Riforme e chiacchiere

Francesco Jori

Cominciamo male. Sin dai primi giorni del nuovo anno, un molesto gracidare si leva non appena qualcuno pronuncia la parola "riforme", dando ragione a quel che segnalava già qualche anno fa Gustavo Zagrebelski e cioè che nel ceto partitico quasi tutti si dichiarano per una riforma, salvo dissentire su quale. Così i palazzi romani di oggi richiamano quelli ateniesi di ieri, come magistralmente descritti da Aristofane nelle “Rane”: cambiano i tempi, la palude rimane la stessa. 
Come l’odierna Italia, anche la città-stato greca riflessa nella commedia stava attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia, con aspre tensioni interne tra fazioni che si contendevano il potere, e con una casta di oligarchi che aveva perso la fiducia dei cittadini.

Un degrado in cui “ci avvaliamo di facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, che un tempo la città non avrebbe usato neppure come capri espiatori”, per dirla con le parole del grande autore. 
Si può convenire o dissentire nel merito delle proposte messe in campo da Matteo Renzi. Quello che non è accettabile è innescare da un minuto dopo la raffica preliminare di no, di veti, di distinguo, condita con tanto di minacce di crisi di governo, che si è trasversalmente levata dal fronte politico: nella cui prima linea si distinguono per sproloquio di esternazioni personaggi che tengono la scena da due o tre decenni senza essere riusciti a produrre neppure uno straccio di riforma. C’è del metodo, in questa follia che sta paralizzando il Paese: non già la tanto evocata “politica del fare” ma il suo esatto contrario, impedire a chiunque di fare. Con l’obiettivo di mantenere un mefitico “statu quo” che giova ai soci delle conventicole, ai parassiti dell’assistenzialismo, ai grassatori della cosa pubblica. 
Perché, per limitarsi a un esempio, tutti proclamano che va cambiata la legge elettorale, che vanno ridotti i parlamentari, che va trasformato il Senato, ma le cose continuano a restare come prima? Impossibile farcela in tempi brevi, sostengono gli specialisti dello spaccare il capello in quattro; e per “breve” intendono un intero anno… Da quanti decenni sentiamo questa solfa? Nel suo famoso discorso di Washington di cui abbiamo da poco ricordato i cinquant’anni, Martin Luther King parlava della “infuocata urgenza dell’adesso”. Al di là delle appartenenze di partito, e depurate dal plotone dei nominati e degli utili idioti, in Parlamento siedono decine e decine di persone che stanno affrontando il loro compito con impegno e responsabilità. 
E’ pensabile che, in nome di questa “urgenza dell’adesso”, sul tema delle riforme rompano la miope disciplina di partito imposta da grilli & grulli di ogni schieramento, e facciano strada a colpi di voto democratico a quel cambiamento che viene così ferocemente negato da chi guarda al proprio basso orizzonte personale anziché a quello di lungo respiro della nazione? O dovremo rassegnarci ad attraversare anche l’intero 2014 in ostaggio delle chiacchiere improduttive che hanno caratterizzato il 2013, il 2012, il 2011 e via risalendo? “Taccia e si ritiri chi non è benigno verso i suoi concittadini e attizza il fuoco per interessi privati”, chiedeva il coro delle “Rane” di Aristofane. 
Non c’è da illudersi: nell’odierna Roma, l’appello verrà lasciato cadere nel vuoto. Così non resta che aggrapparsi alla tenue speranza che domani un altro fuoco, quello dei tradizionali “pan-e-vin” dell’Epifania, bruci almeno la catasta di parole che si è già accumulata in questi primi giorni dell’anno. E che in quei roghi di buon augurio finisca ridotto in cenere l’idolo del vecchio così pervicacemente adorato da una sempre più autoreferenziale cerchia di adepti. Comunque, per maggior sicurezza, meglio che alla fine la Befana scopi via pure la cenere.

*Corriere del Trentino, 6 gennaio 2014

giovedì, 08 gennaio 2014 -