Autonomie alpine non per la lingua

Annibale Salsa

La ricerca di capri espiatori nelle situazioni di crisi economica e sociale costituisce una pratica consolidata nella storia dell'umanità. Ho già accennato, in alcuni miei articoli pubblicati sull'Adige, ai frequenti casi di stregoneria attestati lungo tutto l'arco alpino sino alla fine del Settecento. Questo fenomeno, a quei tempi socialmente rilevante, ha attraversato molti secoli di storia delle comunità rurali. Mediante pubbliche segnalazioni riguardo a supposti effetti nocivi per le comunità- avallati dalla legittimazione «scientifica» del Malleus maleficarum («Il martello delle streghe»), manuale pubblicato nell'anno 1487 dai frati predicatori germanici Jakob Kremer e Heinrich Spranger - si venivano ad alimentare forme di psicosi collettiva fra le popolazioni alpine. I processi istruiti a carico di presunte «femmine responsabili delle crisi», sempre supportati dalle confessioni estorte con le torture, finivano per colpire povere donne, tendenzialmente disadattate, non integrate nelle società di villaggio ma in empatica sintonia con i mondi selvatici naturali.

In tal modo veniva offerta all'opinione pubblica del tempo, che allora non disponeva di talk show televisivi con i relativi sacerdoti laici della comunicazione, la «prova certa» (sic!) in grado di giustificare le cause della crisi. Effetti scenografici sulle pubbliche piazze, come roghi e sevizie fisiche, avevano quella funzione mediatica che oggi, in maniera più soft ma non meno violenta, svolgono certi programmi televisivi nel soddisfare il bisogno viscerale di identificare i presunti responsabili dell'italico disastro economico-finanziario. Pratiche analoghe di colpevolizzazione collettiva sono state analizzate, con solide argomentazioni scientifiche, dall'antropologa inglese Mary Douglas a proposito dell'«effetto blaming» (attribuzione di colpa). E allora, chi meglio delle più virtuose Province a Statuto Speciale di Bolzano e Trento poteva essere arso sui nuovi roghi della demonizzazione mediatica? Come ai tempi dei processi di stregoneria, siamo in presenza di un mix di ignoranza e di malafede. Articoli recentemente pubblicati su «l'Adige» consentono di riflettere ulteriormente sul difficile momento che stanno attraversando le autonomie speciali alpine di fronte all'opinione pubblica nazionale. Un articolo del 24 Gennaio si riferisce alla proposta del governatore sudtirolese Arno Kompatscher, in sintonia con il trentino Ugo Rossi, di cambiare il nome «Provincia» con quello di «Comunità». L'editoriale del 23 Gennaio, a firma dell'ex-parlamentare europeo Giacomo Santini, pone correttamente all'attenzione dei lettori il rischio derivante da un allentamento dei rapporti intra-regionali fra Trento e Bolzano.

Premetto che mi trovo pienamente d'accordo sulle tesi espresse in entrambi gli articoli. A proposito del termine «comunità», va detto che esso restituisce molto bene il significato di un'appartenenza comune, la quale può inglobare identità multiple (le identità sono sempre plurali ed evolutive) e i cui fondamenti vanno ricercati nella storia prima ancora che negli aspetti etnico-linguistici. Spesso mi sono trovato ad esprimere riserve, anche in sede scientifica, intorno alla nozione di «minoranza linguistica». Tale nozione non è, a mio avviso, del tutto rispettosa dei diritti delle comunità alloglotte in quanto si origina nel momento in cui i nuovi organismi statali centralizzati (dal XVI al XIX secolo) adottano la lingua ufficiale della maggioranza della popolazione mediante una graduale identificazione dello Stato (ordinamento giuridico-amministrativo) con la Nazione (entità linguistico-culturale).

La minoranza linguistica è tale, dunque, in rapporto ad una maggioranza linguistica la quale, nel migliore dei casi, è disposta a «tollerare» la diversità al suo interno. Ben altra situazione è quella della Confederazione elvetica in cui le lingue ufficiali sono tre, tutte dotate di pari dignità, sia nella toponomastica monolinguistica territoriale, sia nell'impiego ufficiale in ambito parlamentare federale. A partire dalla Costituzione del 1848, infatti, viene codificato il principio della «territorialità della lingua».Esso consente di evitare quelle incomprensioni, relative alla doppia toponomastica, che angustiano il vicino Sudtirolo, dove vige tuttora il provocatorio prontuario di Ettore Tolomei. Nella storia delle popolazioni alpine, infatti, non era la lingua a decidere il diritto all'autogoverno delle comunità. A dimostrazione di ciò, posso citare due esempi significativi: la comunità valdostana e le comunità walser.

Nel primo caso, l'allora Ducato d'Aosta riceve la «carta delle franchigie» (anno 1191) dal conte Tommaso I° di Savoia grazie alla mediazione del vescovo diocesano. In età medievale, le tentazioni centralistiche sono ancora di là da venire. Soltanto a partire dal Cinquecento, tali tentazioni incominciano a prendere corpo. Nell'ambito degli Stati sabaudi, la Valle d'Aosta riesce a difendere – a differenza della Savoia e del Piemonte – le proprie istituzioni autonome. Anche in ambito ecclesiastico nascono contrasti con la Sede pontificia circa l'autonomia da Roma. La Curia romana cercherà di assimilare la Diocesi di Aosta, già suffraganea della provincia ecclesiastica «gallicana» della Tarantasia (Val d'Isère-Savoia), alle altre diocesi italiane. Nel Ducato d'Aosta, proprio in ragione di tali appartenenze, si fanno sentire molto tiepidamente gli effetti della Controriforma tridentina.Tuttavia, nonostante la lontananza geografica e i quasi inesistenti contatti fra le due popolazioni alpine, esiste un legame fra Trento ed Aosta. Il Principe-Vescovo di Trento Carlo Emanuele Madruzzo, Conte di Challant,era infatti imparentato con una delle maggiori casate della Vallée, padrona della Val d'Ayas: i signori di Challant.

Il segretario del Principe Madruzzo - il trentino Vigilio Vescovi - tradurrà dal francese in italiano, aggiornandola al 1639, la «Cronaca della Casa di Challant». A sostenere le ragioni dell'autonomia del territorio aostano, messa in discussione dalla stessa Sede apostolica, sarà soprattutto il vescovo Albert-Philibert Bailly. Egli, recuperando la dottrina geopolitica «intra-montanista» dello Pseudo Monterin, affermerà che il Ducato aostano non si trova né al di qua, né al di là, ma dentro le montagne («nec citra, nec ultra, sed intra montes»). Pertanto non è la lingua (trattandosi nell'uno e nell'altro caso di regioni francofone), bensì la collocazione geografica e la tradizione storica a giustificare il diritto all'autogoverno. La stessa argomentazione è valida per le comunità walser del Tirolo occidentale (Galtür e Ischgl). Anche in questi casi non è l'appartenenza linguistica a giustificare la concessione di particolari autonomie alle comunità della valle di Paznaun.

Si tratta, infatti, di comunità inserite in una regione interamente germanofona. Sono invece gli incentivi contrattuali, finalizzati a favorire la permanenza stabile della popolazione nelle terre alte, a convincere i decisori politici del tempo ad introdurre, istituire e confermare le autonomie. La stessa parola «walser», che identifica la provenienza dei coloni dal Vallese, è attestata per la prima volta ufficialmente (anno 1320) da un atto giudiziario del giudice di Nauders, villaggio situato subito al di là del Passo Resia. Questo villaggio apparteneva, fino alla fine della Grande Guerra, al distretto (Bezirk) della Val Venosta. Tuttavia, nell'Italia di oggi, persiste il preconcetto (sia nell'opinione pubblica, sia nelle istituzioni) che soltanto la diversità linguistica ed etnica possa giustificare, al limite del giustificabile, la concessione di speciali autonomie alle province alpine di confine. Lo stesso accordo De Gasperi-Gruber, mediante l'istituzione di una Regione multietnica e multilinguistica, di fatto e di diritto avallava questa tesi.

La stesura del secondo Statuto ed il varo del pacchetto per l'autonomia delle province di Bolzano e Trento agganciava l'autonomia provinciale di Bolzano al rilascio, da parte dell'Austria, di una clausola liberatoria,fornendo al Sudtirolo uno strumento forte a sostegno dell'autogoverno provinciale. Dall'altra parte delle Alpi l'autonomismo valdostano di Emile Chanoux, nell'invocare la creazione di una Regione autonoma aostana di parlata francofona, garantiva la permanenza entro i confini dell'Italia di un territorio rivendicato nel secondo dopoguerra dal generale De Gaulle, proprio sulla base di motivazioni linguistiche. Per queste ragioni, che poco hanno a che vedere con le motivazioni originarie di ordine economico-sociale delle autonomie alpine, le preoccupazioni dell'ex parlamentare europeo Giacomo Santini- rafforzamento dei legami fra Trento e Bolzano ed ampliamento delle competenze amministrative in ambito regionale - trovano una piena giustificazione per la difesa dell'autonomia trentina.

*L'Adige

giovedì, 13 febbraio 2014 -