Via catalana: un vicolo cieco?

Steven Forti

Lo scorso 5 settembre si è celebrata la Festa dell'Autonomia. Un momento importante per il Trentino ed un’iniziativa che dimostra come gli aneliti di autogoverno siano sempre più diffusi in Europa.

Le differenze sono logicamente molte tra un caso e l’altro e sono figlie della storia di ciascun territorio e dei contesti politici, culturali ed economici nei quali tali aneliti si inseriscono. Ciò non toglie, ad ogni modo, che anche quel che succede in altre realtà ci renda partecipi di storie comuni. Del caso catalano, dove l’autogoverno si trasforma direttamente in indipendenza, ne abbiamo parlato in altre occasioni nell’ultimo anno. E vale la pena parlarne ancora.
“Dieci anni fa ero federalista. Quello che mi ha fatto dire “è tutto finito” è stato, prima, la seconda legislatura di Aznar, quando ho compreso che l’idea di una “Spagna plurale” era molto difficile da realizzare. Poi il processo di riforma dello Statuto di Catalogna che mi ha fatto capire che il federalismo sarebbe rimasto un sogno. È morta l’idea autonomista”. Con queste parole il giornalista catalano Antonio Baños spiega come sia passato a posizioni favorevoli all’indipendenza della Catalogna.
La disillusione che Baños dimostra per una Spagna federale è condivisa da molti in un paese colpito duramente dalla crisi economica. Quest’anno il tasso di disoccupazione ha superato il 27%, pari a 6 milioni e 200 mila persone, il debito pubblico spagnolo è passato in soli sette anni dal 36,4% al 91,3% e sono previsti almeno altri due anni di dura recessione. La situazione catalana non è diversa da quella dell’intero paese iberico. Con oltre 50 miliardi di debito pubblico, pari al 25,9% del PIL catalano, la Catalogna è la terza regione spagnola più indebitata. Sembrano lontanissimi gli anni in cui la Spagna era considerata un modello da seguire (soprattutto in Italia) e la Catalogna il suo fiore all’occhiello. “In Grecia, continua Baños, cresce il fascismo, in Italia crescono i grillini, mentre qui la risposta della classe media delusa con lo Stato e colpita dalla crisi e dall’austerità è stato il sentimento indipendentista”.
Dopo la grande manifestazione dell’11 settembre 2012 in cui oltre un milione di catalani è sceso in strada dietro allo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, gli edifici di Barcellona sono tappezzati di senyeras e di esteladas – le bandiere indipendentiste catalane – e non c’è giorno che sulle prime pagine dei quotidiani non si parli di “diritto di decidere”, di diritto di autodeterminazione o, direttamente, di secessione e di indipendenza. “Se fossimo indipendenti, non soffriremmo la crisi e saremmo uno dei paesi più ricchi dell’Unione Europea”. Questo è quello che si sente nei bar di Barcellona e che dichiarano anche alcuni dei rappresentanti del governo catalano.
“L’indipendenza è un discorso che nasce dal fallimento. La società spagnola ha fatto un triplo salto mortale senza rete e si è rotta la spina dorsale. Lo stesso vale per la società catalana. O forse anche di più. È fallito lo stato catalano e dunque bisogna dare la colpa a qualcuno. E qui nasce il leitmotiv de “la Spagna ci ruba i soldi”. In politica, come dimostra Berlusconi, i meccanismi sono molto semplici. Qui domina la “nostra” Lega Nord. Non ci sono altre ideologie. L’unica cosa che si può fare è attaccare Madrid”, mi dice un disilluso Gregorio Morán, scrittore e storico giornalista madrileno, residente da trent’anni a Barcellona. “Quarant’anni fa, continua Morán, in Catalogna esisteva un potente reticolato sociale. Nei comuni, nei quartieri. Lo hanno distrutto. È stato semplice. Perché di soldi ce n’erano molti anche se non si sapeva bene per quale ragione. E si è creata una strana situazione come l’attuale, in cui non si sa cosa succederà domani. Una situazione politica molto difficile da risolvere.”  
Si terrà infatti nel 2014 un referendum per la secessione dalla Spagna, come si rivendica da un anno a questa parte? Nei giorni scorsi il governatore Artur Mas ha messo le mani avanti: “Se il governo di Madrid non autorizza il referendum, le prossime elezioni regionali del 2016 saranno un plebiscito a favore dell’indipendenza”. Che si stia solo prendendo tempo o che si cerchi di uscire da un vicolo cieco, quello che è certo è che saranno un autunno e un inverno caldissimi. A cominciare dal prossimo 11 settembre, giorno della Diada, la festa ufficiale della Catalogna e momento clou della rivendicazione indipendentista. Una catena umana di 400 km, a cui si sono già iscritte oltre 350 mila persone, attraverserà tutta la Catalogna, dai Pirenei al Delta dell’Ebro. Il modello vuole essere quello della Catena Baltica, che il 23 agosto del 1989 riunì circa due milioni di persone nei 600 km che collegano Tallin, Riga e Vilnius.
“La Diada fa parte di un’intensa campagna di agit-prop fomentata da un indipendentismo molto attivo e con un grande appoggio istituzionale e mediatico, il cui obiettivo principale è proiettare in Spagna e all’estero l’immagine di una Catalogna quasi unanimemente a favore dell’indipendenza. Ma tale immagine è irreale”, mi spiega Pere Ysàs, professore di storia contemporanea all’Università Autonoma di Barcellona. I recenti sondaggi d’opinione dimostrano infatti che non esiste una maggioranza sociale amplia e solida a favore dell’indipendenza. “È per questo, continua Ysàs, che si mescola la difesa dell’indipendenza con una formula così confusa come quella del cosiddetto “diritto a decidere”, presentato come un diritto umano fondamentale, evitando allo stesso tempo di richiamarsi al diritto di “autodeterminazione” per la sua complicata applicazione e accettazione internazionale”.
Quello catalano si sta dimostrando sempre più un rebus di difficile soluzione. Un rebus che non deve interessare solo catalani e spagnoli, ma tutti noi. Perché questa crisi ha riportato con forza in primo piano le questioni delle relazioni tra centro e periferia. E saperle affrontare, queste questioni, con giudizio e senza semplicismi è una necessità e un’urgenza. Anche per il Trentino.

*Corriere del Trentino, 12 settembre 2013

giovedì, 15 settembre 2013 -