Semestre europeo

Simone Casalini

È uno dei bersagli privilegiati del revanchismo nazionalista. Contro la bandiera stellata a sfondo blu suonano i pifferai magici del populismo per serrare le fila dello spaesamento sociale e richiamare nei propri spazi di consenso masse — dal ceto medio al nuovo proletariato, dai giovani ai pensionati — disorientate dal mutare del paesaggio economico e culturale. In quale misura si gonfieranno queste sacche elettorali, lo diranno le prossime consultazioni europee di fine maggio. Il dato politico consolidato è la strutturazione di una protesta antieuropeista — uno dei paradigmi dei nuovi populismi — che si mobilita al seguito di partiti organizzati o movimenti fluidi come quello ideato da Beppe Grillo.
La posta in gioco è alta, molto alta. Una ripresa del processo di integrazione «che coniughi élite e elettorato, policy e politics» o lo scivolamento verso la ricostituzione di Stati nazione solidi, «un arretramento che sarebbe una follia». Un passaggio cruciale che si coniuga con il semestre europeo a presidenza italiana del prossimo luglio.

«Trentino e Alto Adige hanno un interesse strategico nel rafforzamento delle politiche europee e un'opportunità per dettare alcuni temi dell'agenda politica» sottolinea Sergio Fabbrini, direttore scientifico della School of Government della Luiss ed ex direttore (e cofondatore) della Scuola di studi internazionali dell'università di Trento, che all'analisi dell'orizzonte europeo ha dedicato uno studio, di prossima pubblicazione, intitolato «Which Union?» (Quale Unione?).

Professor Fabbrini, le elezioni europee si avvicinano e una parte dell'attenzione è concentrata sui populismi di nuovo conio che — dal Fronte nazionale in Francia ai Finns in Finlandia, dal Party for freedom olandese all'Ukip inglese senza dimenticare i fenomeni italiani (Lega Nord e Movimento 5 Stelle), per citarne solo alcuni — sono accreditati di un 25% nei sondaggi. Populismo è un termine molto ambiguo, da dove ha origine?

«Le democrazie liberali in cui viviamo si basano su due principi che sono in contraddizione tra loro: quello democratico che sottende la sovranità popolare, il governo della gente comune e quello liberale che rimanda invece alla sovranità esercitata all'interno della Costituzione, protetta da gruppi ristretti (giuridici, amministrativi, tecnici). Popolo e élite sono i due estremi, quasi sempre in tensione. Quando tale equilibrio viene meno può affermarsi l'uno o l'altro. Nel passato è accaduto che le democrazie liberali fossero governate da minute cerchie in virtù delle loro competenze oltre che delle loro ricchezze; in altre circostanze si è imposto il principio democratico di un popolo che vuole governarsi da solo. Ora questo processo è stato messo in discussione dall'Unione europea che ha trasferito a Bruxelles le decisioni di peso, mentre la politica tradizionale (quella della mobilitazione, dei partiti) è rimasta nazionale. I cittadini percepiscono che sono stati privati delle grandi scelte e che queste sono stabilite dal Consiglio europeo o dall'Ecofin, dalla Commissione europea, dalla Banca centrale, dalla Corte europea di giustizia, in alcuni casi imposte dal Fondo monetario internazionale. Vengono, cioè, adottate da élite, da gruppi di esperti o tecnici (politici sovranazionali, economisti, banchieri, giudici) che sono sottratti al controllo popolare. Il populismo è l'espressione di una malattia, del fatto che una politica così organizzata non può durare a lungo. È una reazione al governo delle tecnocrazie e va preso sul serio. A ciò aggiungerei una considerazione: mentre una volta tali forme di protesta si rivolgevano contro il ceto economico o politico, oggi hanno una chiara impronta antieuropeista».

Quali possono essere gli sbocchi?

«Ci sono diverse opzioni in campo. Una, che sta emergendo in modo rumoroso, è l'idea di un ritorno allo Stato nazione come baricentro della policy, delle politiche che contano come l'organizzazione del sistema bancario, il controllo delle strategie economiche, finanziarie e fiscali. Pochi giorni fa si è tenuto un convegno in Olanda, alla presenza di importanti esponenti del governo, che spingeva in questa direzione. Ma è lo stesso orientamento di alcuni intellettuali italiani che sosterranno il leader dell'estrema sinistra greca Syriza, Alexis Tsipras, alla presidenza della Commissione europea. Questa opinione, peraltro appoggiata dalla figlia di Altero Spinelli (Barbara Spinelli, ndr), è sorprendente. Sia a destra che a sinistra, dunque, si afferma la necessità di non uscire dallo Stato nazione. Ogni tentativo di ri-nazionalizzazione, a mio avviso, è destinato al fallimento. Nessun Paese può gestire la crisi economica con i propri strumenti né pensare di riportare tra i confini patri politiche ormai incardinate altrove. Dunque, se questa opzione risponde alla pancia dell'elettore, credo che una classe dirigente seria abbia il dovere di mobilitare la testa. Ciò si traduce nel far compiere un passo in avanti all'Unione europea, proposito abbandonato nel 2005 dopo il fallimento del trattato costituzionale a causa del voto contrario di Francia e Olanda, e di ricongiungere la politics, cioè la battaglia politica, con la policy, i luoghi dove vengono prese le decisioni. Su questo tema manca, però, un dibattito».

Perché la costruzione europea è arrivata a questo impasse?

«Ciò che alimenta il senso di insoddisfazione dei cittadini è l'Europa della moneta comune che è stata costruita intorno a un modello fortemente tecnocratico. Fu il risultato di una mediazione definita a Maastricht dove si decise, in sostanza, di coniare una moneta unica affiancandole però tante politiche economiche decentrate. Alla fine si è creata un'unione intergovernativa inintelligibile. I parlamenti nazionali e quello europeo sono esclusi da ogni passaggio. Tutto è delegato ai capi di governo che agiscono sulla base di valutazioni personali. Tale modello tecnocratico, fondato su questioni economiche e monetarie, ha alimentato il senso di insoddisfazione dei cittadini e l'idea che le élite governino contro le masse. L'Unione europea è, tuttavia, un'altra cosa».

Quali vie di uscita si possono ipotizzare?

«Occorre creare delle istituzioni in cui i cittadini s'identifichino e per conseguire questo risultato è necessario potersi esprimere alle elezioni sulle scelte di politica economica. Il populismo nasce dalla frustrazione delle gente che avverte l'inutilità della propria preferenza. Un altro fronte che alimenta la mortificazione comune è l'inadeguatezza delle élite politiche nazionali. Non hanno assolto al dovere di educare gli elettori sulle dinamiche dell'Europa, né hanno prospettato soluzioni per ricollegare i cittadini alla nuova sfida postnazionale. L'Italia si accinge a guidare l'Unione europea e potrebbe essere un'occasione per definire la nostra visione dell'Europa coinvolgendo istituzioni, regioni e società».

A tal proposito, anche il Trentino-Alto Adige — promotore dell'Euregio con il Tirolo — potrebbe contribuire a questo dibattito. In quale modo?

«Il Trentino-Alto Adige ha un interesse strategico al rafforzamento del processo di integrazione europea perché la pacificazione e la civilizzazione dei rapporti tra gruppi etnici ne sono in qualche misura un risultato. Se fossero rimasti gli Stati nazione, le tensioni tra residenti di lingua italiana e tedesca, tra Italia e Austria sarebbero state di gran lunga superiori. Invece l'adesione dell'Austria all'Ue, il trattato di Schengen, lo sviluppo dell'Europa delle regioni ha fatto sì che, silenziosamente, la retorica e la politica drammatica degli anni Sessanta sparissero dal linguaggio comune. Ecco perché il Trentino-Alto Adige ha, a mio avviso, un interesse strategico a usare il semestre europeo per ragionare e costruire proposte più avanzate su alcune questioni. Intanto sulla funzione delle regioni di confine nell'itinerario di integrazione europea. Si potrebbe organizzare a Bolzano o Trento un grande momento di confronto con esponenti istituzionali europei sul ruolo delle Euroregioni, intese anche come soluzione per cucire antiche divisioni. Ancora, il Trentino-Alto Adige potrebbe candidarsi ad ospitare qualche sede dell'Ue sul tema delle minoranze o una delle riunioni dei ministri sui temi dell'immigrazione o degli affari regionali. L'Unione europea è composta da 28 nazioni, molte di queste hanno problemi di minoranze, conflitti interni e non sempre è conosciuto ciò che è avvenuto qui. Essere il polo di alcuni importanti eventi o di vertici istituzionali di alto livello è una chance da sfruttare anche perché le iniziative non possono gravitare solo su Roma».

La sfida populista, inoltre, appare abbastanza contenuta.

«Con tutti i loro difetti, Trentino e Alto Adige hanno élite sufficientemente legittimate. Il Movimento 5 stelle è quasi inesistente e la Lega Nord ridimensionata. Quindi c'è lo spazio per mettere in campo altre riflessioni e indagare, per esempio, come il connubio tra autonomismo e europeismo ha prodotto qui un esito virtuoso o come il buon governo territoriale rende impermeabile l'elettorato al populismo».

L'altro fronte delle due Province autonome è la riforma in itinere del Titolo V della Costituzione contenuta nell'accordo Renzi-Berlusconi. Quali ricadute può avere per le specialità?

«La riforma del 2001 fu elaborata in fretta e male per togliere acqua ai pesci della Lega. Ha prodotto una forte conflittualità istituzionale e un'ipertrofia dei governi regionali che hanno inteso la loro autonomia come un'autonomia di privilegi. Il paradigma Batman (Franco Fiorito, ex consigliere regionale del Lazio, ndr) si è diffuso in tutto il Paese resuscitando la prospettiva di una centralizzazione. Alcune competenze credo sia giusto che tornino ad essere gestite al centro salvaguardando, però, un equilibrio ed evitando di buttare via il bambino con l'acqua sporca. Potenzialmente è una minaccia formidabile per il Trentino-Alto Adige alla quale occorre opporre una strategia chiara perché lamentarsi che ci drenano risorse o che siamo sotto attacco in trasmissioni come Porta a porta non è sufficiente. Da un lato, le due Province dovrebbero assumere una forte iniziativa a livello europeo e dall'altro misurarsi sul piano nazionale impedendo che l'accordo Renzi-Berlusconi, che peraltro reputo un compromesso da difendere, sia oggetto di negoziazione esclusiva tra Pd e Forza Italia. Avrebbe il carattere dell'urgenza un rilancio della rappresentanza politica a livello nazionale delle due Province che in questo momento è debole. Per tale motivo, la Regione può divenire il luogo di riflessione strategica delle due comunità territoriali inserendosi nella trattativa sulla riforma del Titolo V».

Quale può essere il contributo in termini concreti?

«Il Trentino-Alto Adige ha interesse che in Italia si sviluppi un concetto di regionalismo basato su un sistema di autonomie differenziate. Sarebbe opportuno, nello specifico, costruire un meccanismo che coniughi l'autonomia al merito. Non ha senso che il Trentino-Alto Adige paghi un discredito, di fronte all'opinione pubblica, per la cattiva gestione dell'autonomia fatta dalla Regione Sicilia. Ciò significa anche uscire da automatismi di falso solidarismo regionalista e accettare che ci possano essere autonomie più avanzate la cui esperienza viene sottoposta a verifica e, in caso di abusi, sanzionata».

Facciamo un passo indietro: quanto incide la crisi dei partiti tradizionali nell'ascesa dei populismi?

«Tantissimo. Il popolo ha sempre esercitato la propria sovranità attraverso i partiti, tuttavia le forme classiche della democrazia non funzionano più. Sono sparite le grandi fratture ideologiche, persino le divisioni tra classi sociali o fruitori di privilegi si sono sfumate. Se oggi volessimo proporre una riforma del mercato del lavoro non potremmo considerare interlocutori esclusivi la classe operaia e l'imprenditoria. Tra gli operai, abbiamo i garantiti e i precari. E i sindacati, che sono ormai organizzazioni di pensionati, tutelano i primi. Non si può neppure più accennare ad una borghesia. Quale sarebbe? Le trasformazioni politiche, sociali, generazionali hanno fatto sì che la concezione di partito come «ditta», per usare l'espressione di Pierluigi Bersani, non sia più attuale perché sono venuti meno sia i clienti che i fornitori. La crisi di questo paradigma ha poi trasformato i partiti in macchine di autoriproduzione di classi dirigenti, come segnalavano già le teorie di Weber e Michels. Il Pd ne è l'emblema con un equilibrio fondato su correnti che si tengono insieme vicendevolmente. Almeno fino all'arrivo di Renzi».

Il modello in auge appare, però, fondato sul carisma personalistico e la comunicazione seguendo la strada tracciata da Berlusconi. Il Novecento è alle spalle, ma il rischio è di rimanere senza una cultura politica vera.

«La sfida è costruire una terza via che sorvoli i modelli oligarchici e personalistici. Per farlo è necessario elaborare una nuova cultura politica attraverso un cambio generazionale. La generazione di politici che ha governato dal 1980 agli anni Duemila ha le sue radici negli anni Sessanta, nella tradizione del Novecento e della guerra fredda. È inadeguata culturalmente e cognitivamente a guidare l'Italia del futuro. Ma se la cultura del Novecento è insufficiente a interpretare il mondo contemporaneo, la soluzione non può essere il composto prodotto dalla televisione commerciale. C'è un lavoro di elaborazione enorme da fare, il processo di transizione durerà molto tempo e dovremo capire in quale modo i giovani si attrezzeranno perché la leggerezza è una virtù solo se ci sono dei contenuti. È questa la vera sfida che dovrà affrontare Renzi»

*Corriere del Trentino, 30 gennaio 2014

giovedì, 01 febbraio 2014 -