Costi della politica

costi politicaUn paese che è allo sbando, un parlamento che non sa guidarlo e che si occupa invece di salvare dai guai giudiziari chi lo dovrebbe governare. Una pesante crisi economica e misure di risanamento che finiscono come sempre per colpire le classi più deboli. Un paese segnato da profonde disuguaglianze e da tanti privilegi che minano alla base la credibilità della classe politica. In questa cornice parlare del costo della politica senza cadere nella retorica e nell'antipolitica è impresa difficile.

Il Trentino ha conosciuto una stagione di denuncia dei privilegi e una forte pressione mediatica che ha portato a una significativa riforma del trattamento economico dei Consiglieri regionali, ma questa nuova ondata che muove dal pantano nazionale ha investito nuovamente la nostra realtà provinciale. È cambiata la testata che guida la campagna, dall'Adige al Trentino, ma non è cambiato l'obiettivo di colpire quella che ormai è diventata nel senso comune, a torto o a ragione, una casta. Si pretende del sangue fresco, quello che si dice un segnale del concorso dei politici al risanamento delle casse pubbliche. Il fatto che la nostra regione si sia dimostrata più virtuosa di ogni altra è usato per chiedere di più.

Fino a ieri si era detto che il problema non era l'indennità ma il privilegio dei vitalizi, ora che i vitalizi sono stati cancellati si dice che bisogna ridurre l'indennità e domani si dirà che non è giustificata la diaria... chi chiede il 10 e chi chiede il 50. Una corsa senza fine anche nei toni demagogici, ma tutto questo non può esimerci dal chiederci cosa si può fare, non per rispondere alla petizione di un giornale ma per rispondere alla domanda se il costo della politica è un costo sostenibile, economicamente, socialmente, eticamente.

A me dispiace usare generalizzazioni come "i politici", troppe volte mi è capitato di sentirmi etichettato in una categoria che non ha senso per ciò che di diverso finisce per includere. Non posso però ignorare il fatto che sono trascorsi decenni nei quali la politica è scivolata in basso mentre crescevano corruzione e privilegi. Non posso ignorare il fatto che nemmeno a sinistra c'è stata la volontà di reagire e di indignarsi e che anzi, in molti casi, anche la sinistra si è prodigata a conservare i privilegi. Non è un mistero infatti che i vitalizi siano stati visti come un ristoro per la precarietà, per l'assenza di copertura previdenziale e per l'elevata contribuzione al partito. Solo che poi il ristoro è diventato un ingiustificato privilegio che è cresciuto senza conoscere limiti di tempo, di età, di importo. E di fatto la corretta rivendicazione che gli eletti dovevano avere un trattamento economico tale da garantire la loro libertà di azione è finita per tradursi in una miriade di regalie destinate a non esaurirsi nemmeno alla cessazione del mandato. E così i consiglieri regionali che via via si sono agganciati al trattamento dei parlamentari a loro volta agganciati ai privilegi dei magistrati... in una spirale senza fine.

Nel 1992, quando appena eletto scoprii i troppi privilegi dei consiglieri a fatica trovai un giornalista che pubblicasse la mia denuncia. Oggi invece i giornali fanno a gara a ricordare i  privilegi anche se nel frattempo si sono di molto attenuati. Per anni abbiamo sentito i parlamentari dire che non erano questi i problemi!

Solo ora, che è troppo tardi per essere credibili, vedo senatori elencare i privilegi di cui godono, ex consiglieri da sempre silenti scoprire gli eccessi, partiti che fanno i responsabili. Napolitano dà il buon esempio? Ma perchè non lo ha mai fatto prima? Dispiace dirlo ma chi parla di una casta in questo caso ha qualche buona ragione. Se la sono cercata, mi verrebbe da dire.

A parte la motivazione del finanziamento indiretto dei partiti e a parte il ristoro di cui sopra (che peraltro, con la cumulabilità, finiva per ristorare anche chi non ne aveva affatto bisogno), la verità è che privilegio chiama privilegio e che mantenere un privilegio anche quando non si è fatto niente per maturarlo è nella natura umana.

Allora bisogna sapere che l'ipocrisia è un rischio altrettanto forte della demagogia.

I costi della politica sono cresciuti in modo sproporzionato rispetto alla capacità della politica di dare risposte, sono cresciuti anche se non è cresciuta la democrazia e sono cresciuti anche per alimentare un sistema che conosce tutti i livelli della corruzione, da quella ridicola della gita premio a quella abnorme che contraddistingue la scena italiana.

Non vanno cancellati i costi della politica, vanno riportati alla giusta misura necessaria per la buona gestione del bene pubblico. E ognuno di questi costi deve poter essere dimostrato e giustificato. Vanno tolti i privilegi dei nostri onorevoli e a cascata quelli dei consiglieri regionali e degli amministratori di enti e società e dei dirigenti e di ogni livello della pubblica amministrazione. Non va tolta una buona indennità per chi esercita a tempo pieno funzioni di responsabilità e un riconoscimento dei costi per chi lo fa a tempo parziale, ma va tolta l'idea, purtroppo messa anche in legge, che ogni incarico vada necessariamente retribuito.

La politica dovrebbe tornare ad essere esercizio civico legato alla passione di un impegno e non occasione per fare carriera o per integrare il reddito. Il numero delle istituzioni e degli enti, dei parlamentari e degli amministratori, sia riproporzionato in ragione della adeguata rappresentanza democratica e della sobrietà. I partiti vengano riconosciuti e finanziati in misura sobria e trasparente.

Una volta il bene comune veniva governato gratuitamente e a rotazione, così da evitare ogni rischio di corruzione e privilegio. Difficile immaginarlo oggi, ma perché non coltivare almeno l'idea dell'assunzione di responsabilità politica come volontario contributo, che è propria dei tanti che si impegnano ogni giorno nella propria scuola, nella propria comunità, nella propria associazione, nel proprio partito? Poi, a chi è chiesto di più per il buon governo della cosa pubblica sia riconosciuto l'impegno, non come qualcuno propone in ragione del reddito di provenienza, ma in ragione della funzione svolta. Non è poi così difficile.

giovedì, 04 agosto 2011 - Roberto Pinter