Autonomia fa rima con Europa

Annibale Salsa

Autonomie regionali ed Europa sono argomenti molto attuali nel dibattito politico italiano. In previsione delle future elezioni europee cresce in Italia - come in Francia, in Olanda, in Danimarca - la diffidenza nei confronti di un progetto che ha fatto sognare la generazione uscita dalle macerie del secondo conflitto mondiale. Una ventata di speranza e di utopia aleggiava, allora, nel vecchio continente. Dobbiamo sottolineare, in proposito, che le utopie aiutano a crescere, a pensare, a guardare avanti. Guai alle società senza utopie, condannate inesorabilmente alla morte civile! Uomini come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schumann, Jacques Delors erano grandi statisti - una specie ormai in estinzione - proprio per essere stati capaci di tradurre l’utopia in realtà. Per questo, mai come oggi, è di grande ammonimento l’aforisma dello statista trentino. «Il politico guarda alle prossime elezioni,lo statista alle future generazioni». Il pensiero utopico aiuta, infatti, a costruire visioni del mondo, ad uscire creativamente dalla prosa della quotidianità.

Malauguratamente è ciò che manca ai nostri giorni. Sentiamo ripetere, in maniera ossessiva, che «bisogna essere pratici», quasi a voler rimuovere quei fondamenti del pensiero ritenuti d’ostacolo nell’uso di scorciatoie o semplificazioni a buon mercato. Il richiamo ai «fatti» ed al «fare immediato», ovvero non mediato da un pensiero fondante, viene invocato alla stregua di imperativo moralizzatore dell’agire politico. Schiacciati dalla crisi non c’è tempo, si dice, per indugiare nella costruzione di modelli che privilegino la «visione», la «teoria» rispetto alla pratica. Ma, in tali casi, si confonde il pragmatismo serio (la concretezza dell’agire) con il pragmatismo rozzo (l’arte del «praticone»). In questa ossessione del fare, spesso fine a se stesso, si nasconde una miopia ed una fede ingenua nella cosiddetta «dittatura del dato di fatto». Ci si dimentica che, come ben sanno gli epistemologi (gli studiosi delle condizioni di possibilità della conoscenza), «ogni “dato” è un “preso”», frutto di un’interpretazione relativa ed opinabile dell’esperienza. Nel preoccupante scenario odierno, caratterizzato da una deculturazione crescente quasi inarrestabile, si confonde il significato della parola «pratico» con quello della parola «concreto». E, allora, ben venga l’appello alla concretezza fondata sull’esperienza del «mondo-della-vita», ovvero sull’organizzazione razionale del buon senso. Un grande pensatore europeo – Edmund Husserl - figlio della Mitteleuropa austro-ungarica, multilinguistica e multietnica erede del Sacro Romano Impero, comprese come la fine di quell’entità sovranazionale avrebbe aperto la strada ai nazionalismi, sacrificando l’autonomia del pensiero e delle comunità territoriali. Nell’anno 1936, fuori dai confini della Germania hitleriana, il matematico e filosofo moravo tiene una conferenza dal titolo «La crisi delle scienze europee». Essa sarà tristemente anticipatoria della futura tragedia nazista. «La crisi dell’esistenza europea – egli scrive - ha solo due sbocchi: il tramonto dell’Europa e la caduta nella barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia [il pensiero] attraverso un eroismo della ragione […] Il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza». La fine della guerra gli darà ragione. Una visione sovra-nazionale, accompagnata dalla riduzione delle sovranità degli Stati, porterà alla creazione di quello spazio di libera circolazione di persone e merci caldeggiato dai padri dell’Europa unita. Un’entità politica che ci ha risparmiato altre guerre e conflitti sanguinosi fra nazioni, garantendoci settant’anni di pace. Gli euroscetticismi populisti, non soltanto quelli di matrice ultranazionalista, giustificabili per lo meno sul piano della coerenza, ma anche quelli di sedicente matrice federalista o regionalista,in palese contraddizione logica, prospettano un ritorno al modello dello Stato-Nazione mediante il ripristino di una completa sovranità nazionale. Le ragioni dell’accanimento sono spiegabili nella ricerca di un capro espiatorio della crisi economica attuale, ma anche in una burocrazia europea che non è riuscita ad attuare il vero federalismo riducendosi a sommatoria dei singoli Stati. Nonostante i limiti posti nella difficile costruzione europea le Regioni alpine, precedentemente soffocate dai centralismi nazionali, hanno trovato nuovo respiro riannodando gli antichi legami storici attraverso forme inedite di collaborazione transfrontaliera (Euroregioni, Gruppi Europei di Coordinamento Territoriale, ecc.). L’apertura delle frontiere europee è stata, pertanto, la realizzazione di un’utopia e di un sogno, una conquista di civiltà. Le comunità e le minoranze alpine, oppresse dai vecchi Stati-Nazione, hanno ritrovato il loro autentico ruolo di cerniera fra gli opposti versanti delle montagne, mettendo in evidenza l’anacronismo delle frontiere naturali trasformate in frontiere politiche dalle due guerre mondiali, figlie degli irredentismi edegli imperialismi. Ricordo l’entusiasmo con cui, nei primi anni duemila, le associazioni alpinistiche e le Regioni di confine delle Alpi Occidentali franco-italiane, furono chiamate a collaborare alla stesura del progetto cartografico europeo «Alpi senza frontiere», dove ogni linea divisoria fra i due Stati doveva essere cancellata. I valligiani, che ancora portavano con sé i tristi ricordi del fronte di guerra e le lacerazioni territoriali conseguenti al Trattato di pace del 1947, non credevano ai propri occhi. Conservo viva l’immagine di alcuni anziani montanari che faticavano a trattenere le lacrime per la commozione. Con grande tristezza, oggi registriamo indirettamente la messa in ridicolo di quelle sensazioni nell’ascoltare proclami che ci riportano indietro di cento anni. Dovremo di nuovo rassegnarci a quella condizione territoriale che il grande geografo Paul Guichonnet definiva «Alpi chiuse»? Cerchiamo allora, con un po’ di buon senso, di non gettare via il bambino (l’Europa) con l’acqua sporca (gli errori commessi nella costruzione europea), poiché sarebbe un’eclisse della ragione ed un oscuramento dell’intelligenza.

*L'Adige, 27 febbraio 2014

giovedì, 04 marzo 2014 -