New York

Federico Rampini

Ha giurato come sindaco di New York solo oggi, eppure Bill de Blasio già ispira da mesi una nuova generazione di politici democratici. Da Rochester ad Albany tanti “piccoli de Blasio” fanno campagna per conquistare voti e posizioni di comando, puntando come lui sulla lotta alle diseguaglianze per mobilitare consensi. A livello nazionale il partito democratico sceglie il salario minimo come bandiera, per tentare una riscossa alle elezioni congressuali di mid-term (novembre 2014). C’è una convergenza con un movimento sociale dal basso, lo sciopero dei lavoratori dei fast-food che denunciano trattamenti salariali intollerabili. E Barack Obama spera che un “movimento dei sindaci” lo aiuti a rilanciare la sua agenda progressista aggirando gli ostruzionismi della Camera controllata dai repubblicani. Al punto che il presidente ha già ricevuto de Blasio alla Casa Bianca, prima ancora che fosse il sindaco in carica.

Un carico di aspettative eccezionali si concentra sul primo sindaco democratico di New York da vent’anni a questa parte. L’importanza dell’evento è stata colta da due “animali politici” come Bill e Hillary Clinton, padrino e madrina d’onore. E’ la prima volta che un ex-presidente degli Stati Uniti si è scomodato per celebrare il giuramento di un sindaco. Accompagnato per di più da una consorte che potrebbe essere la prossima padrona della Casa Bianca… Nell’elenco dei simboli spicca anche questo: de Blasio, per il giuramento, ha usato la Bibbia che fu di Franklin Delano Roosevelt, cioè il più progressista dei presidenti, il padre del New Deal. A introdurre il neosindaco è stata una ragazza immigrata dalla Repubblica Dominicana, residente nel Bronx.
I segnali sono chiari: molti vedono (o sperano di vedere) l’inizio di un nuovo “grande esperimento” politico, economico, sociale. New York ha le doti giuste, è una città laboratorio sotto molti punti di vista. La sinistra americana la considera la sua roccaforte, insieme a San Francisco: queste due metropoli hanno la caratteristica di essere state le prime capitali multietniche globali, con una popolazione dove i bianchi sono minoranza. Laboratorio anche mostruoso, capace di generare Frankenstein: è a New York che nel 2008 esplode il “fungo atomico” finanziario capace di trascinare tutto l’Occidente nella più grave crisi dalla Grande Depressione degli anni Trenta.
La Grande Mela ha tante ragioni per considerarsi il centro del mondo. Da sola questa città è una potenza economica mondiale. Il Pil cittadino, che nell’intero 2013 avrà raggiunto i 1.500 miliardi di dollari, supera quello di Spagna, Messico, Corea del Sud, tutti membri del G-20, e di altri 170 Stati-nazione. Come capitale della finanza globale, impiega 300.000 persone solo nelle banche di Wall Street. La Federal Reserve di New York gestisce un sistema di compensazioni tra banche (Fedwire) che trasferisce 1.300 miliardi di dollari ogni giorno. Ma New York è molto più di Wall Street. E’ un polo hi-tech secondo solo alla Silicon Valley californiana, tant’è che proprio qui Google ha il suo campus numero due, clone del Googleplex di Mountain View. E’ il primo polo ospedaliero mondiale, con centri di ricerca leader come Sloan-Kettering e Mount Sinai. Ha alcune delle più grandi università del mondo come Columbia e NYU. Ha una robusta industria della cultura, da Broadway ai poli museali, tant’è che nel 2013 ha attirato 54 milioni di visitatori. E’ una metropoli per molti aspetti rinata e vivificata dall’ “esperimento” precedente, cioè la cura di Michael Bloomberg. In tre mandati, 12 anni di amministrazione, il sindaco imprenditore miliardario che ha speso 650 milioni di tasca sua per far più bella la citta`, lascia un bilancio per molti aspetti esaltante. Non solo contabile (2,4 miliardi di attivo nelle casse comunali) ma urbanistico, ambientale. Bloomberg ha “firmato” 900 chilometri di piste ciclabili, 300 ettari di nuovi spazi verdi, un milione di alberi aggiuntivi. Ha vinto sfide valoriali storiche come la celebrazione dei primi matrimoni gay. Ha combattuto aspramente, da ex-repubblicano indipendente, la lobby delle armi e quella del junk-food. Lascia una New York più sicura che mai: meno 20% di omicidi quest’anno rispetto al 2012, meno 75% rispetto a cinquant’anni fa. In netto calo anche stupri, rapine, scippi.
In un certo senso è grazie a Bloomberg e allo zoccolo duro fatto di benessere e sicurezza, che de Blasio da domani aprirà una fase nuova. L’emergenza di New York da molto tempo non è più il crimine. Non è neanche la ripresa, visto che il Pil cresce da più di tre anni, l’occupazione pure. Fra tutti i suoi scrittori favoriti – ci sono Kurt Vonnegut, Joseph Heller (“Catch-22”) e tanti italiani che legge in lingua originale – il suo autore di riferimento resta Charles Dickens di “Le due città”. E’ l’opera che de Blasio citò più volte in campagna elettorale, come ammonimento sull’accumularsi d’ingiustizie e diseguaglianze che possono sedimentare tensioni insopportabili e distruggere il Sogno Americano. Salario “vitale” a 11,50 dollari l’ora (contro i 7,25 del minimo federale attuale), più tasse sui ricchi, fondi per garantire scuole materne pubbliche a tutti, e alloggi popolari per contrastare la “gentrification” che espelle il ceto medio-basso e stravolge il tessuto sociale di Manhattan, Brooklyn, Queens. Le lobby del capitalismo newyorchese, dalla finanza alla grande distribuzione, dal commercio alla ristorazione, sono pronte. Per una battaglia che può segnare il futuro non solo di queste “due città”, ma di tutta l’America.

*La Repubblica, 1 gennaio 2014

giovedì, 01 gennaio 2014 -