Tornare indietro sulle Comunità un grave errore

L'esito dei referendum per l'accorpamento dei Comuni ci dice molte cose. Chi ha pensato all'accorpamento come l'alternativa alle Comunità di Valle (il Patt, un pezzo rilevante del PD, il centrodestra e la Lega storicamente avversi alle Comunità, ma anche chi li ha sostenuti su questa strada) si è sbagliato di grosso. L'aver in buona sostanza recentemente sterilizzato la legge di riforma dell'assetto istituzionale trentino (la LP 3/2006), tornando indietro rispetto ad una delle scelte più importanti delle ultime legislature per ridisegnare il rapporto fra la PAT e il territorio, è stato un grave errore. La nascita delle Comunità di Valle prevedeva un passaggio di competenze importanti sul piano della programmazione territoriale tanto dalla PAT alle Comunità, quanto dai Comuni alle Comunità.

L'obiettivo era quello di smagrire una Provincia che andava verso l'autonomia integrale (quindi carica di nuove competenze), dislocando poteri veri (e responsabilità) verso il basso e, allo stesso tempo, riunire le competenze di programmazione dai Comuni verso le Comunità, evitando la proliferazione di poteri (e di spesa) davvero fuori luogo, pur mantenendo ai Comuni il loro ruolo di coesione sociale e culturale. Errori certo non sono mancati (di natura tecnica e politica), primo fra tutti il non aver compreso che le grandi riforme richiedono anche un forte sostegno sociale e culturale e che non sarebbe bastata l'approvazione formale.

E infatti contro quella riforma si sono saldate diverse forme di resistenza (oltre a quelle espresse dal composito fronte politico avverso): l'apparato burocratico provinciale che non voleva cedere potere e personale verso il basso, né adeguare conseguentemente l'assetto dirigenziale della PAT; i poteri locali che avrebbero dovuto rinunciare a competenze di gestione del territorio talvolta connesse al voto di scambio e subire una forte cura dimagrante; le corporazioni legate a questi due livelli di potere; i dipendenti che non intendevano rinunciare alle proprie prerogative consolidate (e spesso le loro corporazioni sindacali); l'oggettiva difficoltà a far lavorare insieme e connettere ambiti e interessi che non l'avevano mai fatto prima...
Posso dire di aver visto con i miei occhi durante la scorsa legislatura innumerevoli interessi mobilitarsi per fare lobby verso i (troppi) consiglieri provinciali disponibili a farsi tirare per la giacchetta, operazione del tutto trasversale agli schieramenti, per far naufragare la legge sulle Comunità di Valle. Come non vedere che l'obiettivo di far saltare le Comunità, che pure avevano saputo resistere al referendum abrogativo promosso dalla Lega, avrebbe assunto un forte valore simbolico di discontinuità rispetto all'era Dellai? E così è stato.

Personalmente non ho nulla contro l'accorpamento, purché avvenga dal basso e cioè per libera scelta dei Comuni. Sono infatti convinto che se il Trentino ha visto attenuati i fenomeni di spaesamento che in questi vent'anni abbiamo registrato altrove, lo si deve anche alla formidabile rete partecipativa rappresentata fra l'altro dai duecento e passa Comuni trentini, quali fattori di identificazione e di coesione territoriale. Al tempo stesso mi è parso evidente che l'accelerazione alla loro unificazione si è configurata in questi mesi come parte integrante del disegno di demolizione delle Comunità. Come non credo sia affatto casuale che oggi il presidente Rossi non abbia dedicato alle Comunità nemmeno una riga della sua relazione al Bilancio provinciale 2015 – 2017. Ora la bocciatura delle due principali aggregazioni sulle quattro che avrebbero dovuto nascere domenica 14 dicembre. Non c'è nulla di cui rallegrarsi, le motivazioni della bocciatura sono molteplici e non sempre nobili. C'è solo di che riflettere.

 

giovedì, 16 dicembre 2014 - Michele Nardelli