Tornare ad essere laboratorio politico

Faccio fatica a riconoscermi nella politica che c'è. Abbiamo provato in questi anni a sparigliare le carte nell'obiettivo di dar vita a nuove sintesi politico culturali, dovendoci al fine arrendere di fronte alle derive di una politica che ha pensato al cambiamento più come accettazione dell'ineluttabilità di un mondo segnato dalla diseguaglianza e dal potere del più forte piuttosto che nella ricerca di nuove strade di liberazione umana. Altri ci provano ancora, malgrado tutto, per non lasciare il campo libero a tali derive. Per chi come me l'impegno politico ha rappresentato una ragione di vita non è facile alzare bandiera bianca. Qualcuno, a dispetto delle stagioni delle nostre stesse esistenze, mi sprona nel ricominciare, anche in relazione alla rapida metamorfosi di quella sperimentazione che solo qualche anno fa, in uno dei miei interventi sulla legge finanziaria, avevo definito come “anomalia politica trentina”.

A tali sollecitazioni, non nuove per chi da tempo ragiona “oltre il PD” nella direzione di un soggetto politico insieme “territoriale ed europeo”, vorrei rispondere che tutto questo richiede pazienza. Nel senso che ha più a che fare con il rinnovamento delle categorie del pensiero che non con l'improvvisazione, la rincorsa di scadenze elettorali o con l'aggregazione degli scontenti. Pazienza, dunque, specie in un tempo dove nel giro di pochi mesi si macinano leadership, progettualità politiche che si vorrebbero innovative, conversioni al vento che tira, alleanze, proposte di governo.

Se per un attimo guardiamo a ritroso c'è da rimanere sconcertati da tanta volatilità. Era il dicembre del 2012, ovvero due anni fa tondi tondi, quando le elezioni primarie del centrosinistra indicarono a grande maggioranza in Pierluigi Bersani il candidato premier nelle elezioni che si sarebbero tenute la primavera successiva, distanziando di oltre venti punti l'allora sindaco di Firenze Matteo Renzi. Quel che avvenne dopo ce lo ricordiamo tutti: una brutta campagna elettorale, il PD che vince ma di pochissimo e solo con i voti provenienti dall'estero, la grande rimonta di Berlusconi dato per morto solo qualche mese prima, l'exploit del Movimento 5 Stelle che nei voti nazionali diviene il primo partito, Rivoluzione civile del magistrato Antonio Ingroia che non raggiunge la soglia di ingresso in Parlamento per poi svanire come neve al sole. La difficoltà di formare un governo, il pasticcio delle elezioni per il Presidente della Repubblica e la bocciatura grazie al voto segreto (i famosi 101 voti mancanti) di Romano Prodi, la rinuncia di Bersani, l'elezione a termine di Giorgio Napolitano, la nomina di Epifani a segretario ad interim del PD, il formarsi del governo di unità nazionale di Enrico Letta, le primarie del PD che eleggono segretario Matteo Renzi il quale ancora fresco di elezione dice a Letta “stai sereno” per poi prenderne il posto. Nasce il governo Renzi, suffragato di lì a breve dal risultato delle elezioni europee quando il PD supera inaspettatamente il 40% dei voti a fronte però di una forte perdita di voti assoluti dovuta ad una partecipazione al voto mai così bassa in Italia. In questo lasso di tempo il partito di Monti fa a tempo a nascere e a scomparire, Grillo a rappresentare un elettore su quattro ma anche ad iniziare il suo declino perdendo per strada decine di parlamentari, la Lega a dilaniarsi nelle beghe di potere interne al Carroccio e a riprendere consenso anche fuori dalle sue roccaforti intercettando il vento della paura. Pochi mesi e il governo Renzi mostra le prime crepe: puntando tutto su una ripresa che, nonostante manovre populiste come quella sugli 80 euro e gli sgravi alle imprese, tarda ad arrivare e – se la crisi è strutturale – non arriverà.

Il Trentino non è da meno. In questo stesso arco di tempo volge a conclusione la presidenza di Lorenzo Dellai, Alberto Pacher rinuncia ad un mandato che sarebbe apparso naturale, il candidato di uno dei partiti minori della coalizione vince le primarie e il Trentino, nonostante la compagine di governo sia la stessa, cambia verso. Fine dell'anomalia. Sullo sfondo le prime dimissioni di un pontefice e l'elezione di un Papa che viene “dalla fine del mondo”, il riesplodere del Vicino Oriente come onda lunga di uno “scontro di civiltà” che s'invera nei bombardamenti dell'Occidente, il riapparire della guerra in Europa e nel Mediterraneo, il declino di Barack Obama... Solo ventiquattro mesi, come rincorrere il vento. Per questo è necessario riprendere il passo del montanaro. Una politica che sia capace di interpretare questo nostro tempo richiede innanzitutto la capacità di mettere a fuoco il presente, nuovi sguardi in grado di assumere consapevolezza verso l'interdipendenza, far propria la coscienza di limite, leggere il tramonto degli stati nazionali e la fine del monopolio statuale della forza... E quel che tutto ciò significa sul piano della progettualità e dell'agire politico, nel mettere in discussione i mantra che ancora ne condizionano le scelte (penso al tema della crescita) o nell'assumere l'Europa e il Mediterraneo come altrettanti orizzonti sovranazionali. Una sperimentazione che sul piano locale significa tornare ad essere laboratorio politico originale, evitando omologazione al contesto nazionale e al tempo stesso localismi, capace cioè di coltivare l'autonomia come cultura e pratica di autogoverno responsabile, aperta all'Europa e alle sue macroregioni, alla solidarietà globale attraverso un sistema diffuso di relazioni fondate sulla reciprocità.  

Ecco perché occorre darsi il tempo, nell'indagare le nostre categorie concettuali come nell'affrontare le sfide di un tempo inedito, se non vogliamo che l'improvvisazione e le emergenze ci travolgano. Ecco perché guardo con interesse a quel che può venire dalle forme di sperimentazione che si sono avviate in Trentino tanto con l'esperienza di “Politica Responsabile” come con i “180 secondi di Sanbapolis”. O altrove, nelle forme più varie e inedite, lungo le terre alte e sole che la politica non sa vedere. Non servono giochi di prestigio, bensì riprendere il cammino che iniziammo più di vent'anni fa. Se vogliamo che la politica possa riconciliarsi con le idee è bene ripensare l'una e le altre, in percorsi distesi e scevri da scadenze o destini personali. "Il piacere del pensare pulito, l'ebbrezza della creazione politica" come scriveva Altiero Spinelli nel lasciare Ventotene: un impegno non banale, un augurio per l'anno che viene.

giovedì, 29 dicembre 2014 - Michele Nardelli