Riforma elettorale

Michele Nardelli

Leggo e rileggo la proposta di riforma del sistema elettorale che il segretario Matteo Renzi ha sottoposto alla direzione del Partito Democratico (vedi scheda in allegato). Mentre continuo a pensare che il problema non abiti qui, ma piuttosto nel racconto che la politica riesce a fare del nostro tempo, non posso che prendere atto di come la cultura maggioritaria e centralistica sia diventata il tratto di omologazione di grande parte del sistema politico italiano.
A rischio di sembrare naïf, continuo a pensare che il sistema proporzionale sia il migliore fra quelli fin qui sperimentati, che il ruolo della politica sia quello di costruire le alleanze di governo anche sulla base dell'esito del voto, che l'elezione diretta del premier (e dei presidenti) comporti un pericoloso accentramento dei poteri in chiave plebiscitaria, che i premi di maggioranza falsino l'espressione del voto popolare, che le preferenze siano uno strumento tutto sommato utile (anche se non l'unico) nella selezione delle candidature, che le minoranze politiche (ma anche quelle nazionali) debbano trovare rappresentazione istituzionale, che il ruolo di elettore e di iscritto siano diversi e che, pertanto, le primarie siano le negazione del ruolo dei corpi intermedi e a guardar bene della politica.

Sono abbastanza pratico delle cose dei partiti per non conoscerne i meccanismi degenerativi ma i rimedi che si sono adottati in chiave maggioritaria (e plebiscitaria) dal 1992 in poi non mi pare proprio abbiano avvicinato i cittadini alla politica e nemmeno contribuito a renderne le forme più partecipate.
Allo stesso modo la capacità della politica di leggere il presente, di stare sui territori, di interpretare i processi di trasformazione... ha subito nel corso del tempo un'involuzione profonda, tanto da farne corpi sempre più aridi e invisi, tanto da alimentare l'antipolitica. Per contrastarla occorre investire sul radicamento territoriale, sulla partecipazione e sulla formazione, mettendo in campo - accanto a quelli più tradizionali dello studio e della responsabilità - strumenti innovativi di circolazione delle idee e di comunicazione ma soprattutto affermando il valore della politica come impegno collettivo e disinteressato.
Mi chiedo se sono fuori dal mondo o se questa visione sia anche di altri. Certo è che il "prendere o lasciare" di Matteo Renzi appare insieme stupefacente e rivelatore. E, vi assicuro, non centra nulla con la scelta di interloquire o meno con Silvio Berlusconi. E' piuttosto l'idea che chi vince piglia tutto, ma la democrazia dovrebbe essere un'altra cosa. 

www.michelenardelli.it, 22 gennaio 2014

giovedì, 22 gennaio 2014 -