Troppa attenzione sul pilota

Francesco Palermo

Ormai da una trentina d’anni questo Paese è affetto dal morbo della leadership. Il primo a far passare con forza l’idea che le vicende delle istituzioni dipendessero dalla personalità dei leader che prò tempore le occupavano fu senza dubbio Bettino Craxi. Da allora l’evoluzione verso forme di leaderismo è stata costante. Ma paradossalmente la politica non è divenuta né più autoritaria né tanto meno più autorevole. E fatto è che l’immagine del leader, la persona di riferimento, il simbolo su cui caricare ogni aspettativa (e ogni delusione) ha iniziato a divenire il fulcro dello scontro politico. 
Non più democristiani contro comunisti, ma Berlusconi contro Prodi, Renzi contro Grillo e via di seguito. Ormai non c’è partito o movimento che non sia identificato col leader, il cui nome appare molto spesso anche nel simbolo, e questa tendenza sembra ormai irreversibile. Cos’è successo? Non che prima mancassero i leader. C’erano eccome, ed erano più solidi e non meno spietati di quelli di oggi. Ma tra loro e le istituzioni c’erano i partiti.

Al centro non vi erano le singole personalità che collegavano gli elettori alle istituzioni, ma una continuità tra partiti e istituzioni: i primi occupavano le seconde, e le caselle cambiavano al mutare dei rapporti tra i partiti e nei partiti. I governi duravano poco ma le coalizioni erano le stesse, così come le persone, che semplicemente cambiavano ruolo.
Andreotti quando non faceva il Presidente del Consiglio faceva il ministro e poi ritornava alla guida del Governo: un balletto che si è ripetuto per ben sette volte. La battaglia per il potere si giocava all’interno dei partiti, e i ruoli istituzionali ne erano una mera conseguenza. Oggi, saltati i partiti, il rapporto diretto è tra leader e istituzioni. Un passaggio agevolato dal cambio di cultura politica e da conseguenti modifiche legislative.
Nel corso degli anni ’90 è stata introdotta l’elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e presidenti di regione, e la legislazione elettorale nazionale ha sempre tentato di arrivare almeno di fatto all’elezione sostanzialmente diretta del Presidente del Consiglio. In seguito, molti partiti hanno adottato il sistema delle primarie per la selezione della classe dirigente. I partiti sono divenuti brand poco vendibili, e sono stati sostituiti dalle facce dei leader. Se si è andati in questa direzione è anche perché le storture e gli abusi del sistema precedente, le sue opacità e la sostanziale estromissione di chi non viveva nei partiti, hanno creato gravi danni. E certamente alcune modifiche sono state positive: ad esempio i sindaci eletti direttamente hanno un rapporto del tutto diverso e complessivamente più sano con i cittadini di quanto accadesse ai loro predecessori eletti dal consiglio comunale in base ad alchimie tra partiti.
Non bisogna quindi cadere nel frequente errore di mitizzare il passato solo perché il presente non piace, come succede troppo spesso (ultimo esempio la nostalgia per le preferenze). Inoltre il nuovo ruolo dei media ha indubbiamente favorito un rapporto diretto tra leader ed elettorato, con i suoi pregi e le sue storture. Il punto oggi non è la nostalgia per un sistema di partiti che, con i suoi pregi e i suoi difetti, non esiste più e non pare comunque ricostituibile.
Il vero problema è il pericolosissimo cambio di aspettative che questo nuovo sistema ha creato nei confronti delle leadership politiche. Il leader inevitabilmente si presenta come deus ex machina, come soluzione a tutti i problemi, accendendo il fuoco dell’entusiasmo che rapidamente si consuma nella cenere della disillusione. Come ha scritto il direttore Faustini su queste pagine, nessuno si (e ci) salva da solo. Ci si dimentica troppo facilmente che il problema non è tanto la qualità dei leader, quanto lo scarso funzionamento delle istituzioni. La banalizzazione del messaggio politico concentra tutta l’attenzione sul pilota, trascurando la macchina. Ma anche un bravissimo pilota (ammesso che ce ne siano) non può far nulla alla guida di una macchina scassata.
Senza efficaci riforme nessun leader può avere successo. Ora è il turno di Renzi, che suscita grandi aspettative ed al quale il Paese si affida anche per mancanza di alternative. Ma anch’egli andrà alla guida di una macchina che non funziona. E per quanto possa essere bravo come pilota, è difficile che riesca a far vincere all’Italia la gara della competitività internazionale conducendo una vecchia cinquecento contro i bolidi di formula 1. Eppure non c’è scelta, quindi speriamo nei miracoli. Talvolta accadono pure.

*Alto Adige, 17 febbraio 2014


giovedì, 17 febbraio 2014 -