Itinerario nelle crisi

La parola “crisi” nel greco antico ha una molteplicità di significati: separazione, scioglimento, lotta, scelta, fase decisiva nel decorso di una malattia. Corrente nel nostro linguaggio è la sintesi di essi, secondo cui si ha una condizione di crisi quando avviene una separazione tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che si avvia ad essere in un contesto di gravi difficoltà nel quale si richiede di compiere scelte. Dai primi Novanta del secolo scorso in avanti l’Italia è passata attraverso una serie di crisi, che in effetti ne fanno i capitoli di una sola, la quale si trascina da circa vent’anni. E ciascuno è costretto a viverci dentro e a suo modo a rifletterci. Lo ha fatto anche Carlo Galli, storico del pensiero politico e fresco deputato nelle file del Partito democratico, nei saggi — che coprono l’intero periodo in questione — raccolti in un volumetto, edito da Bruno Mondadori, dal titolo Itinerario nelle crisi.

Nel passare attraverso alcuni dei temi centrali della riflessione dell’autore, voglio iniziare da una pregnante affermazione su quel che la storia può insegnare: «La storia insegna per ciò che essa non è, e non è stata; per ciò che si è perduto (…) e che ora ci interpella come un dovere inadempiuto». Colpisce leggere quanto Galli scrive nelle pagine iniziali dei suoi “Itinerari”, dove — siamo nel 1991 — si parla di un principio di legalità travolto, di un legalismo formale che si contrappone all’illegalità di fatto, della perdita di legittimità del sistema politico, del compito urgente di dare una nuova credibilità ad un sistema politico che l’ha perduta.

Colpisce, appunto, perché si tratta di considerazioni che potrebbero essere scritte, senza variazioni, oggi. Il che dà piena testimonianza del fatto che un ventennio è trascorso senza che quel compito sia stato affrontato e tanto meno eseguito con successo. Quando da poco il Paese si era inoltrato nella sconclusionata Seconda repubblica, l’autore denunciava in maniera perspicace «il rischio» che il rifiuto dell’inefficienza sfociasse nel rifiuto del pubblico, il rifiuto delle ideologie nel «rifiuto della stessa politica, nella sua forma statuale e istituzionale », così da prefigurare «il trionfo di un regime post-politico, di un nuovo populismo » nutrito di un individualismo neoliberistico posto sotto la cappa di «una guida carismatica virtuale (televisiva) », inneggiante alla diseguaglianza come impulso dinamico e facente leva su una ridefinizione dei rapporti tra potere politico e potere mediato. Anche qui ciò che si presentava in potenza si è tramutato in atto.

All’ordine del giorno «nello spazio teorico del pensiero politico — osserva Galli — si fronteggiano due complessi ideali» (sono i volti della destra e della sinistra): l’uno fa appello all’autoregolazione della società, respinge l’eccesso di interventi progettuali, sostiene il primato dell’iniziativa dei singoli; l’altro invece ritiene la società bisognosa di regole stabilite da un’autorità pubblica e la necessità del primato, del comando, democraticamente fondato, della politica: di una politica, che deve rimontare la china agli occhi di una pubblica opinione sempre più delusa e persino ostile.

Nelle pagine conclusive il nostro autore affida la sua speranza nella rinascita della buona politica, auspicando che su di essa prenda a soffiare «il vento del pensiero» di cui parlava Hannah Arendt, ovvero di un sapere che «si nutra, oltre che di scienza, di memoria del passato e di immaginazione del futuro »; ed invoca «un nuovo illuminismo, adatto a tempi più disincantati, e anche più spaventati». Si può ben capire, dato lo stato in cui versa il Pd, che l’autore chiuda le sue lucide considerazioni volgendo lo sguardo preoccupato al suo partito: che, «appaesato in un contesto di crescita economica neoliberista» e inteso a far «valere istanze di giustizia sociale e di sviluppo dei diritti», non ha però saputo finora trovare la chiave di efficaci risposte.

(Articolo di Massimo Salvadori, Repupplica 15 giugno 2013)

 

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