Progetti e processi

Federico Zappini

“L’architettura della partecipazione” è il titolo di un libricino, ripubblicato di recente, che raccoglie un importante intervento dell’architetto Giancarlo De Carlo, datato 1969. In queste pagine – che lette oggi sanno di profezia inascoltata – viene descritto un approccio incredibilmente moderno al ruolo dell’architettura (e dell’urbanistica) in relazione alla vita e alla trasformazione delle città. Non solo. Se non lo si ritiene esclusivamente un testo per addetti ai lavori, ci si accorge che le parole che De Carlo usa per dipingere la figura del progettista dovrebbero essere quelle che caratterizzano l’azione della politica, in ogni campo.Coraggio, ascolto, spirito critico, contaminazione, condivisione, rifiuto dell’autosufficienza, multidisciplinarietà, orizzontalità. Tutte caratteristiche di una partecipazione per nulla di maniera, ma reale e praticata. De Carlo antepone in questo modo il processo al progetto, si interessa di come i cambiamenti avvengono dentro la città e in che modo possa sentirsi coinvolto in essi il maggior numero possibile di soggetti. Ci tornerò tra poco, parlando della città di Trento.

“L’architettura della partecipazione” è il titolo di un libricino, ripubblicato di recente, che raccoglie un importante intervento dell’architetto Giancarlo De Carlo, datato 1969. In queste pagine – che lette oggi sanno di profezia inascoltata – viene descritto un approccio incredibilmente moderno al ruolo dell’architettura (e dell’urbanistica) in relazione alla vita e alla trasformazione delle città. Non solo. Se non lo si ritiene esclusivamente un testo per addetti ai lavori, ci si accorge che le parole che De Carlo usa per dipingere la figura del progettista dovrebbero essere quelle che caratterizzano l’azione della politica, in ogni campo.Coraggio, ascolto, spirito critico, contaminazione, condivisione, rifiuto dell’autosufficienza, multidisciplinarietà, orizzontalità. Tutte caratteristiche di una partecipazione per nulla di maniera, ma reale e praticata. De Carlo antepone in questo modo il processo al progetto, si interessa di come i cambiamenti avvengono dentro la città e in che modo possa sentirsi coinvolto in essi il maggior numero possibile di soggetti. Ci tornerò tra poco, parlando della città di Trento.
Antonio Galdo, nell’introduzione al libro “L’egoismo è finito” si esprime in questo modo: “[...] Questo è un libro sull’amore. Su quella parte di noi, di ciascuno di noi, che ha bisogno dell’altro. Invece per alcuni decenni abbiamo rimosso il desiderio vitale di stare insieme e abbiamo rinunciato a quella misteriosa energia sprigionata da una comunità quando prendono corpo i legami che saldano persone e cose, luoghi e identità, interessi e sentimenti. Tutto è ruotato attorno all’io, escludendo il noi, e l’egoismo è diventato la principale leva dei nostri comportamenti, individuali e collettivi. Ma l’egoismo, per quanto radicato nei cromosomi dell’uomo, non può funzionare come bussola di una civiltà. [...].” E ancora, prosegue: “Il cambio di paradigma non è solo un’aspettativa del futuro: è già in atto. Storie di persone altruiste, di città pensate per condividere i luoghi, i trasporti e gli spazi. Concezioni nuove dell’abitare, attraverso le frontiere del cohousing o dell’housing sociale. Una nuova condivisione verde, dagli orti urbani agli orti verticali, i «grattaverdi». Il fascino efficace del baratto, contro il piacere individuale del possesso. La condivisione delle idee, attraverso le tecnologie della Rete. Una nuova concezione del lavoro e dei luoghi in cui svolgerlo, attraverso il coworking.”

Modello partecipativo, sviluppo di buone pratiche di riqualificazione urbana e animazione di comunità rappresentano oggi le sfide che Trento deve fare proprie. Si è conclusa – accelerata fortemente dalla crisi economica – la fase delle grandi opere e delle archistar, che avrebbe dovuto modificare l’aspetto della città. Una serie di opere si può ritenere conclusa – con alterne fortune e futuro incerto -, alcuni cantieri sono ancora aperti, altri non vedranno mai la luce. Deve ancora iniziare – almeno per quanto riguarda l’amministrazione comunale – la fase successiva, e la sensazione è che non ci siano troppe idee da cui partire. Dal basso nascono sensibilità interessanti in questa direzione, ma spesso faticano ad emergere e a trovare continuità. Trento non è  immune all’ambizione crescente di un’ampia fetta di popolazione – più e meno giovane – di riappropriarsi degli spazi di vita che a lungo sono stati dimenticati o sottovalutati. Collettivi di artisti, gruppi musicali, giovani professionisti, associazioni illuminate, cittadini intraprendenti, gruppi informali di persone, imprenditori coraggiosi sono oggi catalizzatori di partecipazione e produttori di innovazione. Sono questi i focolai di processi virtuosi che vanno alimentati, sperimentati, sostenuti.

E’ un buon segnale – da questo punto di vista – che si discuta dell’opportunità di “copiare” l’interessante iniziativa proposta dal Comune di Milano per l’utilizzo di stabili in stato di abbandono, offerti a canone calmierato ad associazioni e gruppi che li richiedano e ne garantiscano una fruizione sociale. Bene, ma non si tratta solo di questo. Non sono solo gli immobili comunali oggi in disuso a dover trovare nuova destinazione. Sono anche le decine di spazi privati, chiusi e abbruttiti dalla crisi economica, a richiedere usi alternativi. E’ l’intero centro storico – fatto di piazze, parchi e mille altri luoghi d’incontro – che dovrebbe essere il cuore pulsante di una rinnovata cultura delbuon vivere cittadino. E’ la comunità tutta a dover essere protagonista di questa partita, laddove non sarà un singolo progetto a rendere migliore la città ma la ritrovata voglia di prendersi cura dello spazio che si abita quotidianamente. Ovviamente si tratta di percorsi articolati, lunghi e tutt’altro che scontati nei risultati, così come qualsiasi attività che prevede il confronto con il diverso da sè.

Più di due mesi fa, sempre dalle colonne del Corriere del Trentino, Roberto Bortolotti proponeva la convocazione degli Stati generali della città, con l’obiettivo di aprire un primo confronto sul futuro di Trento. La proposta è caduta sfortunatamente nel vuoto, ma non credo sia troppo tardi per dare corpo a una prima ipotesi di lavoro in comune. Saprà l’amministrazione comunale muoversi in questa direzione, mettendosi in ascolto e offrendo opportunità? Saranno pronti i cittadini a rispondere a un eventuale invito alla partecipazione? E le varie anime della comunità accetteranno di dialogare nel nome di un interesse superiore? Se la risposta a tutti questi interrogativi sarà positiva allora varrà l’adagio di Le Corbusier: “Non si rivoluziona facendo rivoluzioni, si rivoluziona portando soluzioni”.

*Corriere del Trentino, 22 gennaio 2014

giovedì, 23 gennaio 2014 -