La diversità dei Sinti

SintiL'irriducibilità della cultura romanì è sempre stata quanto di più difficile e sfuggente da indagare. L'assenza è la cifra del loro vivere nel mondo dei Gage (il nostro). In questi ultimi anni assistiamo però a un fenomeno nuovo e insolito: i Sinti in Trentino hanno deciso di proporsi attivamente sul fronte delle politiche pubbliche che li riguardano. Partecipano ai tavoli, incontrano esponenti dell'amministrazione, avanzano soluzioni. Sarebbe da sconsiderati non cogliere l'opportunità che i Sinti trentini stanno offrendo a tutta la comunità.

"Noi siamo venuti qui tre-quattro-cinquecento anni fa. Non siamo concordi su questo punto, ma abbiamo sentito dire così. Alcuni dicono: vengono da un'altra località. La questione è che anche noi discendiamo da gente di questo mondo. Infatti anche noi mangiamo e beviamo e abbiamo un sedere e un paio di occhi, proprio come tutta l'altra gente. Noi non siamo strani animali, ecco. Ed abbiamo un cuore al posto giusto come tutti gli altri".

I Sinti sono trentini da molte generazioni. Quante non si sa con precisione, ma forse non ha nemmeno tanto senso indagarlo. Di certo questa comunità è il frutto di un rallentamento del movimento di transito di gruppi romanì a cavallo dell'arco alpino, in particolare tra mondo germanofono e il nord della penisola italiana. Non è una comunità monolitica e riconducibile ad unità: si può parlare in modo più corretto di una rete di famiglie, o meglio di clan familiari, accomunati dall'aver fatto del Trentino e del Sudtirolo terra di residenza abituale. L'ossessione di garantire un'origine precisa è figlia della nostra ansia tassonomica, non certo delle necessità identitarie dei Sinti. Chiederemmo al nostro vicino di casa cosa facessero e dove vivessero i suoi antenati qualche secolo fa, prima di far calare su di lui l'accetta della categorizzazione? No di certo. Ci basterebbe sapere dove è nato per riuscire a "nominarlo": terrone, crucco, straniero. Nominati e collocati: ad ognuno un posto nel mondo, nel nostro mondo dove c'è posto per tutti, terroni, crucchi e stranieri, opportunamente collocati.

I Sinti invece ci sfuggono. Chi sono e perché diavolo sono tanto diversi? Vivono nei campi, dormono in roulotte, sono nomadi. Difficile porre come argomento di discussione che solo un terzo di Sinti e Rom in Italia vive nei campi. Ancora più difficile spiegare che i campi non hanno niente a che vedere con la cultura romanì. I Gage (noi) non hanno mai interpretato davvero i Sinti: si sono limitati a costruirne un'immagine da applicare indiscriminatamente in ogni occasione. E non sono solo i razzisti ad utilizzare questa forma di categorizzazione: i germi dello stereotipo si trovano anche nel pensiero neoromantico che vuole lo zingaro "figlio del vento", mitico residuo di un'idealizzata, passata libertà. Un po' dei buoni selvaggi da guardare con un misto di ammirazione e invidia, ma dal morbido calore di un salotto. Ovviamente essere "zingari" non ha nulla a che vedere con tutto questo. L'irriducibilità della cultura romanì è quanto di più difficile e sfuggente da indagare. L'assenza è la cifra del loro vivere nel mondo dei Gage: assenza "dalle attività che propongono e vogliono imporre i Gage", assenza "dalle istanze pubbliche in cui si è invitati...": "...come se la più piccola falla, la più piccola presa offerta ai Gage potesse essere fatale". Assenza che non è impotenza, ma appropriazione, e su questo tema rimandiamo al bel libro di Patrick Williams.

In questi ultimi anni assistiamo però ad un fenomeno nuovo e insolito: i Sinti in Trentino hanno deciso di proporsi attivamente sul fronte delle politiche pubbliche che li riguardano. Partecipano ai tavoli, incontrano esponenti dell'amministrazione, avanzano soluzioni. Sarebbe da sconsiderati non cogliere rapidamente l'opportunità che i Sinti trentini stanno offrendo a tutta la comunità. Una falla, una piccola apertura che con insolita disponibilità accettano di operare sulla loro integrità: ci stanno dicendo "ecco, siamo disposti a svelarci pur di garantirci le condizioni per riprodurre la nostra identità". Si rendono conto che l'esperienza del campo non è più solo una schifezza dal punto di vista della qualità della vita, ma è uno scalpello con cui i Gage hanno progressivamente scalfito la cultura sinta e i meccanismi di riproduzione che la contraddistinguevano, permettendole di superare originalmente secoli di compresenza nel mondo dei Gage. Nei campi nomadi abbiamo confinato i nostri fantasmi, ciò che immaginiamo siano gli Zingari, le nostre categorie. Ma loro sono altra cosa e non vogliono diventare ciò che pensiamo che siano. Vogliono continuare ad essere Sinti, reinventando la loro presenza e rimodellando la loro civiltà come hanno sempre fatto, "in seno alle società occidentali come circostanziale e pura differenza". Uno dei famosi pilastri della nostra Autonomia è costruito sull'esigenza di garantire adeguate forme di tutela alle minoranze presenti sul territorio. Alla base di questo, una classificazione a prova di bomba, etnicamente e culturalmente, di quei "diversi" che vanno tutelati. In senso positivo ("vi tutelo perché diversi"), o negativo ("vi marginalizzo perché diversi"), la riconoscibilità della diversità è stabilita in senso autoritario: decide comunque la società maggioritaria se sei diverso, quanto lo sei e come devi esserlo. Oggi però la tutela sembra quasi un accanimento terapeutico su diversità tenute in vita con l'ossigeno forzato, e la marginalizzazione è senza alcun dubbio un'inaccettabile forma di discriminazione. Forse è arrivato il momento di rinunciare alla classificazione e di garantire a tutti la possibilità di definire la propria identità liberamente, evitando di cristallizzare unilateralmente le rigide categorie della diversità.

 

P.s. la frase iniziale è stata pronunciata da un abitante della Valle dei Mocheni nel convegno "La Valle del Fersina e le isole linguistiche di origine tedesca nel Trentino", nel 1978, quando per la prima volta i "diversi" decisero di parlare.

giovedì, 04 aprile 2011 - Tommaso Iori e Mattia Pelli