La nascita dei personalismi

Alessandro Branz

Difficile dar torto a Elisa Filippi quando (l’Adige del 2 agosto) constata come i conflitti interni al Pd, anziché essere caratterizzati da questioni di carattere politico, programmatico o ideale, sembrino privilegiare aspetti di tipo correntizio, legati alla “gestione del potere interna al Partito”.

Domandiamoci però: da dove deriva questa situazione? Qual è la ragione di fondo che incentiva questa conflittualità e questa patologica “personalizzazione”? Certo, possiamo appellarci a tutta una serie di circostanze più o meno contingenti (una delle quali è certamente la fibrillazione pre-elettorale), senza dimenticare il fatto, riconosciuto peraltro da molti studiosi, che le culture fondative del Pd non si sono ancora sufficientemente “amalgamate”. Tutto vero: a mio parere, però, qualcosa c’entra anche il modello di partito in cui il Pd si riconosce, la sua organizzazione interna, così come la si può dedurre dalle norme statutarie, ma anche -e soprattutto- dalla prassi quotidiana e dall’agire di tutti i giorni.

Come evidenziano le ricerche più recenti (ma come è facilmente riscontrabile anche ad occhio nudo), i partiti, soprattutto in Italia, tendono sempre più ad appiattirsi sulle istituzioni, privilegiando il ruolo della leadership e caratterizzandosi quasi esclusivamente come “macchine elettorali”, finalizzate alla selezione della classe dirigente (il che relega in secondo piano funzioni classiche come la socializzazione e l’attivazione di una cittadinanza critica ed attiva).

Si attaglia questa immagine al Pd? In parte, nel senso che questo modello ha certamente caratterizzato le origini veltroniane del partito e tuttora ne condiziona la vita interna, anche se successivamente esso è stato sottoposto ad una revisione, che però si è rivelata tardiva ed eccessivamente ondivaga. Si pensi, solo per fare un esempio, al permanere di una norma chiave dell’intero Statuto del Pd: quella che vincola la scelta dell’indirizzo politico all’elezione diretta del segretario e dell’Assemblea nazionale (ciò che impropriamente si continua a definire “congresso”). Ebbene: questa norma, per quanto corretta a livello locale, favorisce inevitabilmente la “personalizzazione” del confronto interno, vincolando i contenuti alla “persona”, anziché il contrario. Ma si pensi anche all’uso improprio e spesso masochistico che viene fatto di uno strumento delicato come le “primarie”, per non citare le modalità con cui lo Statuto concepisce i percorsi partecipativi.

Il punto è che, soprattutto per un partito articolato e plurale come il Pd, è necessaria ed improrogabile la costruzione e la valorizzazione di spazi, luoghi, arene che favoriscano il confronto e la discussione pubblica (si tratta della c.d. “democrazia deliberativa”). Ciò per varie ragioni: riportare l’attenzione sui problemi reali; permettere alle varie “anime” del partito di dibattere costruttivamente e di riconoscersi reciproca legittimità, senza spararsi vicendevolmente; creare le condizioni affinchè si possano raggiungere soluzioni condivise sulle varie questioni, o, se questo non fosse possibile, chiarire i termini del conflitto e le ragioni dell’eventuale dissenso. Ma anche, non da ultimo, aprire canali di comunicazione tra i vari livelli del partito: si pensi a quanto avvenuto con la recente auto convocazione dei circoli, che ha evidenziato quanto sia sentita l’esigenza di una diffusa partecipazione “dal basso” (peraltro vitale in un partito che si definisce “democratico”), ma anche, nel contempo, quanto siano urgenti modalità e strumenti nuovi che rendano effettiva questa partecipazione.

Insomma: le osservazioni di Elisa Filippi rinviano inevitabilmente ad alcune questioni di fondo, nel senso che in tutta questa discussione non si può eludere il nodo di quale modello di partito sia più adatto ad un soggetto, come il Pd, che dovrebbe fare della sua natura “popolare” e “democratica” la propria ispirazione di fondo. 

 

4 agosto 2013

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giovedì, 04 agosto 2013 -