Memoria e presente

Ugo Morelli

Che cosa vuol dire ricordare? Non è facile rispondere a questa domanda. Per noi esseri umani la memoria non è un deposito immobile al quale attingere trovando stipati i ricordi intatti, così come li avevamo deposti. Noi riattiviamo continuamente la memoria e la riscriviamo attraverso le nostre narrazioni nel corso del tempo. Possiamo rimuovere parte della nostra esperienza vissuta fino a seppellirla così in fondo da negare che sia mai esistita. Possiamo, attraverso la narrazione a noi stessi e agli altri, ridisegnare e trasformare le memorie di esperienze vissute fino a farle apparire sostanzialmente diverse da quelle che effettivamente furono quando le vivemmo. Sia la rimozione che la ridefinizione della memoria declinata al presente, si combinano con la ritualizzazione dei processi del ricordare, con la predominanza degli aspetti celebrativi della memoria, fino a rischiare di svuotare di senso eventi fondamentali e di produrre processi di deresponsabilizzazione.

Come è possibile constatare le implicazioni della memoria per noi esseri umani sono molteplici. I principali orientamenti esistenti oggi riguardo allo studio del funzionamento della memoria umana, mettono in evidenza il fatto come essa sia un presente ricordato. Noi, cioè, decliniamo costantemente al presente gli elementi della nostra esperienza passata, li riscriviamo e li rinarriamo. Ciò accade certamente per quanto concerne l'esperienza diretta. Per le esperienze che non abbiamo vissuto direttamente e, soprattutto, per quelle che hanno un decisivo e fondamentale valore storico come accade con la Shoah, parlare di memoria significa in primo luogo assumersi una responsabilità etica. Quella responsabilità consiste in particolare nel fare i conti con la propensione all'oblio col passare del tempo e con gli stati di negazione degli eventi contemporanei in grado di richiamare gli eventi passati terribili e distruttivi Iscritti nella nostra storia. Gli stati di negazione ci portano chiudere gli occhi, ad abbassare lo sguardo, a far finta di niente, a voltarsi dall'altra parte, ad alzare le spalle, a mettere spesso la testa sotto la sabbia. Essi indicano l'incapacità o rifiuto di guardare in faccia la realtà della sofferenza nostra e altrui. Ciò accade nella vita quotidiana e riguarda la nostra esperienza diretta a livello interpersonale e di gruppo, ma anche la nostra esperienza storica collettiva. Spesso si mettono in atto, di fronte alle situazioni dolorose e scomode della realtà contemporanea, meccanismi di diniego consapevoli e inconsapevoli. Solo la ricerca dei punti di connessIone tra gli eventi come la Shoah e le “Shoah” del nostro tempo può salvaguardare e tutelare nel tempo un evento come la giornata della memoria. Si tratta di evitare lo svuotamento celebrativo e il degrado al rituale che rischia di diventare vuoto, se non si coniuga al presente il significato profondo di eventi che hanno posto l'umanità di fronte all'evidenza della capacità distruttiva di noi esseri umani. Coniugare al presente significa almeno due cose. La prima riguarda l'esigenza di fare di ogni giorno il giorno della memoria in modo da essere vigili rispetto a ciò che ci accade intorno. La seconda riguarda il superamento dell'indifferenza rispetto ai fenomeni contemporanei, quelli che accadono intorno a noi, che assumono caratteristiche affini in termini di distruttività, di sofferenza, di emarginazione, a quelli che pure è necessario ricordare e celebrare. Non vi sono gerarchie di fronte alla sofferenza di ogni essere umano e alla sua distruzione psichica e fisica.

*www.ugomorelli.eu, 27 gennaio 2014

giovedì, 27 gennaio 2014 -