L’Europa svilita da populismi e nazionalismi

Nadia Urbinati

Nell'editoriale di domenica, Eugenio Scalfari commentava la riflessione di Michael Walzer sulla preoccupante discordia tra i diritti dell’uomo e i diritti del cittadino. L’Europa geo-politica riflette questa discordia, spaccata a metà anch’essa: ad est, città e nazioni che ridiventano teatro di battaglie etniche, fulminee annessioni imperiali di stati sovrani, e pratica ordinaria della forza e della minaccia della guerra; ad ovest, un’unione di stati democratici che appare sempre meno convinta di sé, divisa tra la difesa di una politica della cooperazione e dei diritti e la proclamazione della centralità degli interessi nazionali. La crisi economica rallenta lo spirito unitario e gonfia i protagonismi nazionalistici, armando movimenti neo-fascisti e propaganda populista. La regressione nazionalista che l’argomento della crisi sembra giustificare (purtroppo non solo a destra) è un segno esplicito di questa discordia tra diritti umani universali e diritti politici di cittadinanza.

Di questo scenario inquietante la società della finanza e delle multinazionali porta un’enorme responsabilità. Non la sola. La società politica è forse ancora più responsabile se non altro perché ad essa spetta il compito di ordire il discorso pubblico. E invece, essa ha dismesso la narrativa degli ideali e si è fatta non meno cinica della società della finanza, pronta a rimettere in moto la macchina ideologica della priorità degli interessi etnici per portare a casa qualche voto in più. La decadenza della cultura politica nel twitterismo in diretta porta con se l’oblio quando non l’ignoranza della funzione progressiva ed emancipatrice che hanno avuto i popoli europei. La storia europea moderna ha generato un cosmopolitismo democratico che ha fatto dello stato-nazione il tramite di un nuovo ordine domestico e internazionale fondato sul diritto e sugli scambi tra individui e popoli. Questa è stata la meta perseguita dagli intellettuali illuministi; un ideale che è culminato nelle rivoluzioni democratiche del 1848-49, si è rinnovato all’indomani della Grande guerra e poi, con più certezza, nel Secondo dopoguerra.
La contingenza della crisi economica e la prepotente rinascita ad est di governi autoritari e aggressivi possono avere l’effetto di screditare la matrice democratica e far sorgere anche nell’Europa dell’Unione l’opinione che la difesa della nazione passi, non per la cooperazione e la società aperta, ma per una strada che porta di nuovo al protezionismo e al nazionalismo. Questo è il messaggio che viene dalla campagna anti-europeista dei partiti di destra e populisti in queste elezioni europee.
La difesa dell’ideale europeista non è a questo punto una questione teorica; non è neppure per un malconcepito buonismo che dobbiamo esse europeisti, ma proprio per difendere i nostri interessi nazionali in un mondo economico e culturale che è integrato e globale, che impone cooperazione. Oltre a ciò, è evidente che la democrazia realizzata dentro i confini nazionali è comunque costretta a compromettere l’universalismo dei suoi principi. La consapevolezza del fatto che per essere liberi e sicuri della nostra libertà dobbiamo godere dei diritti di cittadinanza aveva indotto Hannah Arendt ad essere dubbiosa sull’efficacia dei diritti umani. E aveva ragione. Anche per rispondere alla connaturata debolezza dei diritti umani i popoli europei hanno perseguito la strada dell’unione, diventando un laboratorio giuridico e politico di cittadinanza allargata e cooperativa per altre regioni del mondo. L’Unione europea è per questo un complemento della democrazia nazionale, alla quale consente di non chiudersi nella gelosa difesa della propria libertà, di non negare se stessa.

*La Repubblica, 8 maggio 2014

giovedì, 09 maggio 2014 -