Il futuro è una scelta culturale

Ugo Morelli

Potrà pure sembrare strano a qualcuno il pensiero che esista un rapporto diretto fra il modo in cui una popolazione esprime aspirazioni, previsioni e immaginazioni e il futuro che si dà, ma è un fatto sempre più accreditato dall’andamento dei fenomeni riguardanti la buona vita delle diverse comunità. Il modo in cui pensiamo a noi stessi determina decisamente quello che ne sarà di noi: questa è la forza e la funzione dei valori e della cultura. Se la scienza economica, col suo apparato statistico ed econometrico si è proposta come la disciplina che dovrebbe essere in grado di studiare le previsioni e le modalità con cui le donne e gli uomini costruiscono il proprio futuro, pare importante mettere mano anche a un approccio antropologico e responsabile al futuro.
Ciò vuol dire che il futuro si costruisce non solo amministrando il presente, ma immaginandolo, prevedendolo e dando vita ad aspirazioni politiche che ne concepiscano la possibilità. Ecco, il punto è proprio questo. Non pare che oggi si investa in questa direzione. L’immaginazione politica è una forma di intervento e di lavoro e può svolgere una funzione decisiva nella produzione di località.

L’immaginazione fa parte dei meccanismi fondamentali, primari, della riproduzione sociale. Il futuro è concepito in un quadro più ampiamente culturale e, se non capiamo male, è proprio quel quadro che ci fa difetto. Allo stesso tempo l’immaginazione è connessa alle aspirazioni e, più precisamente, alla capacità di avere aspirazioni. Quella capacità è distribuita storicamente in modo disuguale e dipende da fattori di lunga durata e da dinamiche recenti. Pare abbastanza evidente come vi sia un rapporto fra le forme di assistenzialismo diffuso per lunghi anni e le difficoltà di insorgenza della capacità di avere aspirazioni. In fondo quella capacità somiglia alla capacità di navigazione attraverso il cambiamento, tramite cui le popolazioni possono cambiare le condizioni di riconoscimento di se stesse. Siccome la capacità di aspirare trae la propria forza dai sistemi culturali di valore, sia in termini di comunicazione che di dissenso e innovazione, c’è da chiedersi perché certi sistemi di valore non siano in grado, a un certo punto, di generare aspirazioni. Assistiamo da tempo dalle nostre parti a forme di salvifico affidarsi a chi ha corrisposto alle aspettative per motivi di consenso; a una calante dose di disposizione all’investimento in innovazione; a una diffusa invidia sociale accompagnata da una propensione a non vedere le proprie capacità (autoinvidia); a una forte tensione a portare e a supportare testimonianza di localismo, quasi una gara. Tutto questo e altro ancora hanno creato un’idea e pratiche diffuse su cosa sia una “buona vita” che tende a sospendere previsioni di cambiamento possibile. La politica è diventata, in molti casi, probabilità di amministrazione del consenso e non possibilità di creare la “buona vita” del presente e del futuro. Uno sforzo di immaginazione che generi nuove aspirazioni sembra quanto mai necessario.

*Corriere del Trentino, 6 marzo 2014

giovedì, 08 marzo 2014 -