Cultura

culturaQuest'estate abbiamo attraversato l'Italia per arrivare in Sicilia. Il nostro obiettivo era quello di conoscere da vicino due teatri occupati siciliani, il Teatro Coppola Occupato di Catania e il Teatro Garibaldi Aperto di Palermo, che fanno parte della rete variegata di spazi culturali autogestiti che sono stati aperti in questi ultimi due anni in tutta Italia.  
Il Teatro Valle Occupato a Roma nel giugno 2011 ha dato una visibilità nazionale a questo movimento che è fatto di tante realtà diverse disseminate nella penisola: Sale Docs a Venezia, Macao a Milano, La Balena a Napoli, solo per citarne alcuni. Ognuna di queste realtà ha una storia particolare legata al contesto territoriale in cui è nata e alla storia delle persone che l'hanno generata, ma tutte hanno in comune l'esigenza di riportare al centro del discorso pubblico il tema della cultura attraverso la sperimentazione di nuove pratiche di partecipazione e autogoverno dal basso.
Il disagio rispetto all'esistente, nei confronti di un sistema culturale schiacciato su una prospettiva esclusivamente economica e privo di inventiva e coraggio; questo disagio ha messo in moto centinaia di persone alla ricerca di un nuovo mondo possibile.
Abbiamo voluto avvicinarci a questo magma di esperienze ed energie perché abbiamo percepito che qui si gioca una sfida importante del presente, un prezioso sforzo di immaginazione collettiva di cui è così povero il nostro tempo.

Floriana ci racconta che il Teatro Coppola di Catania è stato il primo teatro della città inaugurato nel 1821 e quasi completamente distrutto dai bombardamenti americani nel 1943. Questo spazio, utilizzato per anni dal Teatro Bellini come laboratorio scenografico, sarebbe dovuto diventare sala prova per l'orchestra dell'ente lirico ma il progetto (avviato nel 2005) è stato sospeso e il cantiere abbandonato.
A Palermo il Teatro Garibaldi era stato chiuso per restauri che poi si sono interrotti e il teatro è rimasto chiuso. L'occupazione nasce dal desiderio di ridare vita a questo luogo, come dice Valentina: “Vogliamo restituire alla sua naturale funzione il Teatro Garibaldi, un luogo che ci appartiene come cittadini e come lavoratori dello spettacolo, della cultura e dell’arte. Come cittadini abbiamo il dovere di difendere il patrimonio artistico del nostro Paese, il dovere di sottrarlo alla gestione clientelare e priva di progettualità”.
Entrambe queste occupazioni sono nate dal desiderio di ridare vita a degli spazi culturali abbandonati dalla città, ma anche e soprattutto dal desiderio di costruire dei nuovi luoghi di produzione, di cultura, di scambio e discussione, luoghi vivi animati dal protagonismo dei cittadini e capaci di produrre a loro volta cittadinanza, comunità.
Valentina: “Ad un certo punto è arrivato per me il momento in cui ho capito che non dovevo più fare le cose da sola e ho iniziato a capire con chi avevo delle affinità e con chi potevo intraprendere percorsi nuovi.”
Luca: “Noi qui, ora, facciamo quello che non avremmo mai fatto. Stiamo trovando le risposte ai nostri bisogni. Bisogni comuni. Non ci conoscevamo prima, ci siamo conosciuti qui. Ci siamo conosciuti “facendo”, attraverso il fare. Il Teatro Coppola ha iniziato prima con il fare e poi con il parlare.”
Monica: “Bisogna riprende in mano i propri bisogni e se si sente il bisogno di creare una pratica per fare delle cose perché si ha voglia di farle allora va creata!”

Nelle parole di tutti riecheggia una visione chiara del lavoro culturale come progetto e pratica che vuole trasformare la società in cui si vive, che non vuole solo produrre o veicolare un prodotto, ma vuole innestare processi di modificazione e di trasformazioni dei singoli e della società.
Luca: “In questo momento sento di non volermi rinchiudere nel mio studio e portare avanti la mia ricerca artistica da solo. Sento una sorta di richiesta da parte della città di Palermo.”
Monica: “La cultura per me è partecipazione ed è una cosa che rende liberi perché aggrega.”
Danilo: “La cultura è qualcosa che ti lascia diverso dopo che l’hai vissuta. Non è qualcosa da vedere passivamente, se non ti rimane qualcosa dentro secondo me non serve a niente.”
Luca: “Uno dei nostri primi obiettivi è di rendere la cultura accessibile a tutti.”
Maziar: “E' la possibilità di fruire. Come un nonno che racconta una storia ai suoi nipoti.”

Tutto questo ci porta lontano anni luce dall'idea di una cultura dell'intrattenimento e degli eventi. Quello che si cerca di costruire in questi luoghi e con queste pratiche è un superamento della logica spettatore/consumatore.
In questi luoghi si stanno cercando di sperimentare pratiche di organizzazione partecipata e orizzontale, e già queste sono un fatto culturale nuovo e importante perché producono esperienze di responsabilizzazione e creazione di tessuto comune.
Pensieri, braccia, gambe impegnate in una sfida all' “idiotevo” contemporaneo, all'epoca dell'idiota (dal greco idios privato, particolare, personale) da combattere mettendo in campo le armi proprie del fare comunità: la partecipazione, la condivisione, l'inclusione.
Monica: “Come prima cosa ci siamo posti la domanda: cosa dice un teatro alla gente per invitarla a partecipare?”
Danilo: “Qui non ci si deve iscrivere. Vieni, partecipi e automaticamente fai parte dell’assemblea, puoi prendere decisioni insieme agli altri.”
Giuseppe: “Io il significato delle parola cultura l’ho capito stando qui dentro, al Teatro Garibaldi Aperto. Faccio il meccanico, non ho mai letto un libro, sono molto ignorante. Secondo me cultura significa cercare di informare. Penso di avere cultura musicale perché ho ascoltato tanta musica. Penso di aver cultura in generale perché ho capito quali sono i princìpi fondamentali per andare avanti, per vivere con gli altri.”
Monica: “Io penso che tutto questo sia un inizio. Ci vorrà tantissimo tempo, forse noi non arriveremo a vedere i risultati, ma se quello che abbiamo portato avanti fino ad ora riuscirà a creare un circuito alternativo a quello delle istituzioni allora quello che oggi stiamo facendo avrà un senso.”

Queste esperienze sono nate come esperienze ai margini, negli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni, di cui le persone si sono riappropriate reinventando nuove pratiche di relazione e di organizzazione. Queste imprese imprudenti aprono nuove possibilità e sono un territorio di sperimentazione da cui il tessuto culturale organizzato e le istituzioni possono trarre nutrimento, farsi contaminare, non creando ostacoli e mettendosi in dialogo aperto con la società civile, ascoltando le sue richieste e dando credibilità alle risposte che essa stessa produce.
Di questi laboratori culturali collettivi ci sarebbe bisogno anche in Trentino, un territorio vivace ma in cui spesso sembra che solo le istituzioni siano chiamate ad immaginare il futuro.
Valentina: “La cultura e l'arte sono confuse, fanno parte di uno stesso approccio ma sono due cose diverse, rispondono diversamente ad una esigenza di agire nel mondo, di rimettere al mondo il mondo.”
Luca: “La cultura, come dice Deleuze, non è un’accumulazione di saperi ma è più un qualcosa molto connesso con il parlare, con lo sporcarsi. Lui diceva, il parlare sporco.”
 
Abbiamo montato insieme alcuni frammenti di pensieri e riflessioni emerse nei nostri incontri siciliani. Qui non si esaurisce certo il discorso, ma riteniamo che questi possano essere degli spunti interessanti da cui partire per discutere in modo nuovo delle prospettive e dei modi del fare cultura anche nell'isola alpina del Trentino. A partire da qui, da questa apertura dello sguardo che ci allontana dalle piccole rivendicazioni e dalle visioni ristrette di taluni discorsi, ci piacerebbe che muovesse un dibattito aperto e rivolto al futuro tra chi si occupa di cultura nel nostro territorio.

giovedì, 02 ottobre 2013 - Micol Cossali e Valentina Miorandi