Figli di uno stato minore

Ilvo Diamanti

Ho una casa molto grande. Un villino, situato sui colli romani. D’altronde, per me, è un luogo di lavoro, non solo una residenza. Faccio il manager, mi occupo di servizi di ogni genere. E sottolineo: di ogni genere. Ho molti clienti importanti. Politici e finanzieri. Qualche imprenditore. Organizzo per loro incontri, confronti, seminari. Per negoziati, intese e contese di ogni genere.

In condizioni di assoluta discrezione. Ci mancherebbe. Si rivolgono a me proprio perché hanno bisogno di confidenza e discrezione. Con alcuni “clienti”, poi, non mi posso permettere in-discrezioni. La discrezione è il mio mestiere.

Ogni tanto mi capita di finire in mezzo a polemiche. Contro la mia volontà e a mia insaputa. Come quando, qualche anno fa, i media hanno rivelato che il mutuo della mia residenza, in effetti, è pagato da un altro. Uno dei miei clienti. A cui ho permesso di entrare in una rete di relazioni preziose, per la sua professione. Ma, in effetti, la rivelazione ha sorpreso anche me. Francamente, non lo sapevo. Credetemi: l’operazione è stata fatta a mia insaputa. Dai miei consulenti e collaboratori, come compenso dei molti servizi che offro ai miei clienti. In fondo, la mia casa è anche la sua casa, visto che ci trascorre molto tempo, ogni settimana, insieme ai suoi sodali e collaboratori. Ci ha guadagnato molto frequentando me. E i miei amici. D’altronde, io sono “discreto” e garantisco “discrezione”.

Ma non posso sapere tutto quel che succede a casa mia. In questa residenza grande come un ministero. Anzi, di più. Ci sono decine di uffici, sale, ma anche appartamenti e camere. Perché quelli che partecipano a riunioni e seminari, a volte, si fermano per più giorni. E invitano ospiti a loro cari. Amici e amiche. Famiglie e familiari. Così è più facile coltivare relazioni. Sei come a casa tua. Non hai l’urgenza del ritorno, della partenza. Gli ospiti, o ancora, i clienti: si mettono d’accordo con i miei collaboratori ed è sufficiente. Tanto basta. Così, quando mi muovo nella mia villa, lungo i corridoi, da un piano all’altro, per un appuntamento, un incontro o solo per sgranchirmi le gambe, e scendo fin giù in giardino, incrocio molte persone che non conosco. Che mi pare di non aver mai visto. D’altronde, perché dovrei conoscerle - oppure almeno riconoscerle – tutte? Sono lì a mia insaputa, anche se non contro la mia volontà. Anzi: per mia volontà. Così saluto tutti con un cenno del capo – anche quelli che mi risultano ignoti - e proseguo.

Per questo non capisco il baccano intorno a una vicenda avvenuta nelle scorse settimane, proprio qui. A casa mia. Ho scoperto anch’io dai giornali di una famiglia - una madre e due figli piccoli – prelevata, notte tempo, da una squadra di vigilanti e di agenti di polizia. Da casa mia. E poi sparita nel nulla. O meglio, ricomparsa nel Paese di provenienza. Un piccolo stato africano dal nome impronunciabile. Pare si tratti di “una” moglie del sovrano (e presidente). Una - delle tante. Fuggita con la complicità di un consigliere del sovrano. A sua volta fuggito – il consigliere - perché in disaccordo con il sovrano-presidente (o viceversa). Ma, da quel che ho capito, la ragione vera è la relazione “affettuosa” fra la moglie e il grande consigliere – del sovrano.

Così il presidente-sovrano, di questo piccolo stato africano, si è messo d’accordo con uno dei miei amici e clienti. Il più importante. Il mio “protettore” politico. E la moglie del presidente-sovrano è stata rispedita, insieme i figli, a casa. Del sovrano-presidente. Ma tutto ciò è avvenuto “a mia insaputa”. Mica mi dicono tutto quel che succede qui, in questa villa. Dove vanno e vengono in tanti. Io, d’altronde, non ho tempo né voglia di occuparmi di tutti gli affari di questo posto. Della mia villa. Dove vivo insieme a tanti altri.

Il “ratto” della donna e dei bimbi africani, a casa mia, comunque, è avvenuto senza il mio consenso e senza il mio dissenso. “A mia insaputa”. Né io mi sono preoccupato troppo di contestare e di recriminare, su quel che non so e non voglio sapere. Gli unici “fatti” che mi interessano sono i “fatti miei”. Perché io sono un italiano “vero”. Parte e partigiano di questo popolo di schettini, scilipoti e angelini. Dove si coltivano l’amorale pubblica e privata. E il senso cinico. Io, cittadino senza cittadinanza di uno Stato “a sua insaputa”. Dunque, figlio di uno “stato” minore. Minuscolo. Non un Soggetto e neppure un complemento oggetto. Al massimo, un participio passato.

*La Repubblica, 19 luglio 2013

giovedì, 20 luglio 2013 -