Islanda, che meriterebbe uno studio approfondito.
Una domanda affatto scontata è: perché proprio ora? Perché in paesi così diversi sono sorti movimenti di protesta che hanno saputo riunire un così grande numero di persone e hanno saputo riportare la gente nelle strade, riavvicinarla alla politica e alla riflessione sulla gestione della cosa pubblica? È stata solo la crisi economica? È stato solo il rendersi conto dell'anchilosamento dei sistemi politici esistenti? Se la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la gestione della crisi finanziaria esplosa nel settembre del 2008, le cause vere e proprie sono (anche) altre. E, credo, hanno a che vedere con problematiche di fondo della nostra società, che a intervalli irregolari tornano in superficie, come un fiume carsico.
E appunto qui sta il nocciolo della questione per poter cercare di comprendere il fenomeno dei cosiddetti indignados. Insomma, di cosa stiamo parlando quando parliamo di indignados? Di giovani senza futuro? Di disoccupati per colpa della crisi? Del (mal) funzionamento delle istituzioni democratiche? Della globalizzazione economica? Sì, certo. Ma non solo. Quando parliamo di indignados, in realtà stiamo parlando di almeno tre questioni cruciali per il pensiero e l'azione politica (l'organizzazione, l'ideologia ed il linguaggio) e di una quarta questione, cruciale anch'essa, ma sovente misconosciuta (la passione). A queste quattro questioni si accompagnano delle domande di fondo, indispensabili per poter ripensare euristicamente questo fenomeno e la stessa politica. E a ciò si deve buona parte dei materiali qui suggeriti.

 

1. L'organizzazione

I movimenti sorti in questi ultimi mesi sia nei paesi arabi, sia in Spagna mettono in discussione le forme classiche di organizzazione politica. Gli indignados spagnoli, ad esempio, hanno optato per una forma organizzativa non centralizzata, senza leader, orizzontale. "Siamo tutto fuorché un partito", pare il lemma. Ma nemmeno un movimento, almeno per come la scienza politica ha concepito i movimenti fino ad ora. Siamo in un'epoca post-partitica e post-movimentista, non c'è alcun dubbio al riguardo. Ma non sappiamo ancora in che epoca ci troviamo in quanto a organizzazione politica. La domanda di fondo è dunque: come organizzarsi? E, di conseguenza, chi è il soggetto in questione?(nota 2)

2. L'ideologia

Un'altra caratteristica comune ai movimenti della primavera 2011 è la loro volontà di essere a-ideologici (più che anti-ideologici), quasi che le ideologie siano maligne e si debba fuggirle, confermando quanto si sia impiantato nell'opinione pubblica il leitmotiv delle "ideologie assassine" e del Novecento come "secolo della violenza, dei genocidi e della barbarie". Le richieste dei movimenti hanno a che vedere soprattutto con problemi concreti e si caratterizzano per fare appello a grandi ideali - una "democrazia reale", ad esempio - che possono essere accettati da un ampio spettro di persone, superando i confini tradizionali di destra e sinistra. Insomma, si vuole superare il Novecento (ma senza averlo ripensato). La domanda che si pone è dunque: c'è "un possibile" a cui guardare oggi?

3. Il linguaggio

Nel recente L'insurrection qui vient (Parigi, 2007), il Comité Invisible considera che "il n'y a plus de langage pour l'expérience commune": sono le lotte che creano il linguaggio, avverte il Comité Invisible, come avvenne con la Rivoluzione francese e con quella russa. E ora? Ora pare non si stia creando linguaggio, perché non si sta "muovendo" nulla.
Non è difficile constatare come manchi un linguaggio per pensare e per fare la politica adatto a questi tempi nuovi. Effettivamente, parliamo di "movimento del 15-M", ma questo fenomeno poco ha a che vedere con i movimenti tradizionali. Continuiamo a utilizzare un linguaggio, e pure delle forme organizzative, prestateci dall'Ottocento e dal Novecento. La domanda di fondo è dunque: come possiamo pensare la politica nel XXI secolo? Con quali categorie? E, di conseguenza, di cosa parliamo? E come parliamo?

4. La passione

La passione va mano nella mano con il suo contrario, l'apatia, che è ormai considerata da tutti come il più grande male (e il più grande mito) del nostro tempo. Se ne parla sempre e comunque. I giovani sono apatici, la società è apatica. Ma quando i giovani e la società si appassionano - manifestazioni, proteste, mobilizzazioni, ecc. - sono subito bollati come violenti. Quali sono le cause di questa apatia? La società del consumo? Il benessere generalizzato? La fine delle ideologie? E, soprattutto, come uscirne senza cadere nel cosiddetto "diciannovismo", in quell'idealismo romantico tacciato di violento e molto spesso di inconcludente? Come ritrovare la passione della e per la politica?
E a questa domanda vorrei dare una risposta. Credo che innanzitutto si debba ripensare il Novecento, nei cui meandri si è persa tale passione. Ripensarlo tenendo alla larga la vulgata del secolo degli orrori e delle ideologie assassine. Ripensarlo iniziando da Machiavelli per arrivare a Gramsci (che ripesca proprio Il Principe di Machiavelli nei Quaderni dal carcere definendolo un libro di "passione politica immediata"), passando per il bel saggio di Albert O. Hirschmann sulla centralità della passioni nella produzione di alcuni fra i più osannati fondatori del pensiero razionalista occidentale (Spinoza, Hobbes, Hume, Montesquieu, Adam Smith). Ripensarlo questo maledetto Novecento come "il secolo" della passione "reale", come ha tentato di fare Alain Badiou. Perché? Perché credo che la questione della passione, ben lungi dall'essere una curiosità intellettualistica, sia il quid della politica e il minimo comun denominatore delle altre tre questioni (organizzazione, ideologia, linguaggio) di cui si è detto sopra. La passione intesa come qualcosa di opposto agli interessi, la passione come base della politica vissuta come amicizia/amore (le Politiques de l'amitié di Jacques Derrida) e non come odio (l'opposizione amico/nemico de Il concetto del ‘politico' di Carl Schmitt). In poche parole: senza passione (una passione organizzata, una passione pensata, una passione formulata) non c'è politica.

 

Note:

1) Una spiegazione dettagliata di questo fenomeno si trova in una serie di articoli pubblicati su questa stessa pagina web. Vedasi, i miei cinque articoli intitolati Che cosa succede in Spagna? Lettera da Barcellona.
2) Vedasi anche l'interessante dibattito suscitato dalla riflessione di Alessandro Branz, Partiti da rigenerare, pubblicata in questa stessa pagina web alla fine del mese d'agosto.

giovedì, 03 ottobre 2011 - Steven Forti