Cittadinanza euromediterranea

Elaborazione graficaUn progetto politico, l'Europa, che i padri fondatori immaginavano come insieme di minoranze, federativa, senza i propositi di egemonia che l'hanno portata alle guerre e ai campi di sterminio. Non uno spazio anestetico, che ci metta al riparo dalle contraddizioni, ma un luogo che sa ascoltare, che prova a scrutare l'orizzonte, che si mette in gioco predisponendosi al cambiamento.

Non si può far finta che non ci sia, esorcizzandolo. Il fango è parte del nostro presente. Difficile pensare di restarne fuori, gli schizzi arrivano dappertutto. Abitare i conflitti, vado dicendo da tempo, sporcarsi le mani, compromettersi. Ma...

Quel metro quadrato di prato fiorito è l'aria, lo spazio del vivere, la ricerca della pace. Non la pace dell'ingenuità, dell'amore che trascende l'intelligenza, ma quella che ci viene dal concepire la vita come una tragedia.  

Vorrei proprio partire da qui, dall'ultimo commento di Ugo Morelli, «da quella bellezza di cui siamo qui ed ora capaci » per interrogarci sulle paure del nostro tempo e per cercare qualche risposta nei dettagli della storia, nei suoi rivolgimenti, imparando dai conflitti provando finalmente ad elaborarli piuttosto che mettersi dalla parte del rancore, cercando quel che siamo non in sottrazione ma negli intrecci che ci hanno portati fin qui.

Quel prato è un po' come questo blog, uno spazio in libertà, civile, che non rincorre gli avvenimenti, che prova a ridare un'agenda alla politica. E' un po' come lo spazio di racconto che il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ha proposto nei giorni scorsi.

Perché questo vuole essere "Cittadinanza Euromediterranea": un percorso fatto di storie non raccontate, di saperi venuti dal mare, di pensieri privi di cittadinanza e di geografie da scoprire. Quattro itinerari che cercano di andare alle radici di quel che siamo, per comprendere che ogni identità è in divenire o muore per mancanza di nutrimento.

Eppure per salvaguardarla pensiamo si debbano costruire mura di separazione, ci chiudiamo a riccio in difesa di quel che crediamo di essere e di ciò che abbiamo, guardiamo all'incertezza del futuro con apprensione e paura. E' già accaduto in passato, accade in ogni passaggio cruciale. Richiede capacità di indagine sulla storia e sguardi aperti al cambiamento.

Una strada ci porta al rancore e alla solitudine. L'altra ci interroga sul pane che - come ha scritto Enzo Bianchi nella prefazione dell'ultimo libro di Predrag Matvejevi? - per essere "nostro" dev'essere condiviso. Altrimenti cessa di essere pane, assume le sembianze dello scontro di civiltà in nome del quale l'acqua, le sementi, il petrolio... diventano beni privati anziché comuni.

Ci siamo proposti la strada del pane. Proveremo ad indagare la storia e le sue fratture, a cominciare da quando Europa spostò il proprio sguardo altrove, dimenticandosi delle sue stesse origini fenicie. Quel passaggio cruciale di cui ci ha parlato Fernand Braudel, non solo per descrivere quel che avvenne nel XV secolo ma per avvertirci che avremmo dovuto ricominciare da lì, per provare finalmente a ricomporla quella frattura fra oriente e occidente.

Racconteremo dettagli clamorosi che non si trovano nei libri di storia, chiusi come siamo nella narrazione dei vincitori. O di vite perdute fra grandi speranze e profondi abissi. Scopriremo assonanze di suoni e di sapori, per mettere alla prova le appartenenze più tenaci. Cercheremo di interrogarci sui "pensieri altri", uccisi dalle vulgate che ancora incombono. Andremo a vedere come i luoghi comuni deformino le geografie.

Sì, decostruire l'immaginario per cercare di rimettere in moto l'Europa. Un progetto politico, l'Europa, che i padri fondatori immaginavano come insieme di minoranze, federativa, senza i propositi di egemonia che l'hanno portata alle guerre e ai campi di sterminio. L'Europa come proposta di dialogo fra culture, che riprende il cammino con il suo mare. Una proposta di pace. Non la pace che rimuove i conflitti, bensì quella malgrado i conflitti. Non uno spazio anestetico, che ci metta al riparo dalle contraddizioni, ma un luogo che sa ascoltare, che prova a scrutare l'orizzonte, che si mette in gioco predisponendosi al cambiamento.

Quel prato fiorito è, insomma, un progetto politico che richiede uno scarto di pensiero.

giovedì, 06 ottobre 2010 - Michele Nardelli