La tragedia della mia isola

Paolo Fresu

Continuavo a guardare le immagini in tv ma presto mi sono staccato. Perché al di là degli aggiornamenti c’è un’unica realtà: sono morte delle persone, in un’isola già profondamente martoriata che vive uno dei momenti più difficili della sua storia. Una terra che esprime un’incredibile dicotomia tra come viene vista all’esterno simbolo di bellezza, consumo, leggerezza e la sua realtà del quotidiano. Dicotomia forse più.

Credo che quasi tutti se la possano prendere con il malcostume del mattone nel nostro territorio e certo c’è una responsabilità oggettiva della cementificazione, ma in questo momento vorrei tentare una riflessione più ampia. La Sardegna è una sorta di laboratorio. Da noi nel 2011 si è tenuto il primo referendum sul nucleare, da noi internet è arrivata prima che altrove in Italia. Ma è anche il luogo che nell’immaginario collettivo ha rappresentato la ricchezza favolosa dell’Aga Khan, il luogo pronto a vendersi per poco, e che ha ceduto una delle sue perle come l’isola di Budelli una cosa ridicola, perché il cielo e il mare non sono solo dei politici che l’hanno venduta, sono anche miei. Ciò che accaduto allora è il simbolo di una contraddizione che è tipica della Sardegna, ma non solo sua. La tragedia che l’ha colpita poteva verificarsi in qualsiasi altro luogo non dimentichiamo gli effetti dell’alluvione in Liguria -, perché la nostra isola è l’emblema di un’economia capitalista che vacilla.
E allora potremmo prendercela con il governo o con la Regione, facciamolo pure ma non basta. Dobbiamo ripensare al modo in cui abbiamo vissuto, sapendo che oggi tutto è collegato, e che ad esempio quello che compriamo qui può sconvolgere gli assetti di un altro continente. Quello che voglio dire è che temo ci sia molta colpa di tutti in quanto successo: abbiamo costruito un enorme castello, un altissimo grattacielo, ma senza fondamenta. E ora sta crollando, lasciando danni enormi e una ferita profonda.
Mi chiedo e chiedo, insomma, se non ci siano altre strade per costruire un grattacielo più piccolo, più ospitale e soprattutto funzionale alle nostre vere esigenze. Oggi la nostra società pensa solo in grande ma l’attenzione per se stessi passa da questa alle piccole cose fino al territorio: basta un tombino dimenticato a creare un problema. E se non pensi al tuo territorio, anche nelle sue più piccole pieghe, sapendo che oltretutto le scelte sbagliate ricadono sul tuo vicino, non potrai essere in grado di pensare al resto. Così però le persone muoiono. È come quando un fiume scorre a valle, se si getta una bottiglia a monte non importa se tu non c’entri perché quella bottiglia ti arriverà addosso. È la somma di piccole azioni sbagliate a provocare un’onda enorme. E così mi domando se la pioggia eccezionale caduta sulla Sardegna non abbia avuto per questo conseguenze molto più gravi.
Per essere chiaro: a mio vedere non può esistere l’idea di modificare il Piano paesaggistico regionale e di togliere dei vincoli. Capisco la necessità di creare un’economia che dia sollievo alla fame di lavoro, ma non è sulla cementificazione che dobbiamo puntare. La Sardegna è un paradiso che va preservato, lo dico da persona che gira tutto il mondo e che ha visto le grandi città dai Caraibi alle Mauri-
tius. In un mondo in cui ormai i luoghi tendono a essere tutti uguali quest’isola ha un’identità e delle tradizioni che sono beni da scambiare. Esistono insomma tanti modi per fare un turismo più intelligente e contemporaneo.
Noi ci abbiamo provato con il festival che abbiamo organizzato a Berchidda, il mio paese, a 20 chilometri da Olbia dove incredibilmente non ci sono stati danni: ogni anno qui arrivano 30 mila persone, che creano un indotto da 1,5 milioni, ma il guadagno non è solo economico. Noi investiamo sulle persone, sui giovani che così possono aprirsi al mondo, portando avanti una riflessione sul consumo di energia (siamo stati appena premiati come festival «green» per il nostro ridotto impatto ambientale). Ecco, c’è un economia verde da sviluppare, partendo da quello che possediamo realmente: territorio, identità, tradizioni. Lo facciano i politici, di destra o di sinistra. L’unico che ha provato a arrestare la cementificazione è stato Renato Soru, subito fermato, e si è chiusa una finestra. Le scelte economiche per la Sardegna inoltre non sono mai state in mano ai sardi. E siamo stati anche un po’ codardi, diciamolo: ci hanno imposto industrie e miniere, abbiamo contribuito al benessere dell’Italia e cosa abbiamo avuto in cambio? Forse solo un calcio, siamo davvero l’ultima colonia, e su questo la nostra classe politica non è stata all’altezza. E noi ci siamo accontentati dell’elemosina. Spero allora che quanto accaduto ci spinga almeno a cercare strade di sviluppo diverso. E al governatore Cappellacci chiedo: dia finalmente ai sardi gli strumenti per valorizzare quello che veramente siamo. La nostra storia, la nostra creatività, beni e prodotti locali. È questo di cui abbiamo bisogno, e non altro.

*L'Unità, 20 novembre 2013

giovedì, 21 novembre 2013 -