Del salire in politica

Natalino Irti

Non riusciamo a vivere senza l'ausilio di abilità tecniche. Gli oggetti, che ci circondano e che usiamo nella semplice quotidianità, esigono saperi specialistici. Anche il nostro corpo, la nostra struttura fisio-psichica, non può farne a meno. Questi saperi e abilità si raccolgono nel concetto di competenza: che non è un conoscere statico e contemplativo, ma un possesso dinamico di nozioni e capacità pratiche. Si è competenti a far qualcosa, a produrre un bene utile all'uomo. La competenza è sempre funzionale, cioè si esercita e dispiega in vista di uno scopo. O -che è il medesimo - la competenza è fonte di prestazioni, vendute o vendibili, idonee a soddisfare bisogni. Mentre la «formazione» dell'uomo evoca l'idea di interezza, di armonica e compiuta totalità, la competenza è sempre frazionaria e particolare. Caduta o perduta la fede in un sapere totale, restano i saperi parziali, le competenze tecniche capaci di produrre una od altra prestazione. La «specializzazione» è questo frazionarsi e moltiplicarsi dei saperi, che non si raccolgono nel vincolo di un sapere totale.

Non riusciamo a vivere senza l'ausilio di abilità tecniche. Gli oggetti, che ci circondano e che usiamo nella semplice quotidianità, esigono saperi specialistici. Anche il nostro corpo, la nostra struttura fisio-psichica, non può farne a meno. Questi saperi e abilità si raccolgono nel concetto di competenza: che non è un conoscere statico e contemplativo, ma un possesso dinamico di nozioni e capacità pratiche. Si è competenti a far qualcosa, a produrre un bene utile all'uomo. La competenza è sempre funzionale, cioè si esercita e dispiega in vista di uno scopo. O -che è il medesimo - la competenza è fonte di prestazioni, vendute o vendibili, idonee a soddisfare bisogni. Mentre la «formazione» dell'uomo evoca l'idea di interezza, di armonica e compiuta totalità, la competenza è sempre frazionaria e particolare. Caduta o perduta la fede in un sapere totale, restano i saperi parziali, le competenze tecniche capaci di produrre una od altra prestazione. La «specializzazione» è questo frazionarsi e moltiplicarsi dei saperi, che non si raccolgono nel vincolo di un sapere totale. Le competenze sono destinate a moltiplicarsi in modo e numero non prevedibili. Il «progresso» delle scienze, lo «sviluppo» delle applicazioni pratiche, la varietà degli impieghi nella vita quotidiana e negli àmbiti economici: tutto sospinge verso saperi sempre più frazionari e particolari .Non poteva non sorgere il problema dell'unità o unificazione delle competenze. Le quali, lasciate a se stesse - ciascuna rivolta a conseguire il proprio scopo, ciascuna racchiusa nel vincolo di specifici metodi e procedure - susciterebbero innumerevoli conflitti e genererebbero il caos sociale. Il determinismo economico, nelle varie forme storicamente assunte, offre una risposta al problema. O che si creda nella «necessità» di un epilogo storico e di una salvezza comune; o che si speri nella «mano invisibile», capace di indirizzare il corso delle cose; o che si veda la pluralità delle competenze confluire di per sé nell'ordine di un «piano»: sempre queste soluzioni deterministiche presuppongono un'apertura escatologica, un'attesa, che non rimarrebbe insoddisfatta o delusa. Ma, a colui che rifiuta di nutrire aspettative sul corso inevitabile della storia, stanno dinanzi i conflitti delle competenze, il disordine dei saperi speciali e degli scopi perseguiti. Nessuna competenza detiene il criterio di soluzione del conflitto, o è autorizzata, come tale, a ergersi sopra le altre ed a farsene giudice. Le competenze sono parti in causa, e nessuna può arrogarsi la posizione di terzo e la potestà della scelta. Nessuna è in grado, nella sua conchiusa specialità, di esprimere uno scopo, capace di sottomettere a sé i molteplici scopi dei saperi, di stringerli in unità, e di segnare una direzione comune. La discorde pluralità delle competenze esige l'atto della scelta. Ci vuol ben qualcuno che scelga, ad esempio in anni dolorosi di crisi economica, fra «rigore» e «crescita», fra una o altra soluzione fiscale, fra una o altra misura di governo. Non c'è una competenza degli atti di scelta, una competenza delle competenze, un sapere più alto governante i saperi speciali .La decisione sta oltre le competenze. Questo «oltre» è ciò che chiamiamo «politica». La decisione sul destino della polis non appartiene ad alcuna competenza, sta fuori da ogni tecnica, ma tutte le raccoglie e dirige. Non c'è politica - come videro antichi e moderni teorici - senza unità di decisione, quell'unità che i saperi speciali, lasciati a se stessi, non sono in grado di raggiungere. La decisione, come che sia presa, tronca il conflitto e stabilisce la direzione. Non c'è bisogno di fingere una competenza generale del popolo, che si esprima nelle elezioni politiche e si affidi all'esercizio dei rappresentanti: ciò che conta è decidere, porre fine al conflitto, scegliere la strada per il futuro. Anzi, a ben vedere, nulla è più estraneo ai criteri di competenza che le procedure «elettorali» o «democratiche», le quali possono ben ricevere il nostro favore rispetto ad altre, ma, nella loro indifferenza contenutistica, mirano soltanto a produrre una qualsivoglia decisione. Le procedure non sanno ciò che vogliono, ma vogliono sempre qualcosa, ossia compiono una scelta e prendono una decisione. Se le competenze non sono in grado di sollevarsi alla decisione, la decisione, dal suo lato, ha bisogno delle competenze. Tecnostrutture sono ormai indispensabili per qualsiasi governo (che sia d'impresa economica o di comunità nazionale). I tecnici sono al servizio della decisione, la quale, scegliendo i fini ultimi, anche determina forme e misura delle competenze esecutive. La distinzione di piani - del decidere politico e dell'eseguire tecnico - lascia emergere il principio di legalità, cioè il vincolo che stringe e definisce l'esercizio delle competenze. Posto che la decisione appartiene alla sfera politica, la quale determina i fini ultimi, la scelta tecnica dei mezzi ha da muoversi entro questo àmbito, e non discostarsene in vista di altri e diversi fini. La «legalità» della tecnostruttura esprime la subordinazione dei mezzi ai fini. L'agire tecnico rinvia a «premesse», che stanno fuori dalla competenza di chi agisce.Un grande statista del XX secolo, Charles de Gaulle, ha così fermato questo rapporto: «È vero che se, dal gradino più alto su cui mi trovo, sta a me il sollecitare perizie, conferme e pareri, e quindi il compiere scelte e assumerne la responsabilità, non mi sostituirò comunque a tutti quelli che, ministri e funzionari, debbono studiare, proporre, dare esecuzione tenendo conto dei dati complessi tra cui vivono per abitudine e vocazione». I «governi tecnici» sono propriamente comitati di funzionari e di commissari ad acta, che talvolta rendono servigi utilissimi e sciolgono situazioni d'emergenza: ma governi ai quali non spetta la decisione sui fini ultimi. Può accadere, e in fatto è accaduto, che, scelti i fini generali d'uno Stato o di altra comunità, la politica, per così dire, si ritragga dalla scena, o perda prestigio per debolezza di idee e corruzione di uomini. Allora i tecnici, chiamati in funzione di commissari esecutivi, allargano il loro potere e, sotto schermo di interpretare e applicare la volontà politica (quale, ad esempio, sia fissata in accordi e trattati internazionali), si sporgono sul terreno della decisione e riempiono le norme di nuovi e devianti contenuti. In questo quadro si collocano i fenomeni, spesso segnalati e denunciati, di «euro-tecnocrazia». Dove, se colpe vi sono, la politica non può che imputarle a se stessa. Con inquieta consapevolezza si è usata la metafora del «salire in politica», poiché il tecnico, che voglia decidere o concorrere a decidere circa il governo della città, esce fuori dalla propria competenza, e, fattosi politico fra i politici, corre l'incognita del vincere o del soccombere. Quel «salire in politica» anche spiega l'intrinseca contraddizione di ogni pretesa tecnocratica, ossia di ogni pretesa dei tecnici di elevare a fini ultimi i fini della propria competenza. In ciò fare, il tecnico, detentore di specifica e definita competenza, cessa di esser tecnico, e «sale» al terreno delle fedi e religioni e ideologie politiche, le quali non appartengono ad alcuna competenza, e attendono risposta dall'esito del conflitto.

*estratto da "Del salire in politica", in uscita per Aragno Editore

giovedì, 11 marzo 2014 -