Pensieri e parole per abitare il presente

Michele Nardelli, Fausto Raciti

Porsi le domande sulle grandi questioni del nostro tempo, sull'economia devastata dalla sua dimensione finanziaria, sull'uso e sulla distribuzione delle risorse a fronte di un pianeta che fra non molto sarà popolato da 9 miliardi di esseri umani che rivendicheranno pari dignità, sulla sostenibilità di modelli di sviluppo che nemmeno si pongono il tema del limite, sul ruolo degli stati nazionali a fronte di un contesto sempre più interdipendente, sul carattere ambivalente delle identità culturali nel loro difficile equilibrio fra modernità e tradizione.

E, per altro verso, sul significato che in un contesto del genere assumono parole come progresso, sviluppo, pace, sicurezza. Parole che hanno smarrito il messaggio evocativo che nel tempo avevano assunto, rese sterili dall'uso banale che se ne è fatto allorquando il progresso degli uni è diventato l'esclusione di altri, l'illimitatezza dello sviluppo ha alterato gli ecosistemi, in nome della pace e della sicurezza si sono riempiti gli arsenali e si sono giustificate le guerre. 
E' nostra convinzione che alla radice della crisi della politica ci sia in primo luogo proprio la necessità di interpretare un tempo nuovo, che richiede chiavi di lettura e strumenti diversi da quelli sin qui utilizzati. In altre parole la necessità di capire la portata delle trasformazioni cui assistiamo e gli strumenti che la politica si dà per evitare che sia il mercato (e i poteri forti) a governare i processi del presente. 
Per fare questo è necessario in primo luogo "darsi il tempo". Lo spazio del pensiero, della riflessione, della parola di fronte al delirio di un "fare" che rincorre gli avvenimenti ed improntato sulle emergenze. In questo senso la politica deve ritornare ai fondamentali, smarcandosi da un'agenda dettata da chi ai grandi temi del presente ha dato risposte demagogiche e basate sulla paura ma che pure hanno saputo tenere in scacco questo paese per vent'anni. E da chi ne è stato subalterno. Come è ovvio le risposte alle domande possono essere diverse, ma questo dovrebbe essere il senso di una dialettica politica vera, dove cercare punti d'incontro e sintesi costruttive.
In secondo luogo è necessario chiedersi se la "forma partito", come fino ad oggi l'abbiamo conosciuta, sia ancora in grado di interpretare questo ruolo di sintesi o non occorra invece anche in questo caso riflettere e cambiare. Riflettere sul fatto che i partiti sono progressivamente diventati macchine elettorali piuttosto che luoghi di conoscenza e di organizzazione delle idee in grado di stare nei processi reali. Se questa capacità di interagire con i cambiamenti sociali non sia stata sostituita dalle indagini demoscopiche, riducendo la proposta politica a marketing commerciale. E soprattutto se l'agire politico dei partiti nazionali non sia fuori scala rispetto al fatto che la cifra del tempo - dell'economia come dell'ambiente, della comunicazione come della cultura - sia sempre più sovranazionale e ad un tempo territoriale. Sarebbe anche il caso di riflettere su un Novecento dove l'eterogenesi dei fini ha avuto nella "forma partito" - nel sovrapporre e confondersi fra partito e stato - uno dei fattori più micidiali nel trasformare il sogno in incubo. Ma questa è una storia a parte. 
Se dunque le forme della politica non debbano assumere sempre più un carattere territoriale, all'insegna del "pensare da sé" di cui parlava Hannah Arendt, e insieme sovranazionale, immaginando reti di dialogo e di iniziativa politica a "geografia variabile" (dolomitica, alpina, adriatica, mediterranea, europea...). In altre parole, come titola la Summer school, immaginandosi territoriali ed europei. 
La politica deve sapersi ripensare, tanto nelle idee come nelle forme. Per quanto ci riguarda richiede la ricerca di pensieri originali nei quali declinare le grandi istanze egualitarie e libertarie del passato con i possibili itinerari di un nuovo umanesimo in dialogo con gli altri esseri viventi e con la natura. Nel far riconnettere i territori e la politica, le "terre alte" e le "terre sole" con le aree metropolitane, un progetto di forte coesione sociale in un paese e in un'Europa piegate dagli egoismi e dalle lobby finanziarie. 
Nella tre giorni che da oggi a domenica vedrà impegnate persone provenienti da varie regioni italiane, incrociando sguardi e generazioni, di tutto questo parleremo. Che lo spunto venga da una terra che in questi anni ha saputo resistere alle dinamiche dello spaesamento e della paura, non crediamo sia affatto casuale.

Michele Nardelli, consigliere provinciale del PD
Fausto Raciti, portavoce nazionale dei Giovani democratici
(editoriale pubblicato dal quotidiano L'Adige il 23 agosto 2013, giorno d'inizio della Summer School "Territoriali ed Europei")

 

giovedì, 27 agosto 2013 -