25 maggio, una scelta per essere territoriali ed europei

Giuseppe Ferrandi

L'editoriale di domenica di Pierangelo Giovanetti ha puntualmente descritto la posta in gioco del voto europeo del 25 maggio. L’Europa è da potenziare, non da indebolire. L’Europa è da cambiare, non da distruggere. Credo che la possibilità di esprimere il nostro consenso di europei per un candidato Presidente della Commissione europea, con tutto quello che implica riguardo il progetto di Europa e la svolta da imprimere alla politica europea, sia un’opportunità da non lasciarsi fuggire. Purtroppo è nostro costume considerare le elezioni europee esclusivamente un grande sondaggio elettorale: per misurare il vantaggio di Renzi su altri possibili premier, per capire se vince Alfano o Berlusconi, per misurare la forza elettorale del movimento di Grillo. Meno si percepisce l’importanza specifica del voto, più è alto il rischio dell’astensionismo e comunque dell’affermarsi dei vecchi e dei nuovi populismi.

In vista del 25 maggio vorrei proporre alcuni interrogativi che, per oggetto, hanno la specificità della nostra realtà territoriale e regionale. Sempre perché credo che la dimensione europea sia destinata ad incidere profondamente e in modo crescente, in particolare su aree e contesti che hanno una «ipersensibilità» rispetto al contesto europeo. Come è meglio essere rappresentati? È meglio trovare posto in una grande famiglia politica europea, essa sia socialista, popolare o liberale, oppure puntare su di una rappresentanza direttamente riconducibile alla nostra area regionale?

Ci sono, ovviamente, molti modi per rispondere a questa domanda. Mi sembra che il quesito vada riproposto e debba essere ben considerato. Anche, e forse specialmente, per il dopo voto e per i processi politici che ci interessano da vicino. Mi piace e mi riconosco nella definizione di territoriali ed europei. Credo che nessuna delle offerte politiche proposte in questa tornata, per motivi diversi, soddisfi le esigenze poste da questa doppia appartenenza. È questo un binomio che rimotiva la dimensione territoriale dell’agire politico e la reinveste in un contesto più ampio. Nel contempo, l’essere territoriali tonifica, fornisce contenuti e rende più incisivo il sentirsi europei.

Vogliamo dire, abitando le cosiddette «terre alte», quale idea di Europa ci convince di più ed è più coerente con le nostre peculiarità, il nostro modo di vivere e di pensare? Vogliamo costruirla insieme ad altri, allargando e rendendo più solide le alleanze tra territori e comunità? Vogliamo che vi sia una vicinanza tra queste istanze e coloro che si candidano a governare l’Europa? Personalmente vedo dei limiti nell’idea, assolutamente rispettabile, di esprimere un parlamentare «vicino» ai nostri territori, così come nell’idea di contribuire semplicemente alla vittoria di un partito politico nazionale (nella logica del «sondaggione»).

Con il mio voto vorrei contribuire a portare il socialdemocratico Martin Schulz alla Presidenza della Commissione europea. È stato presidente del Parlamento europeo e rappresenta un profilo di leader significativo per interrompere il decennio che ha visto il centro destra prevalere in Europa.

Dopo il 25 maggio, sperando che non si manifestino in modo maggioritario populismi e pulsioni antieuropee, si tratta di interpretare l’essere territoriali ed europei in modo nuovo, sviluppando politicamente e non solo culturalmente questo binomio. In questo contesto, tra le altre cose da fare, si dovrà riparlare di partito territoriale e del futuro del Partito democratico (del Trentino). 

*L'Adige, 14 maggio 2014

giovedì, 16 maggio 2014 -