Contro l’apologia dilagante dell’ignoranza

Fabio Chiusi

Da qualche tempo ho la percezione netta che stia dilagando una giustificazione a priori dell’ignoranza, e una condanna altrettanto aprioristica di qualunque forma di pensiero sia riconducibile alle etichette «intellettuali» e «cultura». Non ho modo di dimostrarla: servirebbe un’analisi rigorosa del fenomeno. Ma la percezione resta. E poi quell’analisi sarebbe condotta secondo un metodo che, appunto, non giungerebbe a chi lo rifiuta. E invece è proprio a queste persone che voglio rivolgermi.

A quelli che il Datagate non dice niente di nuovo, perché sapevano già tutto. A quelli che la medicina ufficiale è una fregatura, meglio il metodo Stamina. A quelli (un italiano su due, dice Demos) che la democrazia si può fare senza partiti, tanto c’è «la Rete».

A quelli che hanno ragione i forconi e i popoli viola: tutti a casa, e che importa cosa viene dopo. A quelli insomma che dicono basta alle forme del sapere riconosciuto, perché è sempre e comunque irrimediabilmente corrotto – mica come il buonsenso, mica come il sapere popolare. Noi sappiamo, dicono, la vostra è «disinformazione».

Non che manchi. Se siamo nell’era dell’#iostocon, delle contrapposizioni frontali a suon di hashtag, se il muro è eretto anche e soprattutto tra «la gente» e «le caste», è perché chi ha detenuto le chiavi dell’autorevolezza di quelle forme e modalità del conoscere «ufficiali» ha fatto un pessimo lavoro, a volte sul campo (i partiti), a volte in termini di comunicazione (possibile cercare di dibattere di sperimentazione animale a partire dal pretesto mangiaclick degli insulti a un post di una studentessa malata su Facebook?). Ma se la reazione è solleticare l’istinto a discapito della ragione, mettere l’invettiva contro l’argomentare (domanda: perché un corso di logica elementare non è obbligatorio per tutti?) e più in generale considerare moralmente cattivo tutto ciò che si oppone al senso popolare, il risultato è di gran lunga peggiore della partenza.

Insomma, la sensazione è che l’atteggiamento abbia travolto la sfera del pensiero, dandole il colpo di grazia dopo che a ridursi in fin di vita aveva ben pensato da sé. È così che si finisce per respirare, in una parte che mi pare considerevole dell’opinione pubblica, l’odio per qualunque cosa odori anche solo lontanamente di culturale: perché il pensiero è astrazione, e dunque lontano dai «problemi reali delle persone» – come la classe politica non smette di ripetere in favore di telecamera, alimentando la sensazione di distacco che denuncia. E il pensiero sarebbe un lusso che non ci possiamo permettere, in tempi di miseria arrembante. Da cui i forconi che vogliono bruciare i libri a Savona, il metodo scientifico e la peer review sostituiti dai servizi delle Iene e dai memi su Facebook, l’idea che il digitale possa magicamente risolvere tutti i problemi della democrazia con l’esattezza di un algoritmo. Per non parlare dei complottismi più vari, e sempre in ottima salute.

L’indignazione, era forse inevitabile, sembra essere tracimata dalla classe dirigente a chiunque vi somigli. Ma qui il punto non è condannare l’«antipolitica» o il «populismo», né scoprire oggi l’allergia di tanta parte del Paese alla cultura e soprattutto al suo valore: siamo un popolo di non lettori, lo sappiamo, e tra i principali fallimenti della classe dirigente degli ultimi decenni c’è di certo quello nell’istruzione, nella promozione del suo valore e nella difesa della sua dignità. Il punto è chiedersi cosa sia diventata questa apologia apparentemente infinita dell’ignoranza ora che affolla le nostre vite online e, di conseguenza, sempre più le nostre vite e basta. E ora che questo rumore di fondo si aggiunge a quello, terrorizzante, prodotto in televisione: difficile dimenticare, per fare un esempio, lo sconcertante tasso di apologetica per i teoremi rivoluzionari del movimento sorto e poi rapidamente dissoltosi intorno ai forconi, anche quando non avrebbero resistito nemmeno a un’analisi logica.

Non ho una risposta, e non saprei certo dire se le nostre vite iperconnesse sono più o meno esposte di prima a questa condanna senza appello dell’impopolare. Dice Massimo Mantellini tra i commenti a una provocazione su questo tema sul mio profilo Facebook che potrebbe essere parte del carattere della nazione, e che forse oggi la tecnologia ha solo reso maggiormente evidente il fenomeno. Concordo. E del resto su Facebook e Twitter viaggiano molto bene anche i pezzi che in questi mesi hanno cercato di ristabilire la differenza tra nozione intuitiva e nozione scientifica in molti campi.

Ma ciò non fa che confermare che oggi quella differenza divide come forse non mai. E dubito sia perché siamo di fronte all’alba di un nuovo paradigma della scienza, magari dettato dal sostituirsi delle correlazioni alle cause secondo l’epistemologia del big data (Mayer-Schoenberger) o dall’essere la conoscenza diventata essa stessa una proprietà delle reti (Weinberger).

Può darsi molte delle nostre conoscenze siano in discussione, e di certo molti dei concetti con cui siamo cresciuti traballano (dall’idea di democrazia rappresentativa a quella che Internet sia un mezzo strutturalmente libero). Ma quando passa l’idea che la cultura sia al contempo un peso nel mondo del lavoro e una colpa a livello personale – non sarà il segno di un privilegio di un membro di una qualche «casta»? – si aprono praterie per il terzo di italiani che, secondo Demos, guardano tutt’altro che con dispiacere all’idea che un regime autoritario possa funzionare meglio di uno democratico, per quanto agonizzante. Del resto, la politica è semplice – perché complicarla con lacci burocratici (cioè in sostanza qualunque istituzione si ponga tra il cittadino e la decisione)?

La cultura costa fatica, è un lavoro – perché è una costante ricerca, e un costante invito all’umiltà. E ha un suo posto nella società, fondamentale. Forse è giunto il momento di dire ai tanti che invece sanno sempre tutto, e disprezzano chiunque abbia titolo per dirsi a conoscenza di qualcosa, che non ci sono lavoratori più lavoratori degli altri, che la prassi è nulla senza la teoria, che l’ora ha bisogno di una visione del passato e del futuro, e che insomma tra un amatore e un professionista non sempre dovrebbe avere la meglio il primo. Di certo non per il semplice fatto che è un amatore. Soprattutto, che anche coltivare il dubbio richiede metodo: il metodo di chi coltiva e rispetta il dubbio più della certezza. Quello che, semplificando, si può chiamare metodo scientifico. Ecco, è da qui che dobbiamo ripartire se vogliamo rifare il Paese davvero, a prescindere dalle convinzioni politiche. Dal metodo. Solo così avremo qualche possibilità di distinguere i ciarlatani del nuovo dagli innovatori.

*Wired, 3 gennaio 2014


giovedì, 07 gennaio 2014 -