Crisi ucraina e limiti della politica

Francesco Palermo

Il referendum con cui la Crimea ha dichiarato la propria volontà di aderire alla Federazione russa è illegittimo sotto il profilo del diritto internazionale e del diritto ucraino. Tuttavia non può dimenticarsi che, dopo averle garantito – su pressione internazionale – un’ampia autonomia nei primi anni ’90, il governo di Kiev ha fatto pochissimi passi concreti per la penisola e per le popolazioni che vi sono stanziate, in particolare la minoranza tatara e altre più piccole come i caraimi e i crimciacchi.
Come spesso accade, ci si accorge di qualcosa quando la si è persa. Così, nei quindici giorni successivi al referendum, il nuovo governo ucraino ha assunto più provvedimenti di quanti ne siano stati adottati nei vent’anni precedenti.

Tra questi, in particolare, il riconoscimento dei tatari come popolo indigeno, la ratifica della convenzione internazionale sui diritti collettivi dei popoli indigeni, il supporto per scuole e infrastrutture delle minoranze e altre misure. Tutte richieste da anni e mai concesse. E ora concesse ma destinate a rimanere inapplicate.

Ipocrisia, si dirà. Certo, ma c’è molto di più. Ed è qualcosa che va oltre il caso specifico, e riguarda una tragica domanda di fondo: il processo politico è lo strumento adatto a garantire i diritti delle persone o non rischia sempre più spesso, per motivi strutturali, di rappresentare il problema anziché la soluzione? Quali sono i criteri in base ai quali si prendono le decisioni, e quali effetti hanno? Il processo politico-democratico-elettorale è la risposta ai problemi o non rischia talvolta, paradossalmente, di esserne la causa?

Vediamolo con un esempio. Oltre alle simboliche misure ricordate, il parlamento ucraino sta approvando una legge sui “territori temporaneamente occupati”, al pari di quanto fatto da altri Paesi che hanno perso parti del proprio territorio. In questa legge si ribadisce che la cittadinanza ucraina è esclusiva, e non può sommarsi ad altre. Quindi i pochi coraggiosi residenti della Crimea che intendano mantenere il passaporto ucraino (tra cui la gran parte dei tatari e dei pochi ucraini della penisola) hanno il divieto di prendere il passaporto russo, altrimenti diventano dei traditori del proprio Stato. Per contro, le autorità russe impongono a tutti i residenti di prendere la cittadinanza per conservare le proprietà immobiliari, per lavorare nella pubblica amministrazione e per spostarsi.

Qual è l’effetto di una simile disposizione della legge ucraina? Costringere chi volesse mantenere la cittadinanza ucraina in Crimea (cioè quelli che si vorrebbero proteggere) a scegliere tra l’identità (abbandonando il territorio) e il territorio (abbandonando l’identità). Qualcosa di già sentito…

Se è così evidente perché lo si fa? Perché in vista delle imminenti elezioni – presidenziali a maggio e parlamentari entro l’autunno – il nuovo governo ucraino non può che mostrare forza, durezza, inflessibilità. Null’altro sarebbe accettato dagli elettori. Concedere la doppia cittadinanza ai crimei, risolvendo così almeno in pare i loro problemi, sarebbe scambiato per debolezza, ammissione di inferiorità verso la Russia, rinuncia alla sovranità. E così il governo sarebbe punito dai propri elettori e non potrebbe portare avanti la propria politica filo-occidentale, facendo (almeno nella sua prospettiva) un danno ancora più grave. Quindi per poter fare qualcosa (portare l’Ucraina nel mondo occidentale) occorre negare gli stessi fondamenti su cui questa si basa (la tutela dei diritti degli individui e delle minoranze). E se ci si appiglia ai fondamenti e ai valori fondamentali, diventa impossibile perseguire l’obiettivo di proteggerli. Il meglio può essere nemico del bene: ma cos’è il bene e cosa il meglio? A chi spetta il compito di fare sintesi? E ne ha la capacità? E se non funziona, quali sono le alternative?

Dare giudizi è facile e comodo. Riflettere invece è difficile e scomodo, e tremendamente faticoso. Ma indispensabile per evitare il conformismo, gli slogan, le verità preconcette. Senza pretese di giudicare né di dare risposte, occorre almeno porsi il problema del paradosso della democrazia. Quello per cui la politica, le elezioni, il principio di maggioranza – cioè i fondamenti della democrazia – rischiano di essere più un male che un bene, quando chi li vive non riesce o non può affrancarsi dalle sue storture e non esistono canali alternativi per l’individuazione dell’interesse comune. Quando il consenso e il voto decidono tutto. Quando la politica prevale sulla legge e la legge diventa non il perimetro della politica ma il suo terreno di scontro.

*Alto Adige, 4 aprile 2014

giovedì, 04 aprile 2014 -