La sfida dei personalismi

Marco Brunazzo

A distanza di qualche giorno dalla nomina del nuovo segretario del Pd non si fermano le polemiche. Con mente fredda, è giusto cercare di fare il punto su quanto successo e sulle prospettive future dell’azione del neo-segretario del partito, Giulia Robol. La prima polemica ha riguardato la legittimità del voto espresso dall’assemblea provinciale. Dopo la vittoria di Elisa Filippi al primo turno delle primarie, l’assemblea del partito ha infatti nominato una persona diversa, grazie anche all’appoggio del candidato arrivato terzo, Vanni Scalfi. Dal punto di vista legale, la decisione è pienamente legittima: le regole sono state rispettate. È quindi difficile sostenere l’ipotesi del «ribaltamento» della volontà popolare, anche perché, detto senza mezzi termini, i voti che distanziavano Giulia Robol da Elisa Filippi non erano molti (meno di 400).

Ciò nonostante, rimangono due problemi: il primo è che la polemica interna ha messo in secondo piano la scarsa affluenza, il vero punto debole di queste primarie; il secondo è che, dichiarando il suo appoggio a Giulia Robol, Vanni Scalfi ha di fatto introdotto surrettiziamente una dinamica (competitiva) tipica di un ballottaggio in un’assemblea composta di delegati che avrebbero dovuto votare non in quanto «membri di una corrente», ma in quanto membri di un partito.
Al verdetto dell’assemblea sono seguite nuove e animate discussioni. Una parte del Pd si è definita «il partito del cambiamento» che lotta contro il «partito della conservazione», l’altra ha reagito sostenendo di essere riuscita a disgregare un pericoloso «blocco di potere» (qualunque cosa ciò significhi). Insomma, come si vede, il confronto non ha certo riguardato programmi e strategie. Anche qui, siamo di fronte a una divisione priva di riscontri empirici: nessuno può pensare, in un partito, di avere il monopolio del cambiamento, così come nessuno può pensare di non essere parte di un qualche «blocco di potere». Il fatto stesso di riuscire a conquistare dei voti fa di un certo candidato il protagonista di un «blocco di potere». Meglio sarebbe stato se il Pd avesse sottolineato come le primarie servono esattamente a evitare il consolidamento di «blocchi di potere», intesi come le rendite di posizione degli apparati partitici. Ne sarebbe risultato un partito unito almeno su uno dei suoi elementi fondanti, ossia l’uso delle primarie aperte.
Più che restituire un Pd giustamente diviso da idee e strategie diverse, le primarie per la leadership provinciale hanno evidenziato come esso sia attraversato dai personalismi. Per tale ragione, la riunificazione del partito dovrà essere la prima e più importante sfida per la neo-segretaria Giulia Robol.

*Corriere del Trentino, 29 marzo 2014

giovedì, 30 marzo 2014 -