Montagne

Questa torrida estate ci invita a sognare lunghi soggiorni in montagna e stimola una domanda: le montagne sono un semplice corrugamento della crosta terrestre, una barriera all’orizzonte degli uomini, un mero dato geografico? No, per fortuna. L’universo delle montagne rappresenta un insieme di valori, un sistema di riferimenti che caratterizza la vita quotidiana di milioni di uomini e donne.

Le montagne sono state e per molti sono ancora qualcosa di diverso, di utile, di attuale. Potremmo partire, di nuovo, proprio dalla geografia per ricordarci che le montagne sono lo scrigno delle acque e della biodiversità, patrimoni collettivi ed invendibili.
Le montagne, con il loro apparente “immobilismo”, con l’irridente grandezza di fronte alla dimensione minuscola della specie umana riportano gli uomini alla loro dimensione di finitezza temporale. Le montagne ripropongono dunque il principio del limite, la cui valenza è di estrema attualità. Stiamo esaurendo le risorse del Pianeta senza tenere in debito conto che tante e tante generazioni verranno dopo di noi. Dobbiamo sentire su di noi i loro occhi, le loro aspettative, le loro esigenze di poter contare su risorse disponibili e non compromesse. Questo sarà possibile solo se sapremo riappropriarci proprio del principio del limite e lo sapremo fare nostro, praticandolo nel quotidiano.
Ma le montagne educano anche alla solidarietà, poiché in ambienti difficili è l’unione delle forze la soluzione dei problemi. Le secolari carte di regola che hanno governato per un lungo periodo le comunità della montagna alpina sono una straordinaria testimonianza di come l’utilizzo dei beni ambientali, beni collettivi per antonomasia, dovesse essere regolato in maniera concertata.
Oggi possiamo distinguere nitidamente montagne da montagne, per livelli di ricchezza, per stili di vita, per conservazione della natura e della cultura. Ci sono, come scrive Mauro Corona, “montagne dove nevica firmato” ed altre dove regnano ancora la solitudine,  l’abbandono, il degrado fisico e sociale.
Ma le montagne possono dare nuovo valore al futuro, ai modelli di sviluppo. Ed in questo processo anche dalle “nostre” regioni di montagna, dalle Alpi nuovamente al centro di iniziative per una loro visione come “regione autonoma” nel cuore dell’Europa (si legga ad esempio l’ultimo contributo di Morandini e Reolon), possono iniziare discorsi concreti.
Io credo che prima o poi le Alpi diverranno “regione autonoma” d’Europa e, da Grenoble a Vienna, Patrimonio dell’Umanità. Circa 14 milioni di abitanti in poco meno di duecentomila chilometri quadrati, divisi da molti confini per fortuna sempre meno rigidi, ma uniti da una natura comune – l’area di biodiversità più grande d’Europa – da tradizioni e stili di vita incredibilmente vicini e da una civiltà che, come scriveva Paul Guichonnet nell’opera “Storia e civiltà delle Alpi”, “è fondata sulla libera determinazione delle collettività locali, autonome e responsabili”. Così l’arco alpino (le “Alpi-aperte”) – concludeva il grande studioso – “non sarà più uno spazio alienato, colonizzato, assistito, ne’ una merce: montagna, neve e parchi naturali, la cui promozione avviene sul mercato del consumismo turistico. Le Alpi, terra di grandezza e di fatica, riunendo fra loro tradizione e rinnovamento, saranno anche la terra di una libertà riconquistata, nella fiducia in un destino originale”. Un altro studioso delle Alpi, Werner Baetzing, scrive nel suo lavoro “Le Alpi: una regione unica al centro dell’Europa” che le nostre montagne possono diventare – con l’acqua e le biomasse, con la natura e la cultura – il “battistrada” per l’intero continente. “Perché in passato, proprio prendendo a modello le Alpi, l’Europa ha sviluppato la propria concezione della natura e dell’ambiente… sempre facendo riferimento alle Alpi si potrebbero discutere con particolare vigore anche le questioni di fondo dello sviluppo sostenibile, affinché una tematica così importante non venga codificata solo in base a considerazioni astratte, ma contenga in sé la chiarezza materiale e il fascino emozionale propri delle Alpi”.
“La lezione più alta che viene dai popoli montanari – ha scritto infine lo storico Luigi Zanzi nell’opera “Le Alpi nella storia d’Europa” – è quella di una cultura in cui le priorità della “qualità della vita” coincidano con scelte di un’etica consapevole della propria radice ambientale e della propria storia”. La civiltà delle Alpi è cresciuta sul valore dell’intesa e della pace con la natura. Le popolazioni delle Alpi sono oggi la vera “minoranza d’Europa”; una minoranza non etnica, storica o nazionale, ma una minoranza ambientale, multiculturale e multi linguistica. Un tesoro di diversità che può diventare il riferimento per le politiche del futuro e fare delle Alpi, come proposto dalla Cipra, la prima regione con uno sviluppo rispettoso del futuro e del clima. Oggi ci sono gli strumenti, anche politici: la Convenzione delle Alpi, tristemente inattuata in Italia con i suoi protocolli e le dichiarazioni ci indica la strada. Porta la data del 14 ottobre 1999 la legge di recepimento della Convenzione, accordo firmato addirittura nel 1991. Poco, troppo poco è stato fatto finora per dare seguito a quegli impegni. Non solo da Roma, ma anche da Trento, Bolzano ed Innsbruck. Questa sì che sarebbe una politica a favore delle Alpi. E delle montagne del Pianeta. “Il futuro appartiene a chi vuole partecipare attivamente alla sua costruzione”, ha scritto il presidente della Cipra, Dominik Siegrist nell’introduzione del terzo, interessantissimo, Rapporto sullo stato delle Alpi. Un invito per tutti i montanari di nascita o di adozione a farsi portatori, ogni giorno, di un modo di vedere e di “gestire” il mondo più responsabile, più rispettoso dell’ambiente e delle persone che vivono qui ed ora, ma anche nei millenni a venire! Questo insegnano le montagne, a tutte le latitudini e con tutti i climi possibili.

giovedì, 18 luglio 2010 - Roberto Bombarda