La pratica della memoria

Bruno Dorigatti

La "Giornata della Memoria", che coincide con l'anniversario dell'arrivo delle truppe russe ai cancelli dell'orrore di Auschwitz, non dev'essere solo un rito consuetudinario del ricordo, ma deve assumere la funzione di stimolo ad una riflessione sul presente e sul futuro, capace di tenere salde le radici in un passato che non può mai essere dimenticato.
Da troppo tempo ormai assistiamo in Europa alla ripresa vigorosa di un antisemitismo che pare tagliare trasversalmente le società del vecchio continente: dalle svastiche disegnate negli anni Sessanta sull'appena restaurata Sinagoga di Colonia, alle posizioni xenofobe ed antisemite del Front National di Le Pen in Francia; dal neonazismo di Haider in Austria all'antisemitismo italiano che rivendica le proprie posizioni di destra estremista come "conquista di democrazia e di libertà d'opinione". E così l'antico fiume del rifiuto dell'Altro e della persecuzione sembra bagnare ancora le terre d'Europa, spaventando ed allontanando, anziché spingere all'incontro e al dialogo, e mentre gli opposti si polarizzano, le ombre del passato si fanno via via più inquietanti ed aggressive.

Credo che onorare la "Giornata della Memoria" non possa allora limitarsi alla celebrazione occasionale di avvenimenti solo apparentemente trascorsi, ma chiami invece ogni giorno a costruire ragioni alternative al pregiudizio, alla xenofobia ed al razzismo, che proprio nell'antisemitismo trovano una delle loro prime manifestazioni dentro la storia dell'uomo. Ma l'indignazione individuale non basta. Serve altro, come ad esempio un impegno più convinto delle forze politiche e delle Istituzioni di questo Paese per la sottoscrizione del "Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Budapest sul Cybercrime", nella consapevolezza che oggi è proprio "la rete" il luogo della diffusione più ampia delle teorie e delle demagogie antisemite e razziste a facile presa.
Accanto a ciò, sono poi la agenzie formative a dover svolgere un compito di predisposizione delle coscienze al rifiuto della discriminazione, qualunque essa sia: dalla scuola ai mezzi di informazione, dalla famiglia ai social network.
L'antisemitismo è un vecchio - ma mai del tutto estirpato - cancro dell'Europa, e forse costituisce anche uno dei caratteri più nefasti della complessiva identità continentale, perché accompagna da sempre la vicenda di questa geografia, segnandone le trasformazioni con una scia di sangue e di dolore che dovrebbe interrogarci tutti sul senso profondo di un odio ingiustificato ed ingiustificabile.
Se la "Giornata della Memoria" non serve a questo, allora il suo significato intimo e straordinario viene a perdersi in un vuoto dove tutto diventa uguale; dove si annega la ricchezza delle differenze; dove le società ritrovano solo parole di violenza per il vocabolario del futuro e dove si distrugge ogni residuo di umanità, decretando in tal modo la fine stessa del nostro esistere.
Davanti alla indicibile verità del ricordo di chi è sopravvissuto e davanti alla forza dei documenti che attestano, che provano, che sottolineano, che evidenziano, non si può rispondere con le misere confutazioni del negazionismo. Non si può ignorare la storia. Non si può girare altrove lo sguardo. Già lo ha fatto l'Europa di settant'anni fa e con esiti che hanno il profilo di milioni di uccisi nella voluttà di una violenza senza ragione alcuna.
Oggi siamo tutti chiamati a ricordare, ma non come dovuto atto di circostanza, bensì come rafforzamento della nostra coscienza e del suo dovere di ribellarsi di fronte ai nuovi segnali di paura che affiorano ancora sull'orizzonte del terzo millennio.

*www.brunodorigatti.it, 27 gennaio 2013

giovedì, 27 gennaio 2014 -