Nessuno ascolta più la società reale

Giuseppe De Rita

Per quel poco che esiste e che riflette, la nostra classe dirigente è oggi concentrata sui temi della governabilità, alla luce delle esigenze decisionistiche e bipolari dell’esercizio del potere. Esigenze che sembrano superare, quasi asfaltare, i bisogni e le sedi della rappresentanza degli interessi e delle identità sociali; e non a caso nessuno sembra porsi una semplice questione: in nome di chi, di quale consenso collettivo, di quali interessi, si opera l’attuale slittamento verso i piani alti della politica?
La risposta più semplicistica è che oggi vince la personalizzazione della leadership , senza troppa attenzione alla sua legittimazione sociale; la risposta più pericolosa è che nella complessità della realtà italiana è doveroso sperimentare una «politica senza consenso», libera dai lunghi e lenti processi di ascolto e partecipazione di base; la risposta più «cattiva» è che la politica non può guardare in basso, alla rappresentanza degli interessi, per la semplice ragione che tale rappresentanza è in crisi agonica: a livello locale come a quello periferico, nel mondo sindacale come in quello datoriale. 

Di queste tre risposte le prime due sono materia da cultori del primato della politica. Ma è sulla terza, quella attinente al funzionamento consensuale o conflittuale del corpo sociale, che va concentrato un sovrappiù di attenzione. Se non ha processi di rappresentanza una società non funziona, né nella sua quotidiana fisiologia, né nel suo dialogo con la politica e le sue decisioni. 
Certo abbiamo strutture collettive che hanno svolto bene il mestiere di fare rappresentanza, ma esse non riescono ad essere altrettanto incisive nell’attuale momento; e tocca quindi a loro capire perché hanno perso la loro aderenza sia alla politica sia all’evoluzione della realtà sociale. 
Guardando alle ragioni intime di tale fenomenologia colpisce subito la tendenza un po’ schizofrenica a spaccare in due l’azione quotidiana della rappresentanza. Da un lato l’alta dirigenza (sindacale, datoriale, associativa, di terzo settore) è convinta che per contare politicamente deve avere un pensiero politico e parlare alla pari con i leader politici (si pensi all’atteggiamento dei capi sindacali dal ’69 in poi o a quello degli ultimi presidenti confindustriali) non avvertendo però che così ci si incammina verso un infruttuoso «camino d’aria calda». Dall’altro gli apparati organizzativi ritengono che si debba vivere terra terra, nel lobbismo più mirato, con potere degli uffici (di comunicazione, come di relazioni istituzionali) che alla lunga connota la rappresentanza come azione puramente corporativa. Ed è il combinato disposto di questi due divaricanti processi che porta alla crisi attuale della rappresentanza, resa inefficace dall’esposizione politica della alta dirigenza e dell’appiattimento lobbistico degli apparati. 
Se vogliono uscire da tale inefficacia le strutture di rappresentanza devono allora registrare i loro poteri interni; ma soprattutto devono riandare alla sorgente della loro forza, agli interessi concreti ed agli umori della gente di cui sono portatrici. Ne devono diventare la voce, magari anche rifrequentando la piazza, verrebbe da dire, per non lasciare che vadano in piazza solo avventure di protesta (si pensi ai cosiddetti «forconi») incapaci di stare in dialettica sociopolitica sui tavoli della decisione. La rappresentanza non è una attribuzione stabilita per legge e tanto meno è una gentile concessione di spazio concertativo da parte della politica: essa è invece combinazione di interessi, conflitti e partecipazione. E ha bisogno di orgoglio e coraggio: orgoglio di essere una componente indispensabile nella gestione della società complessa, coraggio di riprendere le fila delle proprie origini di «movimento», collettivo e di massa. 
Chi nei decenni ha vissuto loro accanto sa quanto sia difficile, per le strutture di rappresentanza sociale, negarsi la tentazione di far politica alta o di appiattirsi alla potenza degli uffici interni: ma se non cambiano registro esse rischiano di essere con il tempo assimilate alle tante caste da abbattere o ai tanti «costi della politica» da ridurre o eliminare. C’è quindi da augurarsi che vadano pure in piazza (comincia Rete Imprese Italia il prossimo 18 febbraio), a riconquistarsi il coraggio di rappresentare le loro basi, in un reciproco aiuto a crescere e svilupparsi. 

*Corriere della Sera, 16 febbraio 2014

giovedì, 17 febbraio 2014 -