Fare città

Un mese fa sostenevo sul "Corriere del Trentino” la necessità di inventarci una nuova urbanistica che ci dia strumenti per resistere ad una crisi economica devastante. Un’urbanistica che non crei solo problemi come ora, ma che trovi soluzioni, che non blocchi la città con i suoi piani di piombo ma che svolga il suo compito principale cioè quello di “fare città”. E proponevo la convocazione, su questi temi, degli “stati generali della città” come momento di analisi ed elaborazione di una nuova strategia urbanistica condivisa. Mi riferisco ovviamente alla città di Trento la cui crisi è innanzitutto una crisi di decisioni, un’incapacità decisionale di cui la vicenda della biblioteca universitaria è solo la punta dell’iceberg. Cerco qui di approfondire questa proposta.

La città non va vista solo nella sua sostanza fisica e funzionale. Urbs e polis, la città ed il suo governo, devono essere visti e maneggiati contemporaneamente. Però, quando la politica, come in quest’epoca, è diventata qualcosa di lontano ed estraneo alla società, quando il binomio urbs e polis non basta più a comprendere la vera natura delle questioni delle quali, come urbanisti, ci occupiamo, è necessario che entri nella discussione la società  e che pertanto la nuova espressione sia urbs, civitas e polis. 

Tecnica, politica e società devono lavorare assieme per uscire dalla crisi. Poche tecniche sono politiche come l’arte di costruire la città”; la costruzione della città è una delle dimensioni fondamentali in cui si concretizza la politica. Alla base del connubio sta la stessa idea di città, che non può  che essere insieme fatto sociale e forma spaziale. Ma nella storia stessa dell’urbanistica italiana (come in quella della città di Trento) tecnica e politica sembrano però destinate a non incontrarsi. Il racconto dell’urbanistica  della città di Trento degli ultimi vent’anni è un racconto di appuntamenti mancati, di tradimenti, di illusioni perdute, di fughe in avanti e di meste ritirate.

Abbiamo assistito, salvo poche eccezioni, all’annullamento del progetto urbanistico per farsi strumento docile dell’agire politico e dei poteri economici. Se andiamo a verificare concretamente non possiamo che farci alcuni interrogativi: che cosa è rimasto delle grandi idee del Piano Vittorini? E di quello di Busquets?

Perché in questa città ogni progetto urbanistico è un calvario che deve sottostare alle discutibili ed eterne forche caudine di una onnipotente commissione urbanistica composta esclusivamente da politici, che discetta di sporgenze e d’architettura con continui rinvii? Perché ogni progetto urbanistico, ogni piano particolareggiato non può essere attuato in tempi ragionevoli? Perché non è dato di sapere che cosa verrà realizzato nelle decine di vuoti urbani che da anni attendono un destino?

Credo che le mancate risposte dipendano dall’incapacità di vedere l’urbanistica come laboratorio politico e la politica come “prosecuzione dell’urbanistica con altri mezzi” per dirla con Silvano Bassetti. Insomma, è necessario, a mio avviso, che ritorni una salda e ostinata volontà di “cambiare lo stato delle cose presenti. Per farlo è necessario rimettere in discussione molte cose: da una legislazione urbanistica ormai attorcigliata su se stessa, ad una regolamentazione edilizia fondata su modalità ottocentesche di regolazione e di controllo, da una modalità di pianificazione vecchia di 70 anni alla rigidità che piani, nati con leggi del secolo passato, hanno imposto allo sviluppo e alla riqualificazione della città.

E’ quindi ragionevole a mio avviso aprire un ampio confronto  che coinvolga le menti migliori del capoluogo, la politica, gli Ordini professionali, l’Università le categorie interessate perché questa città ha bisogno di riflettere e di decidere. Su questi temi gli “stati generali della città” non sono solo utili ma indispensabili. Le mancate decisioni in campo urbanistico infatti, possono solo generare sofferenza. E di ulteriore sofferenza, in tempo di crisi, non ne abbiamo certo bisogno.

*Fotografia di Gabriele Basilico, Via Brennero

giovedì, 10 dicembre 2013 - Roberto Bortolotti