Rifiuti

Andrea Tomasi e Jacopo Valenti

I rifiuti illeciti arrivano nel profondo nord, stoccati in ex cave, in teoria destinate a diventare siti di ripristino ambientale. In Trentino - sì, nel Trentino delle montagne, dello sci, delle passeggiate naturalistiche, degli agriturismi - fra il 2007 e il 2011, il Corpo forestale dello Stato solleva il coperchio su una pentola di veleni.

Tre indagini (Tridentum, Fumo negli occhi ed Ecoterra) - condotte dal nucleo investigativo Nipaf di Vicenza, coordinato dalla pm Alessandra Liverani, della Procura della Repubblica di Trento - dimostrano come chi era incaricato dei controlli in realtà non controllava. Nelle cave - e in seguito si scoprirà anche sotto alcuni prati - si trovano enormi quantitiativi di sostanze, residui di lavorazioni industriali, provenienti da mezza Italia. I comitati cittadini avevano lanciato l'allarme, avevano fatto sapere a chi comandava (e comanda) nella ricca Provincia di Trento che il traffico di camion era sospetto, che il terreno poteva essere contaminato, che le bonfiche non erano bonifiche e che l'aria era maleodorante. Nulla.

L'odore di stirene. Eppure la Provincia autonoma ha un suo Corpo forestale. Nessun intervento degno di nota. Comuni, Provincia e Appa (Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente) continuano a rassicurare, ma c'è poco da stare tranquilli. La gente, inascoltata, si rivolge altrove. Un ispettore del Nipaf, che lavora in Veneto ma abita in Trentino, si interessa al caso. Ci si concentra sul materiale stoccato a cava Zaccon, a Roncegno Valsugana. Zaccon, in dialetto trentino, significa morso. E quella montagna, già morsicata, anziché oggetto di rispristino, era diventata un "serbatoio" di materiale illecito. Avvicinandosi all'ex cava uno degli agenti del Nipaf riconosce l'odore di stirene, sostanza potenzialmente cancerogena.

Intercettazioni e pedinamenti. I camion scaricavano la roba che poi veniva sotterratta o mescolata a terreno "buono". Ma se sopra tutto è apparentemente normale, qualche metro più in basso la chimica produce i suoi effetti. E chi può dire dove finiscono sostanze come cromo o piombo una volta diluite nella terra, dopo che l'acqua piovana la attraversa? È un lavoro difficile quello degli investigatori veneti, fatto di pedinamenti, di intercettazioni, di notti insonni trascorse a seguire i percorsi dei camion, ad ascoltare le conversazioni dei broker dei rifiuti, che fra quelle montagne hanno trovato il terreno ideale per le loro attività, perché nessuno sospetta neanche lontanamente che certi veleni possano finire all'ombra degli abeti, delle querce e sotto le margherite.

Brusco risveglio. "Trentino: l'Italia come dovrebbe essere", recitava un controverso slogan dell'azienda di promozione turistica della Provincia autonoma: un'autonomia dorata che però, nei casi scoperti dagli inquirenti, non è stata in grado di difendere l'ambiente. E improvvisamente i trentini si sono risvegliati dal lungo sonno, scoprendosi meno sani e meno belli. "Io la scoria la metto anche nel pane", dice un imprenditore finito nella rete del nucleo investigativo del Corpo forestale dello Stato.

Pentola di veleni scoperchiata. L'indagine su cava Zaccon  porta a scoprire il deposito di rifiuti illeciti anche nella cava di Sardagna - una piccola località del Comune di Trento ai piedi del Monte Bondone, un paese che aveva dato i natali ai genitori di Alcide De Gasperi - e fa arrivare ai fumi prodotti dall'Acciaieria di Borgo Valsugana, una piccola Ilva tra le montagne (fatte ovviamente le debite proporzioni). Sullo sfondo i depositi "sospetti" nei terreni pubblici e privati (la cosidetta "Ecoterra", nella quale venivano invece mischiati residui industriali). E poi ci sono (tuttora in corso) le indagini sulle scorie depositate negli anni in Val di Sella (poco sotto quel paradiso artistico vegetale che è Arte Sella). Tutto unito ai nuovi guai giudiziari per le Acciaierie Valsugana per presunte emissioni in atmosfera oltre i limiti, con 150 cittadini costituitisi parte civile.

Il virus dell'autonomia. La squadra di investigatori è guidata dal vicequestore del Corpo forestale Maria Principe. Principe - ironia della sorte - è anche il soprannome di Lorenzo Dellai, per quindici anni alla guida della Provincia autonoma di Trento e al momento deputato a Roma nella lista dell'ex premier Mario Monti.  "È la presunzione il virus dell'autonomia", ha scritto sul quotidiano "Trentino" il giornalista Franco De Battaglia. Simone Gosetti, imprenditore indagato (e condannato in primo grado e in appello), a fronte della preoccupazione della gente che tutte le notti vede camion che scaricano rifiuti nell'area di bonifica di Monte Zaccon di cui lui è responsabile, si lascia andare ad un commento: "Non so voi, ma io la notte dormo". Dormivano anche i controllori. "È uno dei problemi dell'autonomia del Trentino - scrive Claudio Sabelli Fioretti nella prefazione al libro  'La farfalla avvelenata' - Gli amministratori trentini vogliono essere sempre più autonomi anche nella scelta di coloro che controllano il loro operato. Gosetti viene condannato, il 22 febbraio del 2011. Il Comune di Rovereto gli affidava ancora incarichi per la bonifica di aree inquinate".

L'inchiesta Tridentum. Il problema - evidenziato dagli inquirenti - è che il Trentino, pur avendo a disposizione tutti gli strumenti economici dati dall'autonomia speciale, non ha attivato (o sviluppato) gli anticorpi necessari per difendere territorio e popolazione.  L'inchiesta "Tridentum" - l'indagine "madre" del Nipaf del Corpo forestale statale e della Procura di Trento - riguarda la discarica di Sardagna sopra il capoluogo, gestita dalla società Sativa, e il sito di ripristino di Monte Zaccon a Roncegno, gestito dalla Ripristini Valsugana srl di Simone Gosetti. Nel 2011 l'ex presidente di Sativa (che si costituirà parte civile), viene condannato in primo grado a un anno di reclusione, con sospensione della pena, per traffico illecito di rifiuti. Il Tribunale stabilisce che dovrà pagare 220mila euro: 146mila al ministero dell'Ambiente (che si è costituito parte civile chiedendo un risarcimento), 20mila al Wwf e 60mila al Comune di Trento.  Nel marzo 2013 la Corte d'appello di Trento ha appesantito la pena Gosetti: un anno e quattro mesi di reclusione per l'accusa di traffico illegale di rifiuti in relazione alla discarica Sativa di Sardagna. In primo grado, per questo capo d'accusa, Gosetti era stato assolto. Confermata nel resto la condanna di primo grado: a titolo di provvisionale, Gosetti dovrà versare oltre 200mila euro e ingenti saranno i risarcimenti.

Tanti patteggiamenti. Gli altri sette indagati nell'inchiesta "Tridentum" sceglieranno la strada del patteggiamento o dell'oblazione. Renzo Giacomin, il responsabile del sito di Monte Zaccon e collaboratore di Gosetti, patteggia nel marzo del 2010 "la pena di anni uno e mesi quattro di reclusione e 600 euro di multa, pena sospesa" (sentenza del gup Ancona nei confronti di Giacomin, pagina 3). Luca Bonomi, altro collaboratore di Gosetti, patteggia "la pena di anni uno e mesi quattro, giorni 20 di reclusione, pena sospesa". La chimica Annamaria Zaccherini, che svolgeva le analisi nei laboratori bresciani di Ares, patteggia "la pena di anni uno, mesi quattro di reclusione con derubricazione della contestazione (...) pena sospesa". Per il palista Floriano Tomio la pena  -  anche qui c'è un patteggiamento - viene convertita in una multa di 5.620 euro. Il responsabile del laboratorio Ares Giambattista De Giovanni patteggerà invece una pena "di anni uno, mesi otto di reclusione, pena sospesa".

"Fumo negli occhi". Poi c'è "Fumo negli occhi", indagine sulle emissioni oltre i limiti di legge dai camini dell'Acciaieria Valsugana, a Borgo: un "piccolo caso Ilva" nel bel mezzo delle verde delle montagne trentine. Si parla di emissioni di diossine in concentrazioni mille volte superiori a quelle stabilite dal decreto ministeriale del 31 gennaio 2005. Il decreto ha recepito la direttiva comunitaria, che impone un limite massimo di 0,5 nanogrammi per norma al metro cubo. Il limite autorizzato dall'Agenzia provinciale per la protezione ambientale (la Provincia di Trento) era invece di 500 nanogrammi. Mille volte superiore.

Risarcimenti ai cittadini. Nel gennaio 2012 il procedimento giudiziario sull'acciaieria arriva a una conclusione. Gli ex vertici dello stabilimento, finiti nell'inchiesta "Fumo negli occhi", dovranno risarcire con mille euro ciascun cittadino di Borgo Valsugana che si è costituito parte civile (alla fine saranno in 267, difesi dall'avvocato Mario Giuliano) nel procedimento sulle emissioni non autorizzate nell'impianto. Ad ottenere dal giudice Carlo Ancona un indennizzo sono anche il Comune di Borgo (40mila euro) e il Wwf (10mila euro). Per l'azienda, i cui legali hanno scelto la strada dell'oblazione, anche 57mila euro di ammenda e il pagamento della perizia. Nessun risarcimento, invece, per le parti civili che vivono, lavorano o studiano vicino a Borgo, così come sono rimasti a bocca asciutta la Comunità di valle (ex Comprensorio), gli altri comuni della Valsugana e del Tesino e la Provincia di Trento.

Ecoterra. Infine c'è l'indagine "Ecoterra" sullo sversamento di terreni mescolati con scorie di acciaieria macinate in bonifiche agrarie e altre zone della Valsugana. Nel gennaio 2012 l'imprenditore Franco Boccher, 47 anni, di Borgo, titolare dell'omonima azienda che si occupa di trasporto e smaltimento di rifiuti, e suo padre Luciano, hanno patteggiato 1 anno e 6 mesi (pena sospesa). Nel luglio del 2012 vengono assolti dalle accuse più gravi (traffico illecito di rifiuti e discarica abusiva) ed escono dal procedimento ancora pendente, quello sull'area Visle a Borgo Valsugana, con una multa da 17mila euro. Dovranno però pagare un risarcimento da 5mila euro al Wwf.

Migliaia di tonnellate di inquinanti. Ma cosa resta adesso in Trentino? I rifiuti delle cave di Sardagna e Monte Zaccon non sono stati rimossi. A Zaccon, in particolare, l'amministrazione pubblica conta di "risolvere tutto" con un capping: un "copertura" di cemento. Ma sotto le sostanze rimangono. Delle 419.852 tonnellate di rifiuti smaltiti a Monte Zaccon tra il 2007 e il 2008, solo il 6,6% era conforme ai limiti. Quanto a Sardagna, al quantitativo complessivo di almeno 177.273 tonnellate nel periodo 2007-2008, si aggiungono 108.499 tonnellate degli anni precedenti (fino al 2006) per un totale di 285.772 tonnellate di rifiuti che vanno considerati contaminati e quindi possono essere una potenziale sorgente di danno ambientale. Peraltro un sito come quello di Sardagna è privo di opere di barriera geologica e di controllo delle acque, perché al momento dell'approvazione del piano di adeguamento nel 2004 il Comune di Trento non aveva provveduto ad imporre al gestore l'esecuzione di interventi di "difesa". Anche in questo caso, secondo una determina del Comune di Trento, i rifiuti potrebbero rimanere dove sono. Tutto questo nonostante esista una perizia, commissionata all'Ispra dal Ministero dell'Ambiente, che dice chiaramente che quei materiali, nei due siti trasformati in discariche, dovrebbero essere rimossi.

*La Repubblica, 4 settembre 2013

giovedì, 24 settembre 2013 -