Dove vanno le Comunità di Valle?

Simone Casalini

Nonostante l’approvazione della legge del proprio vivere quotidiano, uscendo dalla logica risalga al 2006, la riforma istituzionale galleggia in un’eterna fase istruttoria; le ragioni sono comprensibili, poiché interviene sugli assetti di potere, risveglia antichi retaggi politici e lambisce la questione centrale di come strutturare il consenso elettorale. In tal senso, si motiva la decennale contesa sulla raffigurazione del sistema istituzionaleche ha portato, pennellata su pennellata, a dipingere uno scarabocchio. L’altalena dei rapporti di forza offre ora una chance al Patt. L’assessore esterno, ma di area, Carlo Daldoss ha ricollocato al centro del progetto i sindaci, ipotizzando il depennamento dell’elezione diretta delle Comunità di valle. Con qualche variante, è un ritorno allo schema comprensoriale. Ciò avrebbe l’effetto, non secondario, di accreditare gli autonomisti come difensori delle municipalità e di comprimere la soggettività del nuovo ente. Che, de facto, si trasformerebbe in un luogo di smistamento degli interessi paesani e in un erogatore di servizi.

Se la prospettiva è questa, cioè una manutenzione involutiva, allora è legittimo affermare che delle ambizioni iniziali legate alla riforma nulla è rimasto. La complicata mediazione tra Margherita e sinistra (nello specifico tra Lorenzo Dellai e Ottorino Bressanini), in alcuni punti pasticciata e foriera di ambiguità, aveva immaginato le Comunità di valle come dimensione politica autonoma che potesse portare a sintesi la somma dei singoli interessi municipali. Avrebbe dovuto, detto in altri termini, elaborare una nuova cultura del territorio che prendesse a riferimento un contesto ampio come misura stantia del campanile. Questo sguardo lungo intendeva abbracciare lo sviluppo urbanistico, la questione del paesaggio, le politiche agricole, gli interessi economico-sociali, la selezione delle opere pubbliche, il problema dell’identità di luogo. Infine, la revisione dell’assetto istituzionale avrebbe dovuto favorire la strutturazione di processi politici in dimensioni allargate, restituendo alla periferia un ruolo di protagonismo attivo (anche in termini di promozione di classi dirigenti) e non di paternalistica rappresentanza, come avviene nello spazio chiuso di una micro-comunità. Alla fine il disegno è rimasto sulla carta perché la Provincia non ha trasferito competenze, la classe politica ha temuto di smarrire il consenso e una parte del ceto dei sindaci ha sospettato un ridimensionamento del proprio ruolo. Sicché le Comunità di valle, indebolite anche dalla campagna sui costi politici e amministrativi, si sono dovute barcamenare in uno scenario precario, ottenendo però un risultato: quello di spingere alcuni Comuni a fondersi, disposizione contenuta in una legge regionale rimasta inattuata per anni. Con le ambizioni iniziali è stata cestinata anche la prospettiva di riportare nei luoghi di residenza parte dei dipendenti pubblici, avviando un processo di bilanciamento tra il capoluogo, dove sono concentrate tutte le funzioni, e le periferie. La «madre di tutte le riforme», come era stata appellata, meritava perseveranza e un dibattito pubblico più raffinato. Invece, nei partiti e nella società, si ha l’impressione che manchino visioni politiche autorevoli e competenze.

*Il Corriere del Trentino, 22 febbraio 2014

giovedì, 26 febbraio 2014 -