Territoriali ed europei / Eurovisioni

L'Associazione Politica Responsabile organizzerà alla fine di aprile la seconda edizione della scuola di formazione "Territoriali ed europei". Lo farà concentrando la propria attenzione sull'Europa, provando a descriverne un futuro diverso da quello incerto che sembra oggi emergere dal dibattito politico, oltre che nel sentire comune dei cittadini.
Questo momento formativo - e di confronto - è importante perchè il bacino degli euroscettici si è ingrossato a dismisura con l'aumentare delle difficoltà dell'Unione ad assumersi maggiori responsabilità politiche rispetto agli stati nazionali, e perchè - parallelamente - a poco valgono le ricette semplificate degli "eurocompiaciuti" che non sembrano interessati ad apportare modifiche ai meccanismo comunitari, contribuendone all'immobilità e alla fragilità.
"Territoriali ed europei" vuole essere un luogo aperto e partecipato, nel quale tutti si possano trovare a proprio agio portando un contributo alla discussione. Per questo crediamo che anche il sito di Politica Responsabile possa essere in questi mesi catalizzatore di materiali e informazioni utili allo sviluppo di un dibattito ampio e articolato.
Per questo la breve traccia che qui riportiamo rimarrà in prima pagina da qui fino ai giorni della Spring School come spazio utilizzabile da tutti per raccogliere contributi utili. Buona discussione.


Eurovisioni. L'indignazione, il rebetiko e una nuova idea di contratto sociale.

L'Europa non è il problema, bensì la chiave per affrontare un nuovo contesto.

L'Europa politica è in crisi. Le sue istituzioni sono viste da molti come un apparato burocratico ed un insieme di regole dettate dalle banche e dai poteri forti. Il suo allargamento è stato spesso vissuto dai cittadini dei paesi più forti come un'insidia al proprio status piuttosto che una casa comune. Gli stati nazionali cavalcano l'onda della paura per evitare di cedere verso l'Europa (e verso i territori) quote crescenti di sovranità. La politica si attarda a cercare soluzioni a carattere nazionale, quando invece la cifra dei problemi appare sempre più di natura sovranazionale e territoriale. 

Il problema sembra essere quello di tutelare al meglio gli interessi nazionali in Europa, ma così facendo non si costruisce l'Europa come soggettività politica, sociale e culturale, la si indebolisce piuttosto. Questo è l'orizzonte nel quale gli stati nazionali più forti ripropongono la loro leadership sull'Europa e questa, a guardar bene, fu anche la ragione che portò nel secolo scorso a due conflitti mondiali. Tanto che l'idea di un'Europa politica nasce come progetto di pace, nel superamento in senso federalista degli stati nazionali e della loro tendenza all'egemonismo.
Manca una visione europea. L'Europa nasce nel Mediterraneo, nell'incontro fra oriente e occidente tanto nel pensiero quanto nella conoscenza. Ma oggi, come tragicamente avvenne in altri passaggi della storia, oriente ed occidente si vivono in sottrazione così da riesumare il nefasto concetto di scontro di civiltà. Anziché nutrirsi delle diversità, si invocano supremazie. E prevalgono le paure che – in assenza di un progetto politico, culturale e sociale – diventano rancore. E non a caso è l'avversità all'Europa l'elemento che catalizza vecchi e nuovi fascismi.
Il paradosso è che tutto questo si manifesta proprio quando di un disegno e di una visione europea vi sarebbe più bisogno. Ecco perché, anche in prossimità di una scadenza come quella del rinnovo del Parlamento Europeo, appare urgente costruire uno spazio europeo. Uno spazio mentale che divenga culturale, politico e sociale. Una visione, appunto, che segni l'immaginario, le scelte politiche, il modo di vivere il presente.

Proprio su quest'ultimo aspetto, l'Europa sociale, vorremmo provare a riflettere nel secondo appuntamento della scuola di formazione “Territoriali ed europei” che proponiamo per la prossima primavera. Mettendo al centro della riflessione le forme in cui prende corpo la fatica sociale dell'Europa, movimenti spesso contraddittori con i quali è in ogni caso necessario fare i conti, abitando conflitti talvolta spuri piuttosto che esorcizzarli. Indicando una visione che possa dare profondità a quanto si esprime sul piano sociale, nel passaggio incerto fra primavere e rancore.
Daremo voce e cercheremo di riflettere su come in Europa si affrontano le sfide del presente, fra l'indignazione verso una finanza che uccide l'economia reale, il canto disperato che diventa colonna sonora della vicenda di una nazione, il fare meglio con meno che si può rintracciare nei contratti di solidarietà fra lavoratori, generazioni e, perché no?, dimensioni territoriali transnazionali, l'assunzione di responsabilità che può stare alla base delle istanze di autogoverno.
Una tre giorni che vorremmo insieme scuola politica ma anche incontro di comunità, perché l'Europa è ormai imprescindibilmente nelle nostre vite quotidiane.


Per informazioni o contributi utili alla realizzazione della Spring School: f.zappini@gmail.com

*L'immagine all'interno dell'articolo è di Beppe Giacobbe

giovedì, 10 febbraio 2014 - a cura della redazione