Il mutamento che disorientò la sinistra

Paolo Franchi

Riprendiamoci la vita: sembra un vecchio slogan di Lotta Continua degli anni Settanta, o un richiamo a un celebre, bellissimo film di propaganda, A nous la vie , che Jean Renoir realizzò per il Pcf al tempo del Fronte popolare francese. Invece è il titolo di un libro di Alfredo Reichlin, in libreria da domani per la casa editrice Eir. Un titolo curioso per le riflessioni di un uomo politico ormai giunto alla soglia dei novant’anni. Spiegabile, però, perché i suoi pensieri (non le sue memorie, non il bilancio della sua vita prima di dirigente comunista, poi di padre nobile del Pds e del Pd pre-renziano) Reichlin li affida ai nipoti poco più che ragazzi: sono loro e quelli come loro, non lui, che la vita dovrebbero riprendersela. Restituendo un futuro a se stessi, e un senso a una parola, sinistra, che sembra averlo smarrito da un pezzo.

Già. Ma da quando? Reichlin non ha dubbi. La sconfitta (anzi: «il collasso») affonda le sue radici fin negli anni Settanta. Quando la sinistra, in Italia, in Europa e nel mondo scambiò una «rivoluzione conservatrice» destinata a cambiare i paradigmi dell’economia, della società e della politica per una controffensiva di destra come tante ce ne erano state in passato o, peggio, le fu culturalmente subalterna. Nonostante a essere messa pesantemente sotto attacco, in tutto l’Occidente, fosse la sua principale conquista, e cioè quel compromesso democratico tra capitale e lavoro che, seppure in forme assai diverse da Paese a Paese, e talvolta, come in Italia, a dire poco discutibili, era stato, nel secondo dopoguerra, la base dello Stato sociale. Cominciò a prendere forma allora, è in sintesi estrema il ragionamento di Reichlin, un cambiamento profondo della natura stessa del capitalismo (sempre più finanziario, sempre meno produttivo), destinato ad accentuarsi oltre misura con la globalizzazione, che, già prima della grande crisi di questi ultimi anni, si è portato appresso come conseguenza quasi naturale la crescita inaudita delle diseguaglianze, e l’avvento di società più povere, più ingiuste, nelle quali il lavoro, quando c’è, torna a essere soltanto una merce.
Reichlin è uno di quegli uomini della sinistra italiana che si sono sempre vantati, anche troppo, di pensare in grande, di volare alto e di guardare al profondo. Non stupisce, quindi, che, provando a rendere ai più giovani il senso del fallimento di questi decenni, insista soprattutto, sul deficit di pensiero della propria parte, divisa tra chi si è illuso di salvare in qualche modo il salvabile, arroccandosi in una guerra di resistenza destinata alla sconfitta, e chi si è convinto che questo sia, se non il migliore dei mondi possibili, quanto meno l’unico immaginabile da qui all’eternità. È inutile, sostiene, affettare virtuose indignazioni di fronte al dilagare dei populismi: se non nutre e non fa vivere una propria autonoma «idea di società», che non può certo essere né comunista né socialdemocratica in senso classico, ma non può nemmeno non avere a fondamento il lavoro, la sinistra semplicemente non esiste o è, quanto meno, ininfluente.
È difficile, almeno per chi scrive, dargli torto. Ma lo è altrettanto, e forse di più, immaginare come possano ricostruirla i nipoti, un’«idea di società», se l’eredità è questa che, impietosamente e anche un po’ angosciosamente, Reichlin tratteggia. Manca all’appello la generazione di mezzo: il compito grande e terribile di attraversare il deserto toccava in realtà ai genitori dei ragazzi di oggi. Si sono guardati bene dal farsene carico. E questo li rende più colpevoli, e più insinceri, di nonni che, comunque, la loro parte la hanno fatta.

*Corriere della Sera, 9 dicembre 2014

giovedì, 10 dicembre 2014 -