John Locke e David Hume si contendono l’Unione

Ian Buruma


Stando agli ultimi sondaggi nelle elezioni europee di fine mese cresceranno molto i partiti populisti di destra, accomunati tra loro dall’avversione per l’Unione Europea, e vedranno affermarsi in particolare il Fronte nazionale francese, il Partito per la libertà dei Paesi Bassi e l’Ukip britannico. Anche se la destra euroscettica non otterrà la maggioranza dei seggi del nuovo Parlamento, la sua forza collettiva indebolisce la causa dell’unità europea. Come mai un progetto nato tra tante speranze all’indomani della Seconda guerra mondiale oggi incontra una simile resistenza?
Il successo del populismo di destra in Europa non rappresenta solo una reazione alla Ue, ma si inserisce in un’ondata di proteste contro le élite della sinistra liberal, considerate responsabili di molte fonti di inquietudine: l’immigrazione, l’incertezza dell’economia, l’estremismo islamico e, naturalmente, la presunta egemonia dell’“eurocrazia” a Bruxelles.

Al pari dei sostenitori del Tea Party negli Stati Uniti, alcuni europei ritengono che il loro Paese gli sia stato sottratto. La gente si sente politicamente impotente ed è convinta che se solo potessimo tornare a fare i padroni a casa nostra le cose andrebbero certamente meglio. All'indomani della catastrofe delle due Guerre mondiali, dal 1945 in poi i cristiano-democratici e i socialdemocratici avevano condiviso l’ideale di un’Europa pacifica e unita che avrebbe gradualmente sostituito al nazionalismo la solidarietà pan-nazionale. Tale ideale iniziò ad essere seriamente scalfito negli anni Novanta, quando la caduta dell’impero sovietico screditò non solo il socialismo, ma qualsiasi forma di idealismo collettivo. Il neo-liberalismo iniziò allora a riempire il vuoto ideologico. In quegli stessi anni nelle città europee iniziarono a stabilirsi in numero sempre maggiore immigrati, provenienti spesso da Paesi musulmani, con il conseguente insorgere di tensioni sociali alle quali i maggiori partiti politici non furono in grado di rispondere adeguatamente.
In quel clima spaventoso, tra declino economico e atti sporadici di terrorismo, i moniti di coloro che mettevano in guardia contro razzismo o xenofobia non convincevano più. Ecco perché i demagoghi populisti che promettevano di difendere la civiltà occidentale dai musulmani, opporsi a “Bruxelles” e riprendersi i rispettivi Paesi strappandoli alle élite di sinistra stanno riscuotendo un simile successo.
Tuttavia questa reazione non aiuterà certo i Paesi europei a prosperare: per competere con le potenze in ascesa di altri continenti una politica estera e di difesa comuni a livello europeo saranno sempre più importanti. E una moneta unica richiede istituzioni finanziarie comuni. Per riuscire in questo, gli europei devono ritrovare il loro senso di solidarietà.
In che modo? Come si può convincere gli europei del nord relativamente ricchi, del fatto che i proventi delle loro tasse dovrebbero essere impiegati per aiutare gli europei del sud? Vi si può riuscire solo in presenza di un senso comune di appartenenza - che il più delle volte purtroppo i movimenti pan-nazionali hanno dimostrato di non riuscire a promuovere.
I fondatori delle istituzioni paneuropee erano nella maggior parte dei casi cattolici, come Robert Schuman, Konrad Adenauer e Jean Monnet. E avendo già trovato un senso di appartenenza nella Chiesa romana, che spesso coincideva con l’idea di Europa, i cattolici sono più inclini al paneuropeismo rispetto ai protestanti. Tuttavia non può essere questo il modello per l’Europa - i cui cittadini abbracciano ogni fede, o nessuna. Una risposta all’Europa non può essere trovata nemmeno nella solidarietà etnica che Vladimir Putin sta cercando di promuovere tra i russi dell’ex impero sovietico.
Alcuni leader europei, come l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, vagheggiano una comunità culturale comune: Verhofstadt parla infatti del suo amore per il vino francese, l’opera tedesca e la letteratura inglese o italiana. L’idea, indubbiamente allettante, di certo non è sufficiente.
Non rimane che un’unica soluzione, rappresentata da una sorta di contratto sociale: i cittadini europei non dovrebbero essere indotti a rinunciare a parte della sovranità nazionale in nome di motivi religiosi, culturali o etnici. Né occorre chieder loro di destinare parte delle proprie tasse ad altri Paesi. Dovrebbero persuadersi del fatto che si tratta di cose che coincidono con il loro stesso interesse.
I politici di ciascun Paese dovrebbero spiegare ai cittadini che alcuni problemi possono essere risolti solo attraverso delle istituzioni pan-nazionali. Se ne convinceranno? La domanda ricorda i vecchi dibattiti dell’epoca dei lumi, quando il contratto sociale di John Locke, basato su un’interpretazione illuminata dell’interesse personale, si scontrava con l’idea di David Hume secondo cui pregiudizi culturali e tradizioni rappresentano il collante essenziale di una comunità.
Le mie simpatie vanno al primo, ma la storia ha dimostrato che il secondo potrebbe esercitare un richiamo maggiore. La storia tuttavia dimostra anche che spesso le tradizioni vengono inventate dal nulla per interesse delle classi dirigenti. Il problema dell’unificazione europea sta nel fatto di essere sempre stata promossa dai membri di un’élite politica e burocratica. Le persone comuni venivano consultate solo di rado. Ecco perché i populisti stanno vincendo.

*Repubblica, 14 maggio 2013

giovedì, 16 maggio 2014 -