Oltre le primarie...

Le primarie del Partito Democratico hanno eletto Matteo Renzi segretario. Per andare oltre il dato emerso dal voto dei gazebo e per discutere di cosa dovrà accadere da oggi in poi partiamo da un contributo offerto da Simone Casalini.

Il caotico iter congressuale del Partito democratico, dimenatosi tra scandali e piccoli escamotage propagandistici, si avvia a conclusione con la catarsi delle primarie. Verrebbe da dire meno male che è finita, se non fosse che stiamo parlando dell’ultimo dei mohicani (partiti) rimasti sulla scena. Lungo il tragitto molti degli equivoci che hanno finora contraddistinto l’ibridismo del Pd sono rimasti insoluti. L’architettura partitica è sospesa in un limbo tra chi teorizza un comitato elettorale (o meglio, una task force per la comunicazione) demandando la rappresentanza a un capitano salazariano e chi indugia sulle grandi costruzioni novecentesche.

Con l’ambiguità tecnologica – il web come luogo risolutivo del confronto sociale – che aleggia con il suo carico di suggestioni. La selezione della classe dirigente è un’altra spina perché si è sperimentato, in questa legislatura, che il cambiamento è un processo serio e occorre gestirlo con criterio. Invece si è stimolato il carrierismo becero con una produzione di succhi gastrici da appetito personale che ha contribuito a inquinare i pozzi della politica. Tra la fedeltà a un gerente e la rottura autoreferenziale c’è una terza via, cioè la crescita responsabile di profili autonomi che agiscano nel nome e per conto di un progetto collettivo. E dove il proprio ruolo sia secondario. Nell’intrigo personalistico-congressuale, invece, c’è stato spazio addirittura per il piccolo giapponese (Pippo Civati) disperso nella giungla che vota in solitudine contro il governo Letta. Farebbe persino tenerezza, se tale atteggiamento non fosse viziato da dolo. Cioè quello di congegnare una giungla ad hoc dove garantire una rendita di posizione a se stesso e a qualche sporadico proselito.
Anche la collocazione sociale non corre in soccorso. Se fossimo negli anni Settanta, il Pd sarebbe un partito borghese. Siccome siamo in un tempo senza età, si può sostenere che il Pd è il partito della società felice. Quella dei dipendenti pubblici, dei contratti garantiti, dei ricchi filantropi, dei professionisti. Quella di una minoranza. La sinistra, partita con la valigia di cartone, ha preso dimora nel loft. Il salto sociale non è esecrabile, intendiamoci. Lo diviene quando lo sguardo non riesce più incrociare quello di un operaio, di un inserviente qualunque, di un precario, di un immigrato. Quando si rinnega la propria idea politica originaria che è quella di giustizia sociale. Quando si diventa estranei al mondo del lavoro.
Eppure questo è il grande banco di prova se si vogliono riprendere, scansando le scorciatoie, le redini di una società che va per conto suo, seguendo dinamiche individuali che annichiliscono anni di percorsi emancipatori. Si può spezzare l’incantesimo solo tornando fisicamente nei territori, nelle collettività. Senza mediazioni. Con un lavoro paziente che non darà risultati immediati, rischiando di raccogliere qualche insulto. Ma deponendo almeno i semi per un consenso e un dialogo reali. In fin dei conti, il Partito democratico ha un grande vantaggio: non esiste nessuna opzione realmente praticabile alla sua sinistra – se non modesti ceti dirigenti in cerca d’autore – e si può muovere in una situazione di quasi monopolio. Ciò ha rappresentato finora un punto di forza (un discreto consenso seppur con oscillazioni importanti), ma anche di debolezza poiché i democratici si sono rilassati nel loro dibattito interno concentrandosi su normi, codici e commi. Di politica o cultura politica nemmeno l’ombra perché ormai vengono considerati quasi orpelli sediziosi.
Se a livello nazionale Matteo Renzi sembra il predestinato, poiché anche i perplessi lo considerano ormai un virus da saggiare, sul piano locale si dovrebbero praticare altri sentieri più coerenti con l’idea di specificità territoriale e sociale (e qui mi ricollego anche alle riflessioni di Luca Paolazzi e Federico Zappini). Il che significa altresì non accontentarsi del voto delle provinciali (viziato dall’astensionismo e dove comunque sono state lasciate sul terreno quasi settemila preferenze) e allargare i confini di un consenso che rischia di trasformarsi, nel tempo e sotto i colpi ambiziosi di altri competitor, in una recinzione angusta. E’ difficile dire se questa prospettiva possa essere incarnata da un nuovo soggetto politico territoriale di centrosinistra, idea che aveva avuto una sua forte suggestione nel 2008 prima della fondazione del Pd, perché alcuni dei possibili interlocutori (Upt in primis) paiono attraversare una fase di grande debolezza. Niente è vietato, ovviamente, nemmeno perseguire la costituzione di quel “partito laburista” che l’assessore Mauro Gilmozzi aveva ipotizzato nello scorso agosto. Però molti tasselli devono andare al loro posto prima di questo passaggio, a partire da una (ri)sincronizzazione tra Lorenzo Dellai – finito a braccetto con il ministro ciellino Mario Mauro in un’avventura “popolare” di corto respiro – e il suo partito post-margheritino.
Calarsi nel sociale, recuperare quel differenziale che ha creato un solco con la società, rieducarsi reciprocamente al confronto politico, riprendere in mano quelle tematiche che investono la vita reale dei cittadini e modellano le dinamiche sociali da cui passa l’emancipazione: sono alcuni dei crocevia dai quali transita il rafforzamento delle fondamenta del partito (vale per il Pd come per altri soggetti). Altrimenti si ridurrà tutto, come accaduto nel confronto congressuale in corso, in una competizione tra comunicatori che vocalizzano slogan affabulanti ma senza sostanza. Perché il loro messaggio deve colpire subito senza lasciare traccia domani. Un processo, tuttavia, che sarà complicato invertire perché non chiede impegno personale insinuandosi negli interstizi di una pigrizia morale e di una cultura massificata assai resistenti. Tutto ciò dovrebbe, poi, consentire al Pd trentino di aprire anche una riflessione sui diagrammi del proprio consenso: nei poli urbani gli spazi di espansione sono saturi; nelle periferie trentine, lì dove mani callose fanno vivere piccole comunità, la proposta è invece tutta da costruire. Senza padrini o madrine, ma collettivamente.
Magari con una classe dirigente rinnovata - all’interno della quale convivano nuove e vecchie istanze - che non assuma l’oblio e la semplificazione come canone di una stagione. I partiti, ancorché recipienti ormai vuoti, sono il treno della vita comune e condivisa. Sta a ciascuno di noi riempirli di contenuti sostanziali, quelli che non durano solamente lo spazio del pronunciamento, e contribuire a indirizzarli verso stazioni che diano risposte ai grandi quesiti dell’esistenza.

*Fotografia di Cole Thompson

giovedì, 10 dicembre 2013 - Simone Casalini