Occupazioni

Bruno Sanguanini

Venerdì mattina, dopo aver letto le cronache locali sull’occupazione da parte dei giovani del T.A.Z. (Temporary Autonomous Zone) dell’ex-mensa universitaria posta nel giardinetto del Centro Culturale S.Chiara a Trento, ancora di proprietà del Comune, sono andato in visita. A titolo di sociologo e di reporter: quindi non per curiosare o solidarizzare con i giovani. Bensì per avvisare gli occupanti di non danneggiare le opere d’arte colà custodite come arredamento artistico. I due giovani occupanti che mi hanno invitato ad entrare mi hanno detto che non ne sapevano nulla e che, comunque, loro non hanno toccato nulla. Io ci credo. Intanto, che cosa ho scoperto?
I giovani mi hanno fatto da guida: sempre con cortesia. Pur disapprovando in cuor mio la non legalità dell’occupazione fisica della struttura, non ne ho fatto parola.

Ho constatato che, sino a quel momento, gli occupanti ignoravano che lì fossero depositate, dal giorno dell’inaugurazione della mensa, avvenuta nei primi anni Novanta, delle opere artistiche dei neo-Futuristi italiani.
Ho così scoperto che nell’edificio, chiuso da circa otto anni, dopo una decina di anni di servizio, tra il primo ed il secondo piano ci sono ancora due delle cinque-sei opere che vennero esibite il giorno dell’inaugurazione. Sono una panchina-montagna in resina colorata, opera dei Plumcake, e una colonna-lampadario di lettere al neon, opera di non ricordo chi. L’una è stata imbrattata apparentemente tempo fa; l’altra ha alcune plastiche a pezzetti, ma è recuperabile. L’ancoramento a terra o al soffitto ne ha comunque impedito la sottrazione fisica. Invece, le altre opere più facilmente rimovibili sono scomparse. Dove sono? Sono forse conservate e collezionate altrove? Chiedo che l’istituzione culturale competente informi di ciò sia l’opinione pubblica che gli artisti, come dovrebbe essere costume civico.

Chi sono i neo-Futuristi? Si tratta di avanguardisti delle arti visive abbastanza famosi negli anni Ottanta. Diverse opere di Umberto Postal Lubich, Lodola, Plumcake, Innocente, Abate, Palmieri, e altri, sono oggi conservate ed esposte nei musei d’arte contemporanea. tra cui il roveretano Mart ed il Museo di Gröningen. Renato Barilli, per esempio, ha scritto di loro. Una decina di macro-opere di Postal (trentino; il più internazionale tra i suoi sodali; amico del newyorkese Ronnie Cutrone allievo di Warhol; deceduto esattamente due anni fa) sono presenti nella sede della Diocesi di Trento. Molti professionisti trentini collezionano opere dei neo-Futuristi.
E’ bene sapere che tali opere artistiche furono create ad hoc. A commissionarle agli artisti si preoccupò la Galleria Civica di Trento allora diretta da Danilo Eccher. A pagarle fu il Comune di Trento, se ricordo bene. Furono acquistate come opere di arredamento estetico, come prescrive la legge, ma tutti gli addetti ai lavori sapevano di che cosa si trattasse. Il valore di bene pubblico è indiscutibile! Anche l’architettura e gli arredi, oggi lasciati andare in degrado, sono un bene pubblico. Allora, chi è l’intelligenza al granito che, per trascuratezza amministrativa o incompetenza culturale, ha reso facile il doppio danno? Alle istituzioni spetta sincerarsene.
L’intera ex-mensa, posta nel giardinetto del Centro Servizi Culturali ex-S.Chiara, fu ristrutturata sotto la guida dell’architetto Ferrari, al tempo presidente dell’Ordine professionale, se ricordo bene. L’intervento venne riconosciuto come un’opera originale di design architettonico. Nello smilzo e lungo edificio trovarono spazio degli spazi di mensa e saletta-lettura di rilevante pregio estetico. Anche l’arredo, in stile nordico-europeo, fu apprezzato come esempio di post-modernismo. (Cosa che, di solito, accade di rado!) Ora, il tutto è ridotto ad un ammasso di oggetti più adatti alla discarica che al recupero. Come mai? Chi è il responsabile di tale degrado del patrimonio pubblico? Il senso di responsabilità civica pretende che si dica.

I fatti ora descritti non giustificano certo l’occupazione abusiva della proprietà pubblica posta in essere dai giovani del TAZ. Tuttavia fa brillare una questione. Come mai a Trento esistono tante strutture architettoniche (ex-mensa universitaria; secondo piano delle Poste; Hotel Sardagna; ecc.) che nel recente passato sono state usate (quasi una tantum) per eventi culturali e poi chiuse e lasciate degradare? Non dimentichiamo che anche la chiusura ed il degrado nel tempo comportano dei costi. Se non altro, attirano i vandalismi diuturni, sempre causa di malessere sociale. Intanto, chi è che paga ab aeternum? La risposta è facile.
Allora: dobbiamo sempre aspettare che siano gli agit-prop cultural-giovanili a dare la sveglia? Mi auguro di no! Oggi più di ieri occorre far sì che gli appelli alla coesione sociale, che le istituzioni vanno facendo in questi anni, siano facilmente credibili. Cosa fare? Promuovere l’impresa economico-culturale sia dei giovani che degli adulti post-impiego è una strada da sperimentare. Non con il sussidio economico minimo, o soltanto con il patronato delle associazioni, bensì anche con la co-gestione della responsabilità per l’impresa culturale. Ma i nostri responsabili delle istituzioni culturali lo saprebbero fare? Provare per constatarlo!
Nei Paesi del nord-Europa ciò succede da tempo. Sin dagli anni ’70. Laddove c’è una struttura pubblica che, dismessa la primitiva funzione di servizio sociale, diviene motivo di attenzione di un’associazione spontaneo-giovanile desiderosa di impiantare un’attività, ecco che (laddove è lecito farlo!) interviene l’Ente locale che promuove economicamente la nascita tanto di associazioni quanto di imprese giovanili. Ciò, tra l’altro, porta anche alla ristrutturazione dell’edificio, a spesa sia del pubblico che del lavoro dei privati. Anche questa soluzione è cooperazione, o no!
Un esempio per tutti. Dopo la caduta del Muro, a Berlino est sulla strategica Marx Allee, quasi a incrocio con la famosa Alexanderplaz, un gruppetto di ventenni occupò il piano-terra di un ex-condominione di regime. Ebbene, oggi lì vive un “Computer & Videogames Museum”. Anche con il sostegno del Municipio. L’impresa occupa 6-7 trenta-quarantenni: anche con profitto economico. Il museo è visitato tutto l’anno da decine di migliaia di adolescenti e genitori. Io l’ho visto di recente: non è eccezionale: però è facilmente gestibile e replicabile ovunque. Anche sotto forma di Start Up. Non sono forse queste le scelte culturali che più smuovono l’intelligenza creativa e l’iniziativa dei giovani di cui la nostra società ha estremo bisogno?

*L'Adige, domenica 8 dicembre 2013

giovedì, 17 dicembre 2013 -