Appelli per l'Europa

Michele Salvati

Poco prima di Natale, sul Manifesto del 22 dicembre, quindici noti intellettuali hanno firmato un appello dal titolo «Urgente per l’Europa», il cui messaggio centrale è questo: «È urgente un’inversione di tendenza (delle politiche nazionali ed europee) che affidi alle istituzioni politiche… il compito di realizzare politiche espansive e alla Banca centrale europea una funzione prioritaria di stimolo alla crescita». Perché urgente? Perché — si legge nell’appello — la crisi provoca disoccupazione e povertà di massa, distrugge lo stato sociale, smantella i diritti dei lavoratori, compromette il futuro delle giovani generazioni, mina alle fondamenta le Costituzioni democratiche nate nel dopoguerra, alimenta rigurgiti nazionalisti e neofascisti, produce una generale regressione intellettuale e morale.

Conosco e stimo molti di coloro che hanno firmato l’appello — i nomi sono riportati alla fine —, tutti eminenti nei loro campi disciplinari, e non ho dubbi che l’inversione di tendenza da loro auspicata sarebbe importante per sventare almeno parte dei rischi paventati. Vanno nella stessa direzione le analisi di un numero, per fortuna crescente, di eccellenti economisti: Martin Wolf, la loro penna giornalistica più brillante, ribadisce il messaggio dalle colonne del Financial Times , una settimana sì e l’altra pure. Trattandosi di analisi e non di appelli, molta attenzione è dedicata agli ostacoli economici e politici che si frappongono a livello europeo alla desiderabile inversione di tendenza. E altrettanta è dedicata alle riforme che i singoli Paesi dell’eurozona dovrebbero adottare per trarne profitto, nel caso tale inversione avvenisse. E siccome l’inversione potrebbe non avvenire, o avvenire in modo lento e incompleto — una vera inversione implica un salto verso un’Unione politica europea che molti dei Paesi dell’eurozona non hanno alcuna intenzione di compiere — necessariamente l’analisi conduce al «che cosa fare» in queste condizioni più sfavorevoli. Fino a considerare esplicitamente l’ipotesi di un collasso non voluto o di una radicale riforma del sistema monetario, e dei costi e dei vantaggi che queste due alternative comporterebbero. Un appello non è un’analisi, gli estensori obietteranno. Vero. Ma è efficace un appello in cui si menziona soltanto una parte delle condizioni che stanno alla base dello stato di asfissia economica in cui versa l’Italia — le politiche di austerità imposte dai trattati dell’eurozona — e non si fa alcun accenno a un’altra parte, almeno altrettanto importante? Nulla infatti viene detto sulla debolezza competitiva delle imprese, sul disordine politico, sull’inefficienza amministrativa del settore pubblico che caratterizzano il nostro Paese. E dunque sulle riforme interne che dovremmo affrontare anche se le politiche di austerità europee venissero attenuate. E ancor di più dovremmo affrontare se dall’asfissia attuale passassimo alla catastrofe, al collasso della moneta unica, o a una qualche uscita negoziata dal sistema monetario europeo. Solo il lato macroeconomico — monetario e finanziario — dei nostri attuali problemi viene considerato nell’appello, solo le condizioni della domanda, non quelle dell’offerta, della capacità di rispondere in modo efficiente e competitivo agli stimoli della domanda. Eppure gli economisti presenti tra i firmatari sanno benissimo che le condizioni di benessere di un Paese dipendono in modo essenziale dalle condizioni di offerta, dal numero e dalla qualità delle sue imprese competitive, dall’efficienza della sua pubblica amministrazione, dalla capacità del suo governo. Prendersela con l’austerità, con gli impulsi di domanda ora soffocati dalle politiche europee, è facile, perché equivale a prendersela con altri. Considerare anche il lato dell’offerta, delle nostre numerose inefficienze e delle riforme per sradicarle, è difficile, perché equivale a prendersela con noi stessi, a scegliere tra i diversi orientamenti politici che si combattono nel nostro Paese. Per tornare ai guasti che gli estensori dell’appello imputano alle politiche di austerità europee, saremmo costretti a scegliere se, quali e in che misura riforme volte a ottenere maggiore efficienza «distruggono lo Stato sociale e smantellano i diritti dei lavoratori». O «minano alle fondamenta le costituzioni democratiche nate nel dopoguerra». Alla luce di loro precedenti dichiarazioni credo di sapere come risponderebbero alcuni dei firmatari dell’appello: modifiche importanti della «Costituzione più bella del mondo» o riforme significative dei «diritti dei lavoratori» (rectius, della legislazione sul lavoro) sono da respingere. Insomma, alcune riforme sono accettabili, altre no. Quali? Perché? E arrivo al dunque. Il problema di scelta politica non è evitabile e l’appello lo schiva limitandosi a considerare solo una parte delle cause che sono alla radice dei nostri guai, quelle sulle quali esiste un consenso diffuso e soprattutto riguardano le autorità dell’eurozona. Ripeto allora la domanda che mi sono rivolto più sopra e mi do una risposta: è utile, è educativo, un appello basato su una così evidente omissione, così lontano dai problemi di riforma sui quali il governo e le forze politiche effettivamente dibattono? Io credo di no.
(I firmatari dell’appello sono: Etienne Balibar, Alberto Burgio, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Marcello De Cecco, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Salvatore Settis, Giacomo Todeschini, Edoardo Vesentini).

*Corriere della Sera, 30 dicembre 2013

giovedì, 31 dicembre 2013 -