Qui Südtirol. Legge elettorale e autocritiche necessarie

Ennio Chiodi

Nella memoria collettiva di generazioni di italiani la «Legge truffa» è un provvedimento approvato nel lontano 1953 dalla maggioranza moderata del parlamento guidata dalla Democrazia cristiana di Alcide Degasperi: prevedeva un consistente premio di maggioranza per la coalizione che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti, allo scopo di garantire la governabilità del Paese. La coalizione — di cui faceva parte anche la Sudtiroler Volkspartei — ottenne alle elezioni politiche di quello stesso anno «solo» il 49,8 per cento. Il premio non scattò per un misero 0,2 e la legge fu abrogata qualche mese dopo. 
Una normativa, quella del '53, certamente più democratica e più equa della legge Calderoli, il Porcellum dei giorni nostri — che non prevede alcuna soglia minima di consenso per ottenere uno schiacciante premio di maggioranza — ma contro la quale le opposizioni di destra e di sinistra condussero una durissima opposizione, definendola, appunto «Legge truffa».

La «Legge truffa» di cui si discute oggi dalle nostre parti, tra indignazione e incredulità, non ha, però, nulla a che fare con il sistema elettorale. 
L'attenzione della pubblica opinione è infatti concentrata sul provvedimento che — grazie a furbizie e complicità diffuse e trasversali — assegna vitalizi e rendite vergognose a chi ha fatto della politica un mestiere molto redditizio. Meriterebbe tuttavia analoga attenzione un disegno di legge destinato a incidere profondamente sulla rappresentanza della nostra Regione autonoma. In Trentino Alto Adige, non sarà infatti applicato l'«Italicum», ma sarà resuscitata la legge Mattarella: voteremo in diversi collegi uninominali secchi, invece che in un più ampio collegio plurinominale come nel resto d'Italia. 
Anche in questo caso la protesta delle opposizioni di destra e di sinistra, italiane e tedesche, è vivace e trasversale. L'ennesimo trucco — sostengono — per favorire la Svp, che vincerebbe a mani basse in almeno tre collegi su quattro in Alto Adige, e per consolidare in Regione gli attuali schieramenti. Vero, probabilmente. È però altrettanto vero che, se si applicasse tout court la nuova legge nazionale — alla luce dei recenti risultati elettorali e considerando la soglia minima del 20% nell'ambito della circoscrizione, prevista a tutela delle minoranze linguistiche — sarebbe molto difficile eleggere un rappresentante del gruppo di lingua italiana dell'Alto Adige. 
Non sarà la prima «forzatura» democratica che la nostra particolarissima situazione impone per garantire tutele e diritti delicati, spesso incrociati e sovrapposti. Quello che conta è individuare soluzioni trasparenti, equilibrate e condivise. Nelle precedenti legislature, del resto, proprio il «Mattarellum» — in vigore dal 1993 al 2005 — aveva consentito l'elezione di deputati sia di centrodestra, come Pietro Mitolo e Franco Frattini, sia di centrosinistra, come Gianclaudio Bressa. 
Piuttosto che sui sistemi elettorali, Michaela Biancofiore e i capi di quel che resta della destra italiana in Alto Adige dovrebbero riflettere sui risultati di un'ostinata politica nazionalista, fuori dal tempo e dalla storia, che oggi ottiene consensi al minimo storico e che certo non garantisce adeguata rappresentanza alla popolazione che ritengono di tutelare.

*Corriere dell'Alto Adige, 11 marzo 2013

giovedì, 14 marzo 2014 -