I tempi della Politica

Alessandro Branz

Le ultime vicende politiche hanno focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e degli osservatori sulla questione “tempo”: la necessità di “far presto”, velocizzare la crisi ed accelerare le procedure di formazione del governo, l’urgenza delle riforme da approvare in pochi mesi sulla base di un’agenda che in altre epoche avrebbe richiesto anni. E tutto ciò in ossequio ad un imperativo ormai penetrato nel “senso comune”: ”decidere” e farlo in fretta, senza lasciarsi invischiare da mediazioni, compromessi, ripensamenti. Si tratta di una prospettiva che certamente è strettamente legata alla (per certi versi) drammatica congiuntura economica e sociale che pesa sul paese, ma che si adatta perfettamente ad una figura come quella di Matteo Renzi, quasi un paladino di questo modo di pensare ed agire, anche se in questi giorni si trova costretto, suo malgrado, a misurarsi con le “lentezze” di talune prassi istituzionali.

Riflettendo però su questa contrazione del “tempo” che ci fa vivere repentini cambiamenti, ma anche uno stato di perenne incertezza, mi vien da pensare che la questione non sia -diciamo- di mero ordine “cronologico”, ma piuttosto di natura “concettuale”, e che quindi le accelerazioni cui stiamo assistendo non dipendano da processi ineluttabili ed oggettivi, ma da un vero e proprio modo di concepire la politica e la società. Di più: su questo terreno si possono individuare e mettere a confronto due diverse visioni della politica e della democrazia, cui si accompagnano (e non potrebbe essere altrimenti) anche due alternativi modelli di partito.

Da una parte infatti abbiamo il modello “competitivo” sorto sulle ceneri della c.d. Prima Repubblica, un modello tutto nostrano che si ispira ad una particolare visione del “maggioritario”, concepito non in modo sobrio ed equilibrato, ma come strumento per vincere in modo netto la partita elettorale. Di qui la logica della governabilità a tutti i costi, del premio di maggioranza, dell’investitura diretta del governo, del leader forte che decide in prima persona. Si pensi ad una circostanza poco rilevata dagli osservatori: Renzi, pur parlando a nome del PD, non ha coinvolto il corpo del partito, gli organi dirigenti periferici, i circoli, la base nella scelta di porre fine all’esecutivo Letta. Eppure in Germania proprio questo è successo: la SPD ha consultato gli iscritti sulla fattibilità o meno della Grande Coalizione, ovviamente impiegandovi il “tempo” necessario. E’ ovvio che la decisione di cambiar pagina è stata presa dalla Direzione del PD, a ciò formalmente legittimata: ma -si badi- quella Direzione, con la sua maggioranza, è stretta emanazione delle c.d. “primarie” e quindi dell’investitura diretta dello stesso Renzi, secondo una sequenza lineare che va dall’alto in basso ed in virtù della quale è lo stesso segretario a determinare e trascinare con sé, con la sua stessa elezione, la composizione degli organi del partito. Con una conseguenza importante anche ai fini della teoria democratica: questa ispirazione del tutto elettoralistica farà prevalere nel partito una logica “aggregativa”, basata sui rapporti di forza, con una netta distinzione fra maggioranza e minoranza e la poca disponibilità al dialogo ed al confronto costruttivo. Di qui la contrazione dei “tempi”, che non è quindi solo il frutto delle contingenze, ma anche di un modello di partito (e di democrazia) che alimenta decisioni rapide e poco partecipate.

Dall’altra parte abbiamo invece un modello molto diverso (la cui adozione implicherebbe una incisiva revisione dello Statuto del PD), che si basa sulla discussione e sul reciproco scambio di ragioni, prevede spazi e luoghi ove il confronto tra le varie posizioni è possibile, in un contesto in cui la decisione si costruisce in modo collettivo ed incrementale e non è qualcosa di calato dall’alto e come tale immodificabile. E’ chiaro che questo modello implica la necessità di fermarsi e riflettere con l’adozione di tempi più lunghi. Altrettanto evidenti però sono i vantaggi che esso potrebbe produrre: una maggiore partecipazione (non più isolata al momento delle primarie) e soprattutto una più solida e certa legittimazione delle decisioni, fondate sul riconoscimento e sulla condivisione da parte dei cittadini (e, nel caso di un partito, degli iscritti e dei sostenitori), frutto di un percorso e non di un “atto” isolato.

Del resto, a proposito di “velocità” della politica, quest’ultimo modello mi pare più adatto ad affrontare la complessità e le contraddizioni della nostra società, per cui -mi verrebbe da dire- il “tempo” non sarà stato speso invano. Anche perché, se guardiamo all’Europa, i leader di partito si avvalgono dell’arte della “mediazione” e gli stessi esecutivi, ancorché monopartitici, prevedono la presenza anche di esponenti della minoranza interna. E chissà che lo stesso Renzi, consapevole delle difficoltà e degli ostacoli, non si converta, almeno in parte, alle virtù del dialogo e del confronto.

giovedì, 22 febbraio 2014 -